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Charlie Hebdo. La pericolosa banalità dell'ovvio

Davanti alla tragedia di Parigi abbiamo scelto di restare, almeno per un po', in silenzio. Perché forse, più che dare risposte, è il momento di porsi delle domande. 

 

 

 

Il dramma esalta quelle parti di noi che meno conosciamo. Ci costringe a piangere, ad arrabbiarci, ad imprecare, come fossimo travolti. Noi, giornalisti e ricercatori che ci occupiamo di Maghreb e Mashreq, conosciamo bene queste sensazioni e quando abbiamo assistito al massacro dei giornalisti francesi di Charlie Hebdo non abbiamo atteso prima di manifestare la nostra solidarietà, affidando ai social il nostro messaggio.  

Del resto, sono anni che vediamo giornalisti essere condannati per ciò che hanno detto, scritto, talvolta solo pensato.

Uccisi per un’opinione, frustati per un ideale. I nostri occhi sono pieni delle immagini dei corpi dei civili straziati e torturati in Siria, in Palestina, in Iraq. 

Nelle nostre orecchie risuonano, da tempo, le parole dei terroristi di al-Qaeda, dei signori della guerra in giacca e cravatta, dei partiti razzisti e xenofobi che attaccano a giorni alterni prima l'Islam e poi gli arabi.

E talvolta anche delle autorità e dei potenti, che condannano un terrorismo che hanno contribuito a creare, salvo fare affari sotto banco con governi che hanno fatto della libertà di espressione il principale nemico da combattere. 

Forse per questo dinanzi alla tragedia di Parigi abbiamo scelto di rimanere, almeno per un po', in silenzio. 

Perché, checché ne dica qualcuno, i morti hanno tutti lo stesso valore e le tragedie tutte i medesimi connotati. Perché noi sappiamo bene che l'Islam non è questo, che non siamo in guerra con nessuno, e men che meno in una guerra voluta da un Dio. 

Siamo rimasti in silenzio perché non abbiamo bisogno di cavalcare l'onda sensazionalistica mediatica che lascia parlare tutti e a tutti lascia dire la propria: dai colleghi che fino a ieri si sono occupati di tutt’altro, ai politici ospiti fissi in trasmissioni televisive in cui interloquiscono propinando ognuno la propria verità, in spregio delle più elementari nozioni; sino ai nuovi esperti che si improvvisano analisti sciorinando dati e statistiche scopiazzati qui e là, che innalzano le parole dei dittatori a perle di saggezza. 

I fatti di Charlie Hebdo, lungi dall'aver trovato ancora una precisa connotazione, hanno infatti già ottenuto un primo, inoppugnabile risultato. Hanno reso manifesta l'ignoranza, tremenda e drammatica, che ci circonda e che - ahi noi - è imperante vulgata sui media nostrani (e non solo). 

(Come avremmo altrimenti scoperto che, secondo la Fox News, Birmingham è ormai al 100% una roccaforte sunnita? Come avremmo potuto mai sapere che ci sono migliaia di musulmani pronti a sgozzarci sull'uscio di casa? Chi ci avrebbe ricordato l'esigenza di un Patriot Act europeo?).

Ecco cosa succede ad aprire bocca. Non senza pensare, perché una malsana logica dietro tutto questo c'è. Ma senza sapere.

Perché gli esperti di mondo arabo ed islamico in Italia ci sono, ma vengono ignorati, bypassati dal tuttologo di turno che deve - e sottolineiamo deve - dire la propria, essere o non essere Charlie, schierarsi di tutta fretta in un gioco delle alterità  fra “noi” e “loro” che genera, in ultima analisi, odio, ed impone la presunta supremazia di una cultura sull’altra.

Per poi sparire, spostandosi un passo più in là, una volta che le accecanti luci dei media sono puntate altrove. 

Non senza aver lasciato dietro di sé, però, i pericolosi semi di una banalizzazione a cui il nostro sistema mediatico ci ha abituati. Quella che contrappone opposte tifoserie, che invoca lo schieramento necessario, che chiama ad una presa di posizione per l’uno o l’altro, nella quale l’altro, generalmente, alla fine soccombe.

Come soccombe, vittima del pregiudizio e della stigmatizzazione, il necessario approfondimento per comprendere fenomeni e contesti, lasciando spazio ad una indignazione che – ci spiace constatarlo – si attiva “ad orologeria”, e dimentica altre vittime sacrificate sull’altare della libertà di espressione, che hanno avuto la sfortuna di divenire tali un po’ più lontano dal nostro uscio di casa.

E, dunque, sono state ignorate. 

E’ il caso dei tanti operatori dell’informazione morti solo nel 2014 per svolgere il proprio lavoro nel mondo, uccisi da “bombardamenti intelligenti” o declassati a “danno collaterale”, per i quali non ci sono stati cartelli, ne’ hashtag, ne’ imponenti manifestazioni. 

E' un gioco che abbiamo visto già tante altre volte in passato. 

Risposte facili, è bene saperlo, non ce ne sono. E nemmeno indolori, o incontrovertibili e corrette. 

E allora, forse non è il momento di fornire risposte, ma di concentrarsi sulle domande. 

Di interrogarsi sui perché, di comprendere, di riflettere, ma soprattutto di studiare. Perché il mondo arabo ed islamico non si decifra in una settimana o forse, diceva qualcuno dei nostri insegnanti, non lo si decifra mai del tutto. 

Ci sono infinite sfaccettature da considerare che generalizzando è impossibile cogliere.

Non che non si debba parlare, discutere, sbagliare, ma quanto meno rifuggire dall'ovvio.

Perché l'ovvio è pericoloso, nella sua pur apparentemente innocente banalità. 

 

 

 

18 Gennaio 2015
di: 
Redazione