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"La mia condanna al terrorismo? Un impegno quotidiano". Intervista all'Imam di Catania

Dopo i fatti di Parigi Osservatorio Iraq ha incontrato e intervistato Abdelhafid Kheit, imam della moschea di Catania. Che spiega cosa significa per lui "integrazione", "jihad", e racconta di un'iniziativa creta in città per aiutare le famiglie bisognose. Di ogni credo religioso. 

 

Dove si trovava quando ha saputo degli attentati di Parigi?  

Ero in casa a guardare la partita Italia-Belgio, finché non ho notato alcune scritte che accennavano agli attacchi. All'inizio non avevo capito che si trattasse di Parigi, ma l'ho scoperto subito dopo al tg.

Come ha reagito?

Prima di tutto sono rimasto scioccato. Come responsabile della comunità islamica siamo sempre chiamati in causa quando si tratta di condannare questi fatti. Ma a me non fa male condannare il male, mi dispiace quando la gente mi guarda e ritiene che io debba chiedere scusa per un fatto di cui non ho responsabilità. Non è che posso scusarmi per chiunque compia un attentato urlando Allahuakbar: non lo ritengo un ragionamento valido.

Dove comincia la sua condanna al terrorismo?

La mia condanna al terrorismo non inizia con gli attentati, la mia condanna è un impegno quotidiano con gli insegnamenti che do alla mia comunità. Condanno con i fatti e con gli insegnamenti al dialogo e al rispetto dei sentimenti e dei valori, diffondendo il vero messaggio dell'islam che è un messaggio di amore e fratellanza. 

Come si spezza il legame tra un'ideologia distorta, violenta, terroristica che sfrutta l'Islam e l'Islam stesso?

In tutte le religioni c'è l'integralismo e questo favorisce la diffusione di interpretazioni eccessive degli insegnamenti religiosi. Sono queste interpretazioni che hanno portato alla nascita di questi fanatici. Io non metto in discussione la loro fede, ma ritengo che questa fede sia stata manipolata da alcuni individui che non hanno nulla a che vedere con gli insegnamenti dell'Islam.

C'è una contraddizione enorme perché non posso capire come una persona che si dedica a Dio decida di uccidere. Una contraddizione che dipende anche dall'ignoranza della religione e dalla diffusione di interpretazioni sbagliate del Corano, in cui spesso si prende un versetto del libro sacro e lo si isola da tutto il contesto. Quello che questi signori diffondono è una conoscenza fai da te dell'Islam ottenuta attraverso Internet e i social network, una conoscenza che nessuno controlla e verifica. 

Come si evita la proliferazione di interpretazioni distorte dell'Islam nel momento in cui non esiste un'autorità centrale che stabilisca cosa è giusto e cosa è sbagliato?

Ritengo che ci si debba concentrare sul controllo, ma non inteso esclusivamente in termini di sicurezza. Naturalmente, condivido la preoccupazione che certi imam fai da te non possano ricoprire questa carica senza un dialogo con le altre istituzioni pubbliche e religiose. In tal senso, l'associazione degli Imam delle Guide Spirituali, di cui faccio parte, serve a fornire a queste persone corsi di aggiornamento e di approfondimento sull'Islam. Molti di loro, infatti, sono dei volontari che hanno una conoscenza generale della religione. 

Che idea si è fatto degli attentatori?

I giovani che hanno compiuto questi atti terroristici sono vittime delle politiche sociali adottate fino ad ora e non sentono l'appartenenza alla patria, alla Francia, e lo dico da algerino che conosce bene la realtà francese. Non possiamo non notare che la marginalizzazione all'interno delle banlieu, che io considero dei veri e propri ghetti, abbia un certo peso nel rapporto che questi giovani hanno con il mondo che li circonda. Se si vuole provare a risolvere il problema del terrorismo non dobbiamo dimenticare questi aspetti. 

Cosa vuol dire per lei integrare?

Ognuno ha la propria idea del concetto d’integrazione. Per me integrazione significa adeguarsi al contesto in cui ci si trova cercando di vivere in armonia e nel rispetto reciproco delle differenze. Significa avere il diritto di mantenere la propria identità favorendo un dialogo costruttivo con gli altri. Si può essere dei cittadini integrati senza dover vestire all'occidentale.     

Cosa può fare la comunità musulmana per facilitare un miglior clima d'integrazione?

I membri della comunità musulmana sono chiamati ad un'apertura totale. Devono sentire l'appartenenza ad una società diversa da quella d'origine, una società che è al tempo stesso multiculturale, multietnica e multi-religiosa. Devono impegnarsi a diventare membri effettivi della nuova società in cui vivono, contribuendo al dialogo e alla conoscenza dell'altro. C

ome diceva Martin Luther King, spesso gli uomini si odiano perché non si conoscono. A tal proposito, diversi anni fa ho partecipato ad un convegno dedicato al cous-cous intitolato "il piatto che unisce". Durante il mio intervento ho detto che in realtà non sempre il piatto ci unisce perché c'è chi non mangia il maiale, chi non può mangiare all'alba e così via. Tuttavia, il piatto può unirci se siamo disposti ad accettare l'altro, il diverso. E' un discorso che rivolgo a tutti perché anche noi musulmani, ancora oggi, tendiamo a guardare l'altro, cioè l'occidente, come un nemico. Questo bisogna dirlo. E bisogna anche comprendere che si tratta di retaggi del passato.

Con il riproporsi di attentati di matrice islamista torna in auge anche l'espressione 'jihad' intesa come guerra santa. Potrebbe spiegare, secondo la tradizione teologica islamica, cosa s'intende per jihad?

Il jihad inteso come guerra di aggressione non esiste, sebbene l'uso della forza possa essere considerato come un jihad solo in caso di autodifesa. Lo sbaglio, però, è ridurre il concetto ad un unico significato il cui utilizzo è minoritario nella nostra tradizione teologica. Jihad, infatti, vuol dire prima di tutto sforzo, non guerra santa.

Si tratta di uno sforzo di tipo spirituale, orientato al miglioramento di se stessi nel rapporto con Dio. Negli hadith si racconta che lo stesso Maometto, dopo essere tornato trionfante a La Mecca, abbia detto alla comunità dei fedeli di essere tornato dal jihad più piccolo (al-jihad al-asghar) e che d’ora in avanti tutti quanti avrebbero dovuto intraprendere il jihad più grande (al-jihad al-akbar), cioè lo sforzo più grande che un musulmano possa fare: quello di avvicinamento a Dio attraverso l'eliminazione di pratiche e comportamenti contrari alla sua volontà. 

Qui a Catania, la Comunità Islamica di Sicilia ha avviato un modello che va oltre il concetto d'integrazione e che cerca di costruire canali di collaborazione e cooperazione con la comunità catanese. Un esempio è il vostro banco alimentare. Di che si tratta?

Si tratta di una convenzione che abbiamo sottoscritto con il Banco Alimentare nel 2013 e consiste nella distribuzione, due volte al mese, di un pacco cibo del valore di circa 15 euro. È una cifra simbolica, ma è comunque un servizio che vuole testimoniare la nostra vicinanza alla comunità catanese, con cui abbiamo un ottimo rapporto e che vediamo faticare per arrivare a fine mese.

Capita che alcune mamme si rivolgano a noi perché non hanno il latte per i propri bambini. Ad oggi sono 382 le persone che usufruiscono di questo servizio (132 famiglie) e il 99% di esse sono cristiani. 

 

05 Dicembre 2015
di: 
Giovanni Piazzese