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Della Siria e del Libano. Intervista a Robert Fisk (II parte)

Il ruolo di Internet nel giornalismo di oggi. E ancora, la Siria di Asad e i cambiamenti che stanno investendo il Medio Oriente. Ecco la seconda parte di una lunga intervista realizzata da Osservatorio Iraq a Robert Fisk, storico corrispondente che da oltre 30 anni lavora tra Iraq, Afghanistan, Siria, Libano e Palestina. 

 

 

"Non dobbiamo sorprenderci della violenza in Siria. Ma come tutti i racconti, la versione ufficiale presenta dei trabocchetti che non dobbiamo ignorare. Ad esempio sappiamo che ci sono uomini armati che combattono truppe governative. Ho visto con i miei occhi combattimenti fra l'esercito siriano e le truppe dei ribelli nelle vicinanze del confine libanese. E' vero che la maggior parte dei civili siriani uccisi in strada cade sotto i colpi dell'esercito regolare, ma è anche vero che, fin dal principio della guerra, i militari siriani non sono stati gli unici a compiere atti del genere".

 

Giornalisti ed analisti parlano di una rivoluzione in Siria, altri ancora di una guerra civile...

Rivoluzione e guerra civile sono due concetti che non si escludono vicendevolmente. Non sono avvenimenti che si contrastano. Pensiamo alla Rivoluzione russa del 1917, durante la quale si consumò una drammatica guerra civile o alla Rivoluzione Francese e alle mattanze di civili. Ripeto: la violenza in Siria non deve sorprenderci. Piuttosto è un altro l'elemento che personalmente mi sorprende e non faccio riferimento solo allo scenario siriano. Se osserviamo le recenti rivolte arabe dobbiamo constatare come queste si siano svolte all'interno dei confini coloniali che noi occidentali abbiamo disegnato per quella regione geografica. Nessun egiziano è andato ad aiutare l'opposizione libica se escludiamo ovviamente singoli soggetti o le azioni individuali. Il dato di fato è questo: gli egiziani non hanno aiutato i libici, i giordani non hanno attraversato il confine per i siriani.

Le rivoluzioni si stanno delineando come fenomeni nazionali. Ed inoltre, altro elemento che va sottolineato, le rivoluzioni nel mondo arabo sono iniziate ben prima del 2011.

A cosa fa riferimento?

Penso all'Egitto e al movimento dei sindacati. Penso ad una realtà come Mahallah a nord del Cairo, dove da sempre si produce e lavora il cotone. Penso al 2006 quando proprio a Mahallah ci fu una rivoluzione e i lavoratori locali chiesero le dimissioni di Mubarak. Ci furono tre giorni di sciopero durissimo con scontri, lanci di pietre e lacrimogeni. Al quarto giorno il governo acconsentì alle loro richieste riguardanti l'aumento della paga e la protesta si fermò. Quando il 25 gennaio 2011 ha avuto inizio la rivoluzione egiziana i lavoratori di Mahallah sono andati in Piazza Tahrir per mettere la loro esperienza al servizio dei manifestanti. Leggendo in questo modo i fatti possiamo forse affermare che la rivoluzione egiziana è iniziata già nel 2006. Credo che le future ricerche in campo accademico dovranno incentrarsi proprio su questo, sull'interazione di questi diversi soggetti all'interno del contesto nazionale. Se mi permette però vorrei tornare all'analisi del contesto siriano.

Prego.

In Siria sono attualmente in corso due conflitti: una nuova guerra fredda (Russia vs Stati Uniti d'America) ed uno scontro fra gli interessi iraniani e quelli occidentali. Ovviamente l'intento di distruggere la Siria mira direttamente al cuore dell'Iran. A noi in realtà interessa poco di Damasco quanto piuttosto dell'Iran. Se Teheran dovesse rompere i suoi legami con la Siria sarebbe completamente isolato dal mondo arabo ed Hezbollah avrebbe moltissimi problemi di rifornimento di armi: è ben noto infatti che l'Iran manda armi al Partito di Dio attraverso la Siria. Per tutti questi motivi, considerando la posta in gioco, c'è sicuramente un coinvolgimento di soggetti esterni, che perseguono i loro interessi, fra le fila dei ribelli. 

Non crede che anche l'Iran stia aiutando con uomini e truppe l'esercito siriano?

No. Io sono stato sul fronte con le forze regolari siriane e non ne ho visti. Piuttosto ho visto come i soldati siriani adottano alcuni accorgimenti per differenziarsi dai ribelli visto che le uniformi sono praticamente identiche. Ogni soldato dell'esercito indossa un braccialetto il cui colore cambia ogni giorno: verde, giallo e così via. In tal modo cambiando ogni giorno il colore del bracciale i soldati possono riconoscere facilmente i loro commilitoni evitando di fare confusione e di colpire i soggetti sbagliati. Di confusione c'è n'è tantissima in Siria, specialmente fra le fila dell'opposizione dove si raccolgono islamisti, salafiti...

