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Egitto. Quando informare uccide

Un documentario del CPJ lancia l'allarme su omicidi, arresti e violenze contro la stampa. 

 

 

Ci sono gli omicidi: 10 i giornalisti uccisi in Egitto dal 2011 ad oggi. Di questi, 6 soltanto nel 2013. 

Poi ci sono le violenze, gli attacchi, gli abusi: dal rovesciamento del governo di Morsi, nel giugno 2013, sono stati documentati 71 attacchi alla stampa e agli operatori dell’informazione, e solo nell’arco di tempo che ha condotto sino all’autunno. 

Poi, ci sono gli arresti e le sentenze.

Come quelle comminate ai tre giornalisti di Al Jazeera English, in carcere da oltre 300 giorni e condannati a pene che vanno dai 7 ai 10 anni di reclusione, solo per aver coperto le manifestazioni di Rabaa al Adawiya, o per aver intervistato membri della Fratellanza Musulmana.

O come Mahmoud Abu Zaid, detto “Shawkan”, fotogiornalista freelance (per il quale è stato lanciato l’hashtag su Twitter #FreeShawkan), in carcere da oltre un anno solo per aver scattato foto. 

Professionisti, che sono dietro le sbarre di una prigione per aver svolto il proprio lavoro. Quello di informare, e raccontare al pubblico cosa sta accadendo nel paese. 

Eppure, nelle stesse ore in cui la Corte egiziana emetteva le sentenze contro di loro, il primo ministro Ibrahim Mahlab teneva una conferenza stampa in cui spiegava che l’Egitto è “il luogo in cui il giornalismo è nato”; che “nessuna penna sarebbe stata rotta”, e che non era necessaria alcuna campagna internazionale, perché “i giornalisti rispettabili qui non hanno nulla da temere”. 

Non la pensa così il Committee to Protect Journalists (CPJ), che per l’Egitto ha lanciato l’allarme, inserendolo al 3° posto nella lista dei luoghi più pericolosi del mondo per fare giornalismo. 

E che ha appena diffuso un nuovo documentario - che vi proponiamo qui - dal titolo esplicativo. “Sotto minaccia: il giornalismo egiziano in pericolo”.

Quindici minuti di immagini e testimonianze che raccontano di un paese in cui, sotto il regime del presidente Al-Sisi, la libertà di espressione è proclamata, ma non rispettata. 

“Il CPJ ha documentato un numero senza precedenti di abusi contro la stampa, incluso l’assassinio di 6 giornalisti e decine di arresti da quando l’esercito ha preso il potere nell’estate del 2013”, scrivono nel testo che accompagna il documentario. 

“Ci sono ancora 11 giornalisti in carcere, tre dei quali di Al Jazeera: vogliamo sentire la vostra voce, perché il governo di Al-Sisi non abbia l’ultima parola sull’Egitto”. 

 

 

 

 

07 Novembre 2014
di: 
Cecilia Dalla Negra
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