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Berberi e Nord Africa, “una questione aperta”. Intervista a Salem Chaker (parte I)

 

In occasione della conferenza “Les langues et le national. Penser le politique au Maghreb par le biais des langues” (Tunisi, 31 maggio), Osservatorio Iraq ha incontrato l’accademico franco-algerino cercando di fare il punto sullo stato attuale della rivendicazione identitaria e le possibili evoluzioni.

 

 

 

Salem Chaker è un sociolinguista nato in Francia da una famiglia cabila, emigrata pochi anni prima dello scoppio della Guerra d’Algeria. I legami del professor Chaker con la terra nativa, però, non sono mai venuti meno, dati i lunghi periodi trascorsi durante l’infanzia e l’adolescenza in un piccolo  villaggio della regione berberofona.

Il trovarsi in Algeria nel 1963, anno della prima rivolta cabila, ha giocato un  ruolo fondamentale nel mio percorso di formazione e nelle mie scelte future. La mia famiglia si era impegnata nella lotta per l’indipendenza, avevamo preso coscienza della nostra algerinità ma parlavamo una lingua che era bandita dalle autorità nazionali...è stato uno choc!”.

Professore di lingua berbera all’INALCO (Institut national des langues et civilisations orientales), ricercatore al CNRS e all’Université de Provence, Chaker è anche autore di numerose opere sul mondo berbero e sulla questione identitaria amazigh in Nord Africa*.

Osservatorio Iraq l'ha incontrato e intervistato.  

 

Dal 2011 si è parlato molto di “primavera araba”. Qual è stato invece l’apporto del “fattore amazigh”, dell’esigenza identitaria berbera, in questa serie di sollevazioni popolari che hanno caratterizzato quasi tutta la regione nordafricana?

Siamo di fronte a situazioni differenti per ogni paese. Senza dubbio il fattore berbero ha giocato un ruolo importante in Libia, anche sul piano militare dato che gli attivisti hanno partecipato in massa all’insurrezione contro Gheddafi, alla presa di Tripoli, e hanno preso subito il controllo della frontiera con la Tunisia. C’è stato un coinvolgimento notevole, tanto più sorprendente per il fatto che non era prevedibile...i berberi libici erano un oggetto sconosciuto alla scienza sociale e alla scienza politica da almeno mezzo secolo!

Per quanto riguarda gli altri paesi, l’Algeria va trattata a parte dato che la “primavera” del 2011 non ha avuto un impatto significativo. Il Marocco invece è un caso interessante..sebbene non penso che il movimento amazigh - inteso come blocco di protesta - abbia giocato un ruolo fondamentale nella dinamica prodottasi tre anni fa.

La questione identitaria era già aperta e presente nel dibattito sociale e politico. La militanza berbera ha senz’altro dato il suo apporto, al fianco di altri attori sociali e politici, nelle contestazioni passate alla storia come Movimento 20 febbraio, ma non c’è stata una sollevazione specificamente berbera come invece è stato il caso per la Libia.

Eppure, una delle novità apportate dalla nuova Costituzione fatta approvare in fretta e furia dalla monarchia in quel frangente (2011) è il riconoscimento dell’amazigh come lingua ufficiale del paese (“al fianco dell’arabo”, art. 5)...

Il regime marocchino ha saputo utilizzare questo aspetto della protesta ed è salito sul treno della rivendicazione amazigh per evitare una cristallizazione politica della questione identitaria (come già avvenuto in Algeria). Tanto più che il movimento amazigh marocchino, sebbene costituisca una realtà imprescindibile sul piano associativo e dell’attivismo studentesco, non ha ancora raggiunto un vero e profondo ancoraccio sociologico nel panorama rural-popolare. Ed è quindi più facile da arginare..

Da una parte, quindi, la militanza berbera ha approfittato di una situazione di contestazione generalizzata, dall’altra la monarchia ha cercato di gestire a suo favore la situazione.

In altre parole, non è che il sovrano Mohammed VI sia diventato improvvisamente un berberista, ma ha cercato – anche attraverso il fattore amazigh – di consolidare l’idea di una “specificità marocchina” capace di assicurare stabilità in un contesto di sollevazioni e sconvolgimenti.

Non pensa che in Marocco il movimento amazigh abbia raggiunto un grado di maturità tale da permettergli di oltrepassare una rivendicazione strettamente identitaria per raggiungere una dimensione più propriamente politica e democratica?

