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Berberi e Nord Africa, una questione aperta. Intervista a Salem Chaker (parte II)

In occasione della conferenza « Les langues et le national. Penser le politique au Maghreb par le biais des langues » (Tunisi, 31 maggio), Osservatorioiraq ha incontrato l’accademico franco-algerino cercando di fare il punto sullo stato attuale della rivendicazione identitaria e le possibili evoluzioni.

 

Salem Chaker è un sociolinguista nato in Francia da una famiglia cabila, emigrata pochi anni prima dello scoppio della Guerra d’Algeria. I legami del professor Chaker con la terra nativa, però, non sono mai venuti meno, dati i lunghi periodi trascorsi durante l’infanzia e l’adolescenza in un piccolo  villaggio della regione berberofona.

“Il trovarsi in Algeria nel 1963, anno della prima rivolta cabila, ha giocato un  ruolo fondamentale nel mio percorso di formazione e nelle mie scelte future. La mia famiglia si era impegnata nella lotta per l’indipendenza, avevamo preso coscienza della nostra algerinità ma parlavamo una lingua che era bandita dalle autorità nazionali...è stato uno choc!”.

Professore di lingua berbera all’INALCO (Institut national des langues et civilisations orientales), ricercatore al CNRS e all’Université de Provence, Chaker è anche autore di numerose opere sul mondo berbero e sulla questione identitaria amazigh in Nord Africa.*

(.....continua dalla Parte I)

Parliamo ancora di Libia, spesso considerata un "buco nero" dal nostro panorama mediatico. Vorrei approfittare della sua presenza per fare maggior chiarezza su quello che sta accadendo nelle zone berbere e sulla loro interazione con il resto del paese...

Possiamo dire che i comitati locali, ben organizzati e installati sul territorio, controllano e gestiscono queste zone garantendo la sicurezza e il sostegno economico alle popolazioni. Sono loro ad assicurare anche l'insegnamento della lingua. Rispetto alle autorità centrali si è arrivati invece ad una situazione di non riconoscimento reciproco. Negli ultimi periodi è stata anche dibattuta l'ipotesi della costituzione di un Parlamento amazigh, una struttura elettiva e rappresentativa della minoranza berbera.

Allo stesso tempo questi comitati danno prova di estrema prudenza, visto il ridotto peso demografico e l’effetto negativo che avrebbe un’eventuale ritorsione: per questo non vi è stata ancora la formulazione di una vera richiesta di autonomia, al contrario di altre regioni libiche (Cirenaica in primis) fortemente animate da tendenze centrifughe. Anche su questo punto però, come accennavo prima, bisogna capire come si muoveranno le autorità di Tripoli. Il primo governo provvisorio, ricordiamolo, aveva assunto posizioni marcatamente anti-berbere, spingendo le comunità a reagire e a prendere il controllo delle loro zone. L'ideologia panarabista è ancora molto forte, come pure le influenze islamiste di diversa natura..

Proprio l'iscrizione della sha'aria tra i "pilastri" della dichiarazione costituzionale (non ancora trasformata in costituzione) fu uno dei fattori che spinsero gli attivisti berberi a reagire contro il CNT e il successivo governo provvisorio..

Sì, e d'altronde siamo di fronte ad una situazione piuttosto singolare. I berberi, di confessione ibadita (ramo dell'islam considerato eterodosso, ndt), sono favorevoli ad una costituzione laica - che proteggerebbe il loro particolarismo - e non ad una costituzione a carattere islamico, improntata sul sunnismo malikita, che tornerebbe ad escluderli e contribuirebbe alla loro marginalizzazione (se non addirittura repressione).

Tornando a monte, la Libia può essere considerata un laboratorio a cielo aperto, dove la minoranza berbera si sta dimostrando ben salda sui propri principi, sebbene per il momento prudente in sede di confronto politico su scala nazionale.

Cambiamo contesto e spostiamoci in Algeria. Lei ha già detto che le sollevazioni del 2011 non hanno interessato la Cabilia…perché? Qual è la situazione in questa regione, pioniera nella storia della rivendicazione dell'identità berbera?

