• ISSN: 2240-323X
  • Icona Facebook
  • Icona Twitter
  • Icona Youtube
  • Icona RSS Feed

Tu sei qui

Il Medio Oriente sta cambiando. E siamo solo all'inizio. Intervista a Robert Fisk (III parte)

Il ruolo di Internet nel giornalismo di oggi. E ancora, la Siria di Asad e i cambiamenti che stanno investendo il Medio Oriente. Ecco la terza ed ultima parte di una lunga intervista realizzata da Osservatorio Iraq a Robert Fisk, storico corrispondente che da oltre 30 anni lavora tra Iraq, Afghanistan, Siria, Libano e Palestina. 

 

 

"Perché attaccare Aleppo? È semplice: è la città più ricca del paese ed è fra le maggiori. Tuttavia difficilmente il governo gli permetterà di conquistarla. Il problema è che entrambe le parti pensano di poter vincere. E questo è molto pericoloso. La seconda guerra mondiale si protrasse a lungo proprio per questo motivo: i tedeschi continuarono a combattere e molti morirono proprio durante le battute finali del conflitto".

Bashar al Assad potrebbe restare al potere?

Ho sensazioni contrapposte in merito a questo. Alcuni dicono che se Assad vincesse, la gente smetterebbe di appoggiare il conflitto, altri ancora sostengono che la sua uscita di scena porterebbe il paese al collasso. Certamente oggi i siriani stanno diventando un popolo di rifugiati. La Corniche di Beirut è piena di belle macchine siriane, le macchine di chi da sempre ha supportato il regime di Assad. La Turchia sta accogliendo migliaia di rifugiati. Assad resta comunque un personaggio che non è arrivato democraticamente a guidare il potere. In Siria abbiamo lo stesso problema degli altri paesi arabi: un regime dittatoriale che esercita il potere sul popolo.

La natura del regime ha fatto perdere alla popolazione ogni forma di coscienza sociale, sul come poter giocare un ruolo positivo per gli altri, manca una coscienza politica. Da qui nasce anche il problema delle elite rifugiate all'estero a Londra come a Ginevra, e che parlano del loro paese e si propongono di governarlo anche se assenti da decine di anni. Questi personaggi - come quelli del Syrian National Council - pensano di poter rientrare in patria e ricoprire la carica di primo ministro.

E' uno scenario simile a quello di altri paesi.

Vede, gli arabi che sono scesi in piazza hanno chiesto che venisse loro restituita giustizia, libertà e dignità. In Egitto l'obiettivo era cacciare Mubarak, e non installare un governo democratico. Non c'entra nulla nemmeno la religione. Non c'è stata una precisa e specifica richiesta di democrazia. Hanno chiesto in buona sostanza quello che hanno i libanesi da moltissimi anni: libertà di parola, di espressione, di associazione politica. La prima rivoluzione araba non si è certamente a caso avuta in Libano, nel 2005, in seguito all'assassinio di Rafiq Hariri. La 'rivoluzione dei cedri' è stata addirittura precedente ai fatti di Mahallah, ma è stata altresì diversa dalle lotte delle milizie in Libia, o dai conflitti tribali in Yemen. Inoltre tengo a precisare che c'è un enorme discrimine fra le rivolte arabe e quanto accaduto in Iran nel 2009.

Si riferisce alla cosiddetta 'Onda Verde'?

Sì. Lo capisce già dal nome, "Onda Verde", non si può ignorare come questo movimento sia primariamente islamico, legato alla religione. Nel 2009 in Iran non si chiedeva la fine della Repubblica Islamica, ma solo le dimissioni di Ahmadinejad. Qualcuno l'ha presentata come un movimento contro-rivoluzionario, ma non è stato assolutamente così.

E il conflitto israelo-palestinese? Quasi non se ne discute più.

Ce ne siamo dimenticati e sono sicuro che qualcuno ne è contento. Ad esempio Israele, che può a maggior ragione citare il caso siriano per dimostrare l'instabilità degli arabi. Io credo che il problema palestinese non troverà una risoluzione, non credo ci sarà mai uno Stato palestinese. Nella West Bank semplicemente non c'è spazio. Non si può fare. Non ci sono strade libere: è fisicamente impossibile. Si potrebbe creare un piccolo principato a Ramallah, rinchiusi come crociati in un castello, ma per il resto non vedo nessuna possibilità. Se io ho ottanta persone a cena non posso farle sede tutte intorno ad uno stesso tavolino da tè.

Non c'è spazio: troppi coloni, o settlers se preferisce, nella West Bank. Il tutto senza dimenticare le problematiche per l'Autorità nazionale palestinese, attualmente divisa fra Hamas e Fatah. Forse tra centinaia di anni, ma non adesso. La storia ci insegna che le cose cambiano. Basti pensare alla Jugoslavia di Tito: nessuno, io per primo, pensava che sarebbe mai potuta dissolversi, eppure è successo. La Palestina dovrebbe essere uno Stato, ma al momento non esiste, non c'è, nonostante qualcuno  sostenga il contrario.

Se però si allungasse il tavolo o se ne scegliesse un altro? Per uscire dalla metafora, cosa ne pensa della 'one-state solution'?

