• ISSN: 2240-323X
  • Icona Facebook
  • Icona Twitter
  • Icona Youtube
  • Icona RSS Feed

Tu sei qui

Egitto. Tra le maglie della censura

Attraverso interviste a registi, musicisti e artisti, un nuovo documentario esplora la mancanza di libertà di espressione nel paese.

 

 

Nonostante l’avvicendarsi di regimi e governi, in Egitto sembra persistere una volontà politica comune che continua a bloccare la creatività e la libertà di espressione degli artisti. Il motivo addotto è sempre la tutela della morale pubblica e degli interessi superiori dello Stato.

Il tema diventa così la base per un nuovo documentario, uscito a fine febbraio e prodotto dalla Association for Freedom of Thought and Expression, che ne esplora le diverse sfaccettature attraverso le esperienze di artisti egiziani che hanno avuto direttamente o indirettamente a che fare con questo tipo di divieti e restrizioni.

Si chiama "Authorised to be shown: Censorship of the arts in Egypt", dura circa 20 minuti e conta tra gli intervistati il musicista Ramy Essam, soprannominato "il bardo della rivoluzione egiziana", che di recente si è trasferito in Svezia proprio per studiare e poter continuare a fare la sua musica; il giornalista Ahmad Nagy, che si occupa di cultura e letteratura per il quotidiano Al Akhbar; il regista Ahmad Abdalla, famoso per i suoi due lungometraggi "Heliopolis" e "Microphone".

Quest’ultimo, ad esempio, racconta di aver passato ore interminabili a discutere con i censori e le autorità per ottenere i permessi per i suoi film. "Il sistema stesso dei permessi è volutamente penalizzante – racconta – una volta approvato il film, e la sceneggiatura (che va anch’essa inviata ai censori) hai il permesso di girarlo. Ma c’è poi un ulteriore grado di valutazione e un possibile blocco a visione avvenuta".

Tantissime le direttive da tenere in considerazione, come il divieto di menzionare la polizia o l'esercito, che siano in servizio attivo o inattivo, bisogna evitare scene di fumo e di droga, così come non si possono trattare argomenti che parlino di religione e di religiosi né si possono girare scene ad essi correlate.

"Ci sono così tante opere che non sono state diffuse a causa della censura – afferma Ahmad Nagy – E’ sempre una battaglia tra creatività e libertà di espressione e quando finisci un lavoro devi imparare ad accettare la reazione che ci sarà".

Il documentario è interessante anche perché non mancano interviste ad ex ispettori della censura, che naturalmente ne hanno una visione ben diversa: "La censura è sempre esistita, anche prima del cinema, nei teatri, e il fine è sempre stato proteggere la legge – raccontano – alla fine si tratta di un lavoro organizzato e molti artisti ci hanno ringraziato per alcuni nostri interventi: ormai avevamo l’occhio e l’orecchio allenato e usavamo la nostra conoscenza della materia nell’indirizzarli".

E continuano: "Se abolissimo la censura i primi a lamentarsi sarebbero proprio gli artisti".

Parlando dell’opera dei censori, Ramy Essam naturalmente commenta in tutt’altro modo: "Fanno delle cose davvero stupide (…) per quanto riguarda la musica, le principali locations sono controllate dal governo, che di fatto non ama le arti alternative perché recano sempre un messaggio, che naturalmente a loro non piace".

Il documentario, in realtà, non spiega nel dettaglio il meccanismo delle leggi e delle regole che attanagliano il paese. E' infatti una sorta di seguito dinamico alla pubblicazione, avvenuta la primavera scorsa, di un lungo report dal titolo "Censors of Creativity" prodotto sempre dal l’Association for Freedom of Thought and Expression in collaborazione con l’organizzazione internazionale Freemuse, dove si possono trovare i riferimenti legislativi insieme a diversi casi studio e testimonianze.

Per leggere il report completo in pdf clicca qui.

 

20 Marzo 2015
di: 
Anna Toro
Area Geografica: