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Palestina-Israele: In cucina con il nemico

Donald Macintyre - The Independent
Prendete due chef, un’israeliana e una palestinese, e avrete la ricetta per l’innovativo programma tv che sta contribuendo ad abbattere le barriere del Medio Oriente
di Donald Macintyre
The Independent, 4 luglio 2008

C’è un momento in cui una delle due vigorose donne al centro di Good Intentions, una serie televisiva pioniera che va in prima serata sull’israeliano Channel Two, lascia un messaggio in segreteria all’altra, che si sta preparando a mandare il figlio a fare la leva per il suo servizio militare obbligatorio. "Volevo solo augurarti buona fotuna per tuo figlio – dice – Spero che starà bene".

Sarebbe una cosa irrilevante. Se non fosse per il fatto che a fare la chiamata è Amal, una palestinese di Ramallah il cui fratello è paralizzato dalla vita in giù dopo essere stato sparato da una pattuglia dell’esercito israeliano; per tornare a casa dal lavoro è appena passata attraverso un odioso checkpoint dell’esercito; e sta lottando per proteggere sua figlia dai pericoli e dalle pressioni che si vivono sotto occupazione israeliana.

Entrambe le donne sono cuoche reclutate per lo spettacolo nello spettacolo, un programma tv di cucina con (nello scetticismo dei boss del canale) la bizzarra idea di farlo co-presentare a un’israeliana e a una palestinese. Il legame che si sviluppa tra loro viene rafforzato dall’implacabile opposizione che ognuna di loro incontra tra amici e parenti nazionalisti. Il marito di Tami, che una volta durante il suo servizio militare ha sparato a un palestinese inerme, è arrabbiato e in imbarazzo per il fatto che lei cucini in pubblico con il nemico; la donna con cui gestisce un ristorante, il cui marito è stato ucciso durante il servizio militare, se n’è andata in una ditta rivale per protestare contro la sua partecipazione allo show; e suo figlio dice che lavorando con una palestinese "mi indebolisce come soldato".

Dall’altra parte, in Cisgiordania, Amal ha a che fare con problemi come le intimidazioni e per quello che si dice sul suo conto. Suo fratello, amareggiato, vede in sua sorella una collaborazionista per il fatto che lavora con il nemico, anche se lei ha accettato il lavoro per poterlo assistere. "È il cibo della co-esistenza?", le chiede quando rifiuta con rabbia un pasto che ha preparato per lui. Sua figlia di 12 anni viene picchiata dai compagni di scuola. "Dicono che la mamma sta collaborando con gli israeliani e che devono ucciderla", racconta suo nonno.

Principalmente in ebraico e in arabo – con sottotitoli in entrambe le lingue – Good Intentions è quello che il regista Uri Barabash, il film-maker israeliano che ha ricevuto una nomination all’Oscar e che si è formato alla London Film School con Mike Leigh negli anni settanta, chiama semplicemente una "svolta" per la tv generalista israeliana. Sebbene di recente sia stato mandato su Channel Two il popolare programma Arab Work, lì si trattava di una sitcom in cui degli arabi interpretano dei cittadini israeliani e il conflitto israelo-palestinese è del tutto assente.
In Good Intentions è onnipresente. E con un copione saldamente pessimistico, scritto dallo sceneggiatore israeliano Ronit Weiss-Berkovich, questa non è una commedia.

Ma, dice Barabash: "Ma quello che è più importante è che il principale canale della televisione israeliana sta mandando una volta alla settimana in prima serata un programma in cui metà dell’azione si svolge a Ramallah, in lingua araba e riguarda una famiglia palestinese. Ne sono molto felice e orgoglioso".

Come negli spettacoli televisivi di cucina, la compagnia Reshet del canale ci ha messo un po’ a mandare Good Intentions. L’ispirazione è arrivata dal Parents Circle-Families' Forum (Pcff), una radicata organizzazione che mette assieme famiglie israeliane e palestinesi vittime del conflitto. Uno dei suoi membri più noti è Robi Damelin, il cui figlio 28enne riservista dell’esercito, David, è stato ucciso da un cecchino palestinese nel 2002.

Damelin, che ritiene che "l’occupazione sta uccidendo la fibra morale di Israele" ha viaggiato a lungo per diversi anni in patria e all’estero per presentare il messaggio di reciproca comprensione del Pcff in partnership con Ali Abu Awwad, un detenuto palestinese veterano della prima intifada, il cui fratello, Yousef, è stato ucciso con un colpo di fucile a un checpoint da un soldato israeliano e che adesso è un sostenitore della resistenza non violenta.

Lei guarda a Good Intentions come a "un’opportunità molto insolita per gli israeliani di farsi un’idea dell’altra parte e viceversa, per vedere il lato umano del cosiddetto nemico".

A un certo punto il circolo ha buttato giù una proposta per UsAid in modo da ottenere una donazione per girare la serie. "Puoi immaginare come siamo rimasti sorpresi quando ci hanno detto di si", dice. Ma se il contributo umanitario Usa di circa 750mila dollari (tra un terzo e la metà del budget totale dello spettacolo) ha favorito la decisione della Reshet, Damelin crede ancora che la rete sia stata "incredibilmente coraggiosa" a mandare in onda il programma.

Il Pcff ha portato anche il cast a un incontro nel quale otto palestinesi e otto israeliani vittime del conflitto hanno raccontato le loro storie. Per Clara Khoury, l’emergente attrice araba israeliana di 31 anni, coprotagonista con Amal, è stato "davvero toccante e potente". In particolare è rimasta colpita da una giovane palestinese della Cisgiordania, Shireen, il cui fratello è stato sparato e ucciso dalle forze israeliane. "Questa persona, così forte, mi ha dato il coraggio per entrare in questo personaggio", dice, aggiungendo che anche prima "amava l’idea di questa serie. L’ho accettata senza leggere il copione".

Il segreto è stato allestire quella che il producer Haim Sharir chiama una "trappola" per gli spettatori israeliani che normalmente eviterebbero qualsiasi programma legato al conflitto – rendendo la storia così coinvolgente dal punto di vista emotivo che finiscono per "comprendere l’altra parte".

Ma se lui e Barabash sono arrabbiati per il fatto che avergli messo contro Euro 2008 ha mantenuto bassi gli ascolti dei primi cinque episodi attorno a 600mila telespettatori, (dopo il programma) è rimasto fianco a fianco con importanti serie da esportazione.

Alla domanda su quanto ancora possa penetrare nell’audience palestinese, Khoury dice che i riscontri avuti sono stati positivi – compresi quelli degli amici a Ramallah. E Al Jazeera adesso ha manifestato interesse a trasmettere lo spettacolo – che creerebbe un’alta audience potenziale nel mondo arabo.

Sharir crede che si tratti di una storia con cui il canale satellitare "potrebbe vivere se vuole mostrare l’altra parte per come realmente è".

(Traduzione di Carlo M. Miele per Osservatorio Iraq)

L’articolo in lingua originale