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Afghanistan, Iraq e il 'potere globale' degli Stati Uniti

Gli attacchi talebani in alcune zone strategiche di Kabul mettono in evidenza la difficile situazione degli Stati Uniti e dei suoi alleati Nato in Afghanistan. I segnali che si sono manifestati già una decina di anni fa rappresentano ora un'ombra sul presente e sul futuro del paese.

 

 

 

traduzione a cura di Rino Finamore

 

 

La guerra in Afganistan ha raggiunto ancora una volta il cuore di Kabul, con una serie di attacchi coordinati verso obiettivi occidentali ed afhgani, comprese ambasciate e il quartier generale della Nato.

Le tre diverse operazioni della capitale che hanno scompaginato il centro per 18 ore, sono state accompagnate da altri due attacchi nella città di Jalalabad, uno a Gardez e un altro nella città orientale di Pul-e-Alam.

L'esercito nazionale afghano e la polizia sono stati in prima linea nella gestione di quest'emergenza, secondo la strategia occidentale di restituire a queste due istituzioni più responsabilità, nonostante sia poi stato necessario l'intervento di elicotteri d'assalto statunitensi per portare a termine le operazioni di difesa.

Gli attacchi di Kabul dimostrano come relativamente pochi talebani siano stati coinvolti (circa 40 direttamente e molti altri in supporto), quanto sofisticate siano state queste operazioni (per portarle a termine è servito un certo lavoro di intelligence e molto tempo di preparazione) e quanto siano stati colti di sorpresa sia la Nato che le forze afghane (nonostante gli attacchi di agosto-settembre 2011, come si può leggere in un altro articolo di Open Democracy del 22 settembre 2011 al seguente link "America's wars: the logic of escalation").

Questi attacchi arrivano in un momento particolarmente duro per la coalizione occidentale: il governo australiano ha già annunciato un piano di ritiro accelerato delle sue truppe, mentre i sondaggi parlano di un supporto alla guerra da parte degli americani pari al 30% della popolazione contro un 62% di afghani che dichiarano il loro rifiuto alla presenza statunitense sul loto territorio (Jim Lobe, "Taliban Attacks Weaken U.S., NATO Position", IPS/TerraViva, 18 April 2012).

Di conseguenza si capisce perfettamente come nonostante l'insistenza della Nato sull'opportunità di questa guerra, stiano comunque crescendo di molto le critiche ("Afghanistan: the new endgame", 16 March 2012).

Le più severe arrivano proprio da informatori in prima linea come il tenente colonnello Daniel Davis, secondo il quale rivendicazioni e propositi di progresso di questa guerra sono privi di senso ( "Afghan war whistleblower Daniel Davis: "I had to speak out - lives are at stake", Observer, 14 April 2012).

A Washington, queste critiche continuano ad animare un intenso dibattito sul destino dell'intero dossier Afghanistan, che si estenderà sicuramente alla prossimo summit Nato, in programma a Chicago il 20 e 21 maggio (anche se molti degli interventi non saranno resi pubblici).

 

 

I segnali premonitori

 

Dal momento che il pieno fallimento della missione in Afghanistan è sotto gli occhi di tutti bisogna cercarne le motivazioni.

L'ex diplomatico Carne Ross, dimessosi proprio per la politica irachena portata avanti dalla Gran Bretagna presso le Nazioni Unite lo ha messo nero su bianco:  "La realtà è stata quella che abbiamo preso le parti di una sola fazione, in una guerra civile che andava avanti da decenni, che non è terminata nonostante la presenza degli alleati e che aumenterà in scala dopo l'uscita di scena delle forze militari occidentali. I talebani avrebbero dovuto essere esclusi da qualsiasi possibile ruolo nelle ricostruzione del paese ed era stato deciso semplicemente che dovessero completamente sparire dalla scena politica" (Carne Ross, "An illusion exposed", Guardian, 17 April 2012).

 

 

Il pantano militare

 

Da novembre 2001, una combinazione di fattori - tra cui il rafforzamento del potere aereo militare e delle forze speciali statunitensi, e in particolare l'armamento e il rafforzamento delle milizie dell'Alleanza del Nord - hanno garantito il relativamente facile rovesciamento dei talebani.

A dicembre sembravano essere scomparsi, nonostante molti si fossero ritirati imbattuti dalla capitale Kabul.

Lo stato d'animo a Washington si era trasformato da shock (e rabbia) post-11 settembre a trionfo, con la conseguenza che il mirino fu subito spostato dall'amministrazione Bush verso il regime iracheno di Saddam Hussein. 

La sua eliminazione era stato il perno dell'influente programma di rivitalizzazione del 'potere globale' degli Stati Uniti ( il cosiddetto “Project for a New American Century”) .

Quello che non veniva detto, se non da qualche sporadico giornale specializzato in temi militari, e che è ampiamente e mediaticamente dimenticato anche oggi, è che in molte zone, soprattutto a sud-est dell' Afghanistan, la guerra continuava nonostante la fantomatica vittoria del tardo 2001.

Una delle poche fonti che ne ha parlato e ne ha scritto è stata proprio Open Democracy. Tra i molti articoli ricordiamo quelli sulle intense battaglie di marzo 2002, soprattutto nella zona di Gardez ( "The spiral of war" [7 March 2002], "No end in sight" [20 March 2002]); e su una serie di attacchi di guerrilla avvenuti nello stesso anno ("An arc of conflict", 23 May 2002).

 

 

Il quadro ideologico

 

Questo ritorno ai primi momenti della guerra in Afganistan (2002-2003) fa nascere spontanea una domanda: perché i continui segnali di una resistenza sul terreno assolutamente combattiva e problematica è stata ignorata?

La risposta sta in una sola parola: Iraq.

Anche a marzo del 2002, la Casa Bianca era quasi esclusivamente preoccupata di porre fine al regime di Baghdad.

Questo accanimento ha favorito la prospettiva di contenimento dello storico nemico statunitense, l'Iran, stabilendo delle basi militari americane in Afghanistan e Iraq, e lo spiegamento della quinta flotta per la messa in sicurezza del Golfo Persico e del Mar Arabico.

I numerosi attacchi talebani in Afghanistan del 2002 non hanno alterato l'inflessibile focus americano sull'Iraq.

Un'attitudine mentale che non voleva assolutamente vedere le conseguenze di quello che stava accadendo oltre mille chilometri ad est di quel paese.

Le conseguenze delle valutazioni sbagliate all'epoca si sentiranno sicuramente nei prossimi decenni, oltre agli otto anni di guerra  in Iraq, le cui devastanti conseguenze si vedono ancora oggi, e i 12 di Afghanistan.

In quest'ultimo caso la sinistra prospettiva è proprio quella di un conflitto che durerà anche quando le forze occidentali si saranno ritirate. La cronaca di una guerra annunciata continua.

 

Questo articolo è apparso su Open Democracy.

 

21 aprile 2012

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