L'Algeria e la Cabilia in particolare sono molto più orientate verso l'Europa e la Francia che verso il mondo detto "arabo", è una loro specificità. Non bisogna dimenticare che questa regione vive con un piede sull'altra sponda del Mediterraneo, a seguito di un'emigrazione massiccia e storicamente radicata. Inoltre, i fallimenti - anche sanguinosi - con cui si sono concluse le sollevazioni locali del 2001-'02 hanno lasciato una certa stanchezza, e inculcato una necessaria prudenza tra la popolazione. La Cabilia si muoverà solo quando sarà direttamente colpita o chiamata in causa. Dopo essere stata a lungo anticipatrice in tema di contestazione e ribellione, sembra aver assunto ormai una posizione attendista se non apertamente "difensiva". Resta comunque un vulcano non spento.

Altro fattore che indebolisce la resistenza della regione è la frammentazione politica maturata a partire dagli anni '90. Una frammentazione che nelle situazioni di crisi può essere ovviata trovando mezzi alternativi di autorganizzazione - come avvenuto durante la "primavera nera" del 2001 - ma che mostra tutti i suoi limiti quando si tratta di tradurre la mobilitazione in progetto politico e sociale. Ultimo aspetto che spiega l'apparente immobilità della Cabilia è la strategia di integrazione/cooptazione delle sue elite negli ingranaggi dello Stato, una situazione simile a quella sperimentata in Marocco nell'ultimo decennio.

Qual è invece la situazione a livello socio-economico?

Da questo punto di vista la Cabilia si trova in un vicolo cieco. La spinta demografica continua ad essere forte, mentre sono ridotte le possibilità migratorie sia verso la Francia che verso Algeri. Le nuove generazioni che si confrontano con il mercato del lavoro non trovano niente e il reclutamento pubblico non riesce ad assorbire tutti questi candidati alla disoccupazione. Siamo di fronte ad un'impasse socio-economica che rischia di diventare particolarmente esplosiva, considerato il fenomeno di crescente urbanizzazione che da un lato amplifica il degrado e dall'altro aumenterebbe l'impatto di un'ipotetica sollevazione.

Restiamo in Algeria e continuiamo a parlare di questione berbera e di contesti potenzialmente esplosivi. Che cosa sta succedendo nella valle del fiume Mzab? Da qualche mese si rincorrono le notizie di scontri tra gli abitanti mozabiti e la popolazione arabofona...

Il conflitto nel Mzab dura da diverso tempo, non è un fenomeno recente. Questa regione, situata tra la fascia costiera del nord e il deserto del profondo sud algerino, era popolata quasi esclusivamente da berberofoni, i mozabiti appunto, fino agli anni ’50-’60. I suoi abitanti, portatori del doppio particolarismo religioso (ibaditi) e linguistico, controllavano il territorio e l’economia locale, basata essenzialmente sui prodotti delle oasi, l’agricoltura e gli scambi commerciali.

Al momento dell’indipendenza algerina, tuttavia, lo Stato centrale ha soppiantato in blocco le strutture comunitarie tradizionali ed ha espropriato gran parte delle terre collettive. Contemporaneamente, le nuove autorità hanno favorito l’insediamento delle tribù arabofone circostanti - fino a quel momento nomadi - e l’immigrazione dalle altre regioni in vista dello sfruttamento delle risorse minerarie del Sahara. Le città tradizionali, come Ghardaia ad esempio, hanno assorbito i nuovi arrivi e le costruzioni hanno invaso le zone adiacenti alle oasi, in prossimità delle terre coltivabili e delle risorse idriche. Così è stato smantellato un sistema basato su una complementarietà antica e ben rodata, favorendo la comparsa dei conflitti per la terra e le sue risorse.

Gli scontri nel Mzab condensano i dissapori di natura socio-economica legati all’espropriazione in atto e le rivalità etnico-religiose, mentre le autorità - nella migliore delle ipotesi - stanno a guardare, quando non appoggiano apertamente le tribù arabofone seguendo l’esempio fornito dal FLN fin dagli anni ’70. Il caso dei mozabiti rischia di prendere una piega tragica, considerato che la popolazione conta appena 250 mila persone - ormai in netta inferiorità rispetto agli insediamenti arabofoni - e che lo Stato non sembra avere alcuna intenzione di tutelarle.

Una prospettiva che sa di déjà vu, per restare sempre in contesto algerino…

Sì, è quello che è successo alla popolazione tuareg. Una comunità che ha funzionato in maniera autonoma per secoli si è ritrovata intrappolata, fino ad essere strangolata, in un nuovo quadro amministrativo, politico, giuridico e socio-economico. Negli ultimi 40 anni l’arrivo dell’amministrazione algerina e delle società di estrazione petrolifera nelle zone di Tamanrasset e Adrar ha progressivamente emarginato gli abitanti originari, i tuareg, la cui situazione si è aggravata con gli esodi massicci di profughi dal nord del Mali.