E sul coinvolgimento dei salafiti cosa ci dice?

Tempo fa sono entrato in una prigione militare siriana a Damasco. Ho potuto parlare, senza la presenza di agenti siriani, con alcuni prigionieri: un ribelle siriano, un turco che era venuto in Siria per compiere il jihad e che mi ha spiegato nei dettagli il suo percorso di addestramento, ed infine con un cittadino franco-algerino nato a Blida che aveva servito nell'esercito francese. Tornato a Beirut, ho deciso di andare all'ambasciata francese per informarli che un loro cittadino era rinchiuso in una prigione siriana: nessuno sapeva infatti che l'uomo di Blida fosse in Siria per il suo personale jihad. C'è chiaramente una presenza straniera fra le fila dell'opposizione ed è una presenza reale. Non si tratta di informazioni tratte da un video pubblicato su Youtube che magari può mostrare immagini o foto che in realtà sono totalmente disconnesse da ciò che raccontiamo, ma di un dato di fatto: quelle tre persone sono realmente in carcere.

Pensi che oggi al-Jazeera nei suoi uffici di Doha ha una sezione esclusivamente dedicata alla verifica dei filmati dell'opposizione siriana al fine di testarne la veridicità prima di mandarli in onda. Ci sono stati moltissimi casi di filmati che facevano riferimento ad eventi precedenti o che mostrano dei falsi come ad esempio uccisioni di cristiani siriani a sfondo confessionale.

La interrompo ancora. Qual'è la posizione dei cristiani in Siria come in Libano, ma soprattutto quali potrebbero essere le ripercussioni della crisi siriana a Beirut?

Io starei attento prima di descrivere uno scenario di guerra civile in Libano derivante da ciò che accade in Siria. Il British Foreign Office afferma che c'è un rischio concreto che la crisi siriana si espanda in Libano, dichiarazione seguita a ruota da quella del Dipartimento di Stato statunitense che esprime la medesima preoccupazione. Ed infine la CNN, che apre con titoli riguardanti la paura che in Libano vada ricreandosi uno scenario di guerra civile. Fermi un attimo. Io credo che non ci sia nessuno in Libano che voglia riaprire la pagina della guerra civile anche qualora ci siano scontri come a Tripoli o condizioni favorevoli ad una ripresa delle violenze nel paese.

La maggior parte delle persone non vuole un'altra guerra civile. Ne hanno tutti abbastanza: dopo 15 anni di guerra civile ne hanno tutti abbastanza. A volte i mezzi di informazione si fanno influenzare dalle dichiarazioni ufficiali senza verificare le informazioni. Basta che venga rilasciata una dichiarazione dal Dipartimento di Stato o dalla CNN e quella dichiarazione diventa un fatto, una realtà della quale si discute e si argomenta. La realtà libanese è molto complessa e molte notizie passano sotto silenzio. Nessuno dice ad esempio che molto spesso i ribelli siriani sconfinano in Libano e sparano da lì verso le postazioni dell'esercito.

Il problema in quell'area è che ovviamente i confini sono un concetto piuttosto labile, non chiaramente definiti. Se lei guarda a Tripoli non può negare i legami che la città ha con Homs e non può affermare che nella città si combatta una battaglia fra due soggetti provenienti da realtà totalmente distinte e separate. Questo semplicemente non è vero. Le porto un altro esempio che ci può aiutare su come si debbano prima comprendere e solo successivamente formulare delle domande.

Prendiamo il caso dell'utilizzo del gas sui civili siriani da parte dell'esercito siriano. Ci fu un periodo in cui il mio telefono squillava continuamente con i colleghi che mi chiedevano: “Dove hanno il gas?, Chi userà il gas?, Quanto gas hanno? Dove lo useranno?”. Quando sono stato a Damasco sono andato direttamente al ministro degli Affari Esteri ed ho posto loro una domanda: “Qualora voi aveste il gas lo usereste mai contro i civili siriani?”.

Il mio interlocutore mi ha risposto subito, d'impulso: “Mai!. Non useremmo mai il gas contro i nostri cittadini. Qualora avessimo il gas lo useremmo per fermare solo un'invasione straniera come ad esempio quella israeliana”. Per me fu molto facile interpretare quella chiarissima dichiarazione: abbiamo le armi chimiche, ma non le useremo contro la nostra gente. Bisogna guardare ai fatti prima di asserirne la veridicità. Quello del possesso delle armi chimiche è sempre un tema scottante. Per quanto mi riguarda anche l'Egitto potrebbe star sviluppando armamenti simili: chi li controlla?

Vede, la questione è sempre la stessa: capire quando queste armi vanno nelle mani sbagliate. Tuttavia, chi ci dice che queste armi non siano nelle mani sbagliate già adesso?

Per leggere la prima parte dell'intervista clicca qui. Per la terza ed ultima parte invece qui

 

 

di: 
Marco Di Donato
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