Impossibile. Un ebreo israeliano che fa parte del più potente esercito regionale e che non ha mai avuto una sua nazione, secondo lei sarebbe disponibile a condividere uno Stato con una maggioranza di arabi musulmani in gran parte persino contraria all'esistenza dello Stato di Israele? Ripeto: impossibile, cancelli questa ipotesi che io definisco figlia della “Kensington philosophy”. Si tratta di un concetto filosofico, astratto. Lo metta nel dimenticatoio. Dimentichi che gli Usa adotteranno mai una posizione in favore degli arabi, specialmente in un periodo come questo nell'imminenza delle elezioni presidenziali.

Inutile chiedere altro sulla questione. Fisk non sembra aver dubbi.

Secondo lei dobbiamo ancora guardare a Washington per comprendere gli equilibri di potere nel Vicino e Medio Oriente? O i nuovi governi arabi eletti dal popolo possono essere forieri di una nuova politica estera?

Muhammad Morsi dovrebbe agire diversamente dai suoi predecessori solo perché è un islamista? Io credo che la reale novità sia che questi nuovi governi scelti dal popolo possono iniziare a far meno degli Usa. Prima, con Mubarak, una qualsiasi chiamata proveniente da Washington era subito portata all'attenzione del presidente egiziano, ora qualcuno potrebbe anche rispondere: “Guardi provi a richiamare domani, oggi il presidente Morsi è occupato”. Gli arabi ritengono oggi più che mai che meno gli Usa si intromettano nei loro affari e meglio sia per tutti. Certo gli Stati Uniti possono ancora mostrare i loro muscoli nella regione, ma gli equilibri stanno cambiando.

E in quale direzione?

Lei deve cambiare prospettiva quando guarda la regione. Noi tutti abbiamo una prospettiva molto eurocentrica. Leggiamo l'area come Medio Oriente, ma non è così. Provi a capovolgere la mappa.

Fisk prende in mano una cartellina blu piena di fogli e documenti e la porta da una posizione orizzontale ad una verticale. Inizia ad elencare tutti i paesi che compongono l'area mediterranea dall'alto in basso, da Nord a Sud: Grecia, Turchia, Siria, Libano, Egitto.

In quest'ottica Putin guarda alla Siria come al suo Sud, come una realtà estremamente vicina a quella cecena. La lettura degli eventi cambia, perché in questa prospettiva i confini della Siria sembrano molto più vicini a quelli della Russia. Putin non vuole che vada ricreandosi una situazione come quella in Cecenia e questa mi sembra una motivazione decisamente importante per supportare Assad o meglio per mantenere una situazione di stabilità nel paese.

Una stabilità che è messa a rischio dalla composizione confessionale e sociale di Damasco. Lo ripeto ancora. Se lei ruotasse la mappa mentale con cui guarda il Medio Oriente si accorgerebbe che la Bosnia è molto più vicina di quanto non sembri: lo stesso Hafez (padre di Bashar, ndr) guardava ai Balcani come un rischio concreto per il suo paese. Ma se noi continuiamo ad osservare questa realtà con le consuete categorie e attraverso le medesime consunte prospettive tutto ci sembrerà sempre uguale: la Bosnia una realtà lontana come e forse più della stessa Russia così come la Cecenia apparirà un paragone improponibile.

Noi rimarremo l'Occidente e loro l'Oriente. Continueremo a guardare con terrore i nuovi governi islamisti dicendo: “Ecco è salito un governo islamista!”. Non vedo dove sia il problema: sono terre arabe e musulmane. Cosa dovrebbero scegliere? E poi mi sembra che in Germania e in Italia ci siano partiti, movimenti e organizzazioni di natura prettamente cristiana, o mi sbaglio?

Se lei pensa all'Iraq o al Libano vengono stilate carte e mappe dove si identificano le diverse composizioni etniche, sociali, confessionali. Il triangolo sunnita, che poi in realtà sarebbe meglio definire come pentagono, così come le diverse confessioni in Libano, tutti si affannano a tracciare mappe colorate che identifichino dove si trovano i sunniti, gli sciiti, i cristiani e così via.

Noi occidentali amiamo queste mappe perché sottolineano il fatto che questi popoli non sono uniti, quanto piuttosto divisi. Pensi se le usassimo anche da noi. Pensi se qualcuno proponesse una interpretazione delle realtà di Londra su base confessionale. In questa strada ci sono i non-musulmani, in quest'altra i cristiana, qui gli indiani e via dicendo. Pensi se lo facessimo con Washington con una mappa che evidenzia le aree dei neri e quelle dei bianchi. A noi piace pensare di essere uniti in una democrazia perfetta.

 

Ho esaurito le domande dopo un'ora e 3 minuti dall'inizio dell'intervista. La mia registrazione si chiude qui. Non ci resta che andare alla mostra al Palazzo del Campidoglio. Mentre ci alziamo per incamminarci verso il taxi Mr. Fisk aggiunge ancora una cosa...

"Le cose stanno cambiando in Medio Oriente. Guardi alla Siria e al suo futuro. Io penso che siamo solo all'inizio. Vedrà, gli eventi evolveranno e cambieranno forma, glielo ripeto: siamo solo all'inizio".  

Per leggere la prima e la seconda parte dell'intervista clicca qui e qui

di: 
Marco Di Donato