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Iraq. La fuga (e la speranza) della comunità yazida

Un video di HRW raccoglie le testimonianze di alcuni yazidi costretti a fuggire per scampare all'avanzata dello Stato Islamico. 

 

 

Paura, terrore, fuga: giovani costretti a convertirsi, donne costrette a sposarsi. In un video Human Rights Watch raccoglie e mostra le testimonianze di tante donne, uomini e bambini della comunità yazida irachena che sono stati costretti a fuggire dai propri villaggi in seguito all’avanzata dello Stato Islamico.

Una fuga precipitosa e terribile, per scampare al rapimento da parte dei miliziani. 

Un’esperienza che ha raccontato anche Husam, responsabile dell’Ong irachena “Yazidi Solidarity and Fraternity League” nel libro “La crisi irachena. Cause ed effetti di una storia che non insegna”, a cura di Osservatorio Iraq con la collaborazione di Un ponte per..., che sarà presentato per la prima volta il 16 ottobre al Salone dell’Editoria Sociale di Roma.

Riportiamo un breve estratto della sua testimonianza. 

 

“Gli scontri tra l’Is e alcune milizie sorte spontaneamente tra la popolazione sono durati oltre un mese. Abbiamo ripetutamente chiesto aiuto all’esercito iracheno, ai peshmerga e alla comunità internazionale: invano, finché Sinjar è stata occupata. Centinaia sono stati massacrati, mentre un vero e proprio esodo di persone cercava di raggiungere il Kurdistan, rimanendo intrappolate tra le montagne. E lì altri morti: chi per asfissia, chi per fame o perché inseguiti dall’Is. Chi veniva catturato è morto o è stato costretto alla schiavitù (…)".

"La nostra comunità vive oggi un momento cruciale: circa 500mila yazidi tra Siria, Turchia e Iraq devono capire se per loro c’è ancora posto qui, dove hanno vissuto per secoli. Ci sentiamo cittadini di terzo livello, la considerazione che si ha di noi, aldilà di questa insolita attenzione mediatica internazionale, viene sempre dopo quella data a musulmani, cristiani o curdi. Questa è tuttavia la punta di un iceberg: prima, fare simili differenziazioni non era neanche lontanamente immaginabile".

"Ci siamo sempre sentiti iracheni qui, a casa nostra, parte di una società in cui hanno sempre convissuto tante diversità. Oggi invece l’opinione più diffusa è che sia meglio andare via. Io, insieme all’associazione di cui faccio parte, ho deciso che non è ancora arrivato il tempo di lasciar morire anche la speranza (…)”. 

 

15 Ottobre 2014
di: 
Redazione
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