Non direi, almeno non come tendenza generale. Penso piuttosto che il movimento amazigh, preso nella sua globalità storica e numerica, sia piuttosto rispettoso dello Stato e della monarchia che lo guida. Di certo non vi è una una rivendicazione politico-democratica chiara e flagrante, tanto più che il movimento non ha un’unità di fondo e le sue componenti sono variegate, alcune vicine al makhzen (regime) altre molto distanti, quasi in posizione di dissidenza.

La sitazione non è paragonabile a quella dell’Algeria, dove gli attori della contestazione berbera sono anch’essi variegati ma riuniti da un capitale storico comune che si riflette nella chiara opposizione al potere centrale e nella precocità della formulazione di rivendicazioni politiche e sociali, presenti già prima della sollevazione cabila nel 1963.

Le evoluzioni recenti tuttavia, gli ultimi 10 anni e soprattutto il post-2011, sono ancora da osservare e comprendere. Di sicuro il movimento amazigh marocchino sta attraversando cambiamenti e ricomposizioni. Da un lato la vecchia generazione, spesso legata ai partiti tradizionali cooptati dal regime, ha fatto il suo tempo, dall’altro i limiti e le incertezze che accompagnano l’ufficializzazione dell’amazigh possono rimettere in discussione gli orientamenti, le posizioni e gli eventuali compromessi degli attivisti.

La condizione attuale seguita al riconoscimento ufficiale - sostanziale impasse, promesse non mantenute sul piano dell’insegnamento - potrebbe così favorire, anche se non in maniera immediata, un ritorno in forze e una radicalizzazione della rivendicazione. Senza contare che la questione linguistica non è mai totalmente scissa dalla situazione socio-economica, impietosa, vissuta in alcune regioni berberofone.

Le misure adottate dal governo marocchino, come quelle precedentemente intraprese in Algeria, non bastano a spegnere la brace berbera alimentata nei lunghi decenni post-indipendenza....

Quale tra i diversi contesti nordafricani, utilizzando la lente della questione identitaria amazigh, le sembra il più promettente: il Marocco dove la lingua è ormai riconosciuta dalla Costituzione o una Libia ancora da costruire?

La Libia. Sebbene il peso demografico dei berberi libici - 7-800 mila secondo le cifre in circolazione - sia limitato e ben inferiore a quello dei berberi marocchini, vi è alla base una differenza situazionale sostanziale: dopo quarant'anni di negazione e repressione sotto Gheddafi, i berberi di Libia si trovano in una fase di doppia affermazione - linguistica e comunitaria - ben strutturata. Da due anni è stato creato un Consiglio libico amazigh che coordina le varie comunità sul territorio (Zwara, Nefussa, la frontiera con la Tunisia..) e si propone come attore politico.

In generale in Libia vi è una situazione più costruita, con rivendicazioni chiare e una notevole capacità di autorganizzazione. In alcune zone c'è stata una berberizzazione totale dello spazio pubblico, sono state create radio amazigh, l'insegnamento della lingua funziona regolarmente e la bandiera amazigh è visibile dappertutto. L'insorgere di una coscienza politica è stata molto più solida e fulminea che in Marocco.

In prospettiva, tutto dipenderà dall'instaurazione dei rapporti di forza, da quale sarà l'evoluzione globale del paese…tuttavia, quello che sappiamo fino ad ora è che i berberi libici controllano bene il proprio territorio e sopperiscono all'assenza o all'incapacità di un'autorità centrale. Ma il contesto, ripeto, non è paragonabile a quello marocchino.

In Libia la popolazione amazigh è portatrice di una doppia specificità, linguistica e religiosa (la quasi totalità dei berberi è ibadita), che facilita la coesione comunitaria. Senza contare che in Libia le "frontiere etniche" restano ancora nette e ben visibili, mentre in Marocco la distribuzione demografica è più sfumata e diluita.

(continua...)

 

* Tra le sue opere più importanti ricordiamo: "Berbères aujourd'hui", L'Harmattan, Paris (1989); "Hommes et femmes de Kabylie", Edisud, Aix-en-Provence (2000); "Berbères de Libye : un paramètre méconnu, une irruption politique inattendue", in Politique africaine n. 125, 2012, pp. 105-126 (clicca qui per consultare l’articolo in lingua originale).

 

 

24 Giugno 2014
di: 
Jacopo Granci
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