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Egitto. Contro il regime, ieri come oggi

Ricordo molto bene il giorno in cui venni a sapere che Giulio Regeni, uno studente dell’Università di Cambridge, era scomparso al Cairo. Era il 31 gennaio, ed erano trascorsi 6 giorni dall’anniversario della rivoluzione egiziana.

Una data che negli ultimi 3 anni era divenuto ai miei occhi un incubo per il numero sempre crescente di arresti di amici, conoscenti, attivisti con cui avevo scambiato due chiacchiere in passato o che avevo visto così tante volte al solito Cafè Horreya da considerarli più di semplici estranei. 

La notizia mi lasciò di stucco, non perché si trattasse di una novità, ma perché in quasi 4 anni trascorsi al Cairo non ricordavo nessuno straniero che fosse sparito in quel modo, specialmente durante l’anniversario del 25 gennaio. Rammento ancora i blindati dell’esercito, i metal detector e i controlli attorno a piazza Tahrir in quella stessa data, nel 2014.

Al contrario, le storie di cittadini egiziani misteriosamente scomparsi e che ogni tanto ricomparivano in qualche istituto detentivo senza che i parenti ne fossero a conoscenza era qualcosa di cui ero pienamente cosciente.

Sarebbero trascorsi altri 3 giorni prima che il corpo esanime di Giulio fosse ritrovato in un’area periferica del Cairo, lungo la strada che collega la capitale egiziana ad Alessandria. La notizia non è stata facile da assimilare, sebbene non lo conoscessi. Eppure, il senso d’identificazione con Giulio si è manifestato fin da subito, quasi in maniera naturale. 

Il fatto che frequentasse molti degli amici che avevo conosciuto durante la mia esperienza in Egitto ha probabilmente accelerato l’empatia verso di lui, nonché il rispetto nei confronti di coloro che hanno condiviso con lui gli ultimi momenti della sua vita.

Ma credo siano state le versioni approssimative di alcuni media nostrani, lo sciacallaggio mediatico e le ipotesi complottiste ad avermi fatto realmente pensare che al suo posto sarei potuto esserci io, i miei coinquilini, i miei amici.

Di riflesso, questo mi ha spinto a non credere alla notevole quantità di articoli che, nel fiume incontrollato dell’informazione che ne è seguito, sono apparsi sul web e nelle edicole. 

D’altronde, quando per quasi 4 anni ci si trova a vivere in un paese in cui le reti televisive nazionali diffondono pubblicità esplicitamente contro gli stranieri; quando qualcuno ti urla contro “basta con i siriani” sul lungo Nilo pensando che una barba un po’ più lunga sia un segno inconfondibile di colpevolezza per un crimine non commesso; quando arrestano i giornalisti accusandoli di essere dei cospiratori; quando torturano gli attivisti considerandoli le quinte colonne di altri paesi, l’auspicio è che, una volta rientrati in Italia, si possa almeno evitare di cascare nel tranello della propaganda di regime.

Così non è stato, e l’idea che Regeni potesse essere una spia ha cominciato a prendere corpo anche nel nostro paese.

Chi gliel’ha fatto fare, poteva starsene a casa anziché impicciarsi in cose più grandi di lui” è una frase che sentito più di una volta, come se improvvisamente fare una ricerca in un paese fino ad allora giudicato relativamente sicuro, o comunque ben lontano da contesti come quelli libico o siriano, fosse diventata la spiegazione al sapor di giustificazione della morte di Giulio.

Scegliere questa linea interpretativa equivale non solo a sostenere una plateale fesseria, ma significa ignorare, volutamente o per scarsa conoscenza del contesto di cui ci si occupa, le ragioni per cui, oggi, molti egiziani giudicano al-Sisi e il suo establishment peggiore di quello di Mubarak. 

L’ex generale divenuto presidente nel giugno 2014 non ha mai mostrato reali segnali di conciliazione verso i gruppi e i movimenti d’opposizione e, anzi, li ha calpestati senza troppe remore.

Già prima di diventare ministro della Difesa sotto la presidenza di Mohamed Morsi, al-Sisi si era fatto conoscere in qualità di capo dei servizi d’intelligence militare per aver ordinato l’arresto di circa 200 persone in piazza Tahrir nel marzo 2011, immediatamente trasferite all’interno del museo egizio e torturate.