Torniamo in Marocco. Ne ha già parlato all’inizio dell’intervista, ma vorrei riprendere l’analisi della costituzionalizzazione del tamazight come lingua ufficiale del regno… Quali ombre si nascondono dietro questo salto in avanti della monarchia alawita?

Siamo ancora in una situazione di osservazione, ma questo non ci impedisce di trarre qualche conclusione. Della legge organica necessaria all’applicazione dell’art. 5 non c’è ancora traccia dopo tre anni di attesa, di conseguenza non vi sono ancora effetti concreti, se si esclude che la berberità non è più considerata un tabù.

La domanda da porsi è: siamo in una situazione in grado di assicurare perennità all’evoluzione del tamazight? Ho molte riserve. Non si sa quale sarà la natura di questa legge, a parte che limiterà gli ambiti di applicazione secondo i criteri che fisserà il governo.

Poi, l’approccio globale alla questione è lacunoso, miope. Finché si continuerà a dire che il tamazight è “la lingua di tutti i marocchini” si resterà nell’ipocrisia e nella negazione della realtà, e si negherà all’idioma berbero la possibilità di svilupparsi e consolidarsi. Una lingua infatti esiste solamente se è il mezzo di comunicazione di una data comunità in uno spazio preciso, non c’è lingua al di fuori della società e dei suoi locutori.

Consolidare il tamazight vuol dire che questa lingua deve assumere un ruolo determinante e prioritario nelle regioni tradizionalmente berberofone e per tutti i berberi in generale. Significa darle i mezzi per riconquistare gli spazi da cui è stata esclusa (la maggioranza della popolazione dell’Atlante era monolingua negli anni ’50, ora la sua percentuale si è notevolmente ridotta). Non è con 2-3 ore a scuola a settimana, nel migliore dei casi, che si riuscirà a controbilanciare l’influenza dell’arabo classico, dell’arabo dialettale e del francese.

In un contesto di dominazione, come quello preso in esame, se si vuole proteggere una lingua bisogna che lo Stato metta in atto una politica estremamente volontarista - berberizzare le amministrazioni, impartire lo stesso numero di lezioni di arabo e di berbero... - gli esempi internazionali non mancano, dalla Catalogna al Quebec. In Marocco siamo lontanissimi da questa situazione... 

Seppur con sfumature diverse e molti punti critici, negli ultimi anni abbiamo visto cadere le linee rosse della diversità linguistica e culturale che avevano caratterizzato gli Stati maghrebini post-inidipendenza, improntati al culto “pan-arabista”. Il passo compiuto - in alcuni casi anche a livello istituzionale - va verso la progressiva scomparsa/soluzione della “questione berbera” o piuttosto lascia presagire un aumento della conflittualità e un salto di qualità nei contenuti nella portata di questa rivendicazione?

Tutto dipende dall’evoluzione del contesto regionale, al di là della questione berbera in sé. Da cosa ne sarà della Libia, dell’Algeria e del Marocco....tuttavia il quadro politico è tale che è difficile immaginare una reale apertura democratica e un “compromesso storico” su questo punto. In Marocco e in Algeria siamo di fronte a delle oligarchie distanti anni luce dalla realtà e dalla società che governano, prive di una visione a lungo termine. Resto profondamente scettico sulla possibilità di una “evoluzione pacifica” e credo che in futuro assisteremo ad un aumento della conflittualità.

La situazione è instabile, i problemi socio-economici sono profondi e radicati e i regimi in carica non sembrano in grado di assicurare una trasizione. La loro stessa natura glielo impedisce, ripeto, si tratta di oligarchie che si sono appropriate dell’apparato pubblico e che funzionano seguendo la logica dell’accaparramento, della corruzione e dell’economia di rendita. Sarò ancora più brutale e me ne scuso, ma ritengo che l’analisi di questi regimi sia più di competenza della sociologia delle organizzazioni mafiose che della politiologia.

 

* Tra le opere più importanti ricordiamo: “Berbères aujourd'hui”, L'Harmattan, Paris (1989); “Hommes et femmes de Kabylie”, Edisud, Aix-en-Provence (2000) ; « Berbères de Libye : un paramètre méconnu, une irruption politique inattendue », in Politique africaine n. 125, 2012, pp. 105-126 (clicca qui per consultare l’articolo in lingua originale).

 

30 Giugno 2014
di: 
Jacopo Granci
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