Tra queste anche Ramy Essam, il cantante della rivoluzione, le cui canzoni intonate in piazza Tahrir durante i 18 giorni della rivoluzione sono divenute la colonna sonora di quella importante fase storica. Oltre ad Essam, quella sera almeno 18 donne sono state sottoposte ad umilianti test di verginità che sono stati goffamente giustificati dall’esercito come l’unica maniera per garantire che nessuna di loro potesse in seguito accusare i membri delle forze armate di aver subito violenze sessuali da parte loro.

Al-Sisi è stato al centro delle principali operazioni militari che si sono svolte in Sinai a partire dal 2012 ed è responsabile della distruzione di intere porzioni della penisola, i cui effetti negativi si sono riversati su migliaia di famiglie rimaste senza una casa e senza una terra dove poter coltivare.

È stato al-Sisi a dare il via libera allo sgombero dei sit-in dei Fratelli Musulmani nell’agosto 2013 provocando, secondo diverse organizzazioni internazionali, circa un migliaio di morti in 24 ore.

Ed è stato il governo ad interim appoggiato dai militari, quindi dallo stesso al-Sisi, ad approvare la legge sulle proteste del novembre 2013 attraverso cui, nel corso degli ultimi 3 anni, sono stati incarcerati migliaia tra attivisti, giornalisti, studenti, membri di partiti politici, comuni cittadini. 

Casi giudiziari come quello del fotogiornalista Mohamed Abo Zeid e di Aya Hegazy, fondatrice dell’organizzazione Balady, entrambi detenuti da oltre due anni senza aver avuto il diritto di potersi difendere davanti ad un giudice rappresentano gli esempi più eclatanti di una negazione sistematica dei diritti degli egiziani.

Persino le cure mediche o le diagnosi mediche approssimative possono diventare strumento di ricatto per coloro che si trovano dietro le sbarre, così com’è accaduto a Mohand Ehab, morto di leucemia il 3 ottobre scorso in un ospedale di New York dopo aver trascorso 6 mesi nel carcere di Borg el Arab, ad Alessandria, dove i medici dell’istituto penitenziario non gli hanno mai prescritto delle analisi ematiche per accertare i sintomi di cui soffriva. Solo l’intervento del padre, supportato anche da diverse campagne di solidarietà, ha consentito il rilascio di Ehab e il suo successivo trasferimento a New York.  

Secondo un rapporto dell’Arabic Network for Human Rights Information pubblicato lo scorso agosto ci sarebbero 60.000 prigionieri politici in Egitto, mentre l’Egyptian Commission for Rights and Freedom ha individuato 912 casi di sparizioni forzate tra l’agosto 2015 e l’agosto 2016: dati che dovrebbero far riflettere su come le libertà individuali e la giustizia in Egitto vengano considerate a livello istituzionale.

Almeno 500 Organizzazioni non governative sono state costrette a chiudere nel 2015, mentre nel febbraio 2016 è stata avviata la seconda parte di un procedimento giudiziario, noto come "Caso 173", contro 37 Ong ed associazioni per i diritti umani che hanno tradizionalmente espresso posizioni molto critiche nei confronti di al-Sisi e del suo establishment.

I leader di tali associazioni come Gamal Eid, Hossam Bahgat, Mohamed Lotfy, Azza Soliman, Mozn Hassan e tanti altri non possono lasciare il paese poiché i loro nominativi sono stati inseriti all’interno di una black list che cresce con il passare del tempo. Lotfy, in particolare, fa parte dell’organizzazione che fornisce assistenza legale alla famiglia Regeni. 

Proprio due giorni fa è stato diffuso il video che mostra uno stralcio della discussione avvenuta tra Giulio e il capo del sindacato dei venditori ambulanti Mohamed Abdallah, colui che poi l’ha denunciato alle forze di polizia egiziane. La speranza è che questo nuovo elemento possa aiutare a fare chiarezza sulla tragica scomparsa dello studente italiano, senza mai dimenticare, però, che le responsabilità principali vanno ricercate innanzitutto ai piani alti dell’establishment egiziano.

Lo stesso contro cui il popolo egiziano, ieri come oggi, continua a combattere per riportare in alto quei principi che avevano ispirato la rivoluzione del 25 gennaio.       

 

Leggi anche: Egitto. Quattro anni di denunce 

   

 

25 Gennaio 2017
di: 
Giovanni Piazzese
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