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Iraq. “La forza dell’Is è la debolezza del governo”

Mentre l’attenzione è concentrata sull’assedio dello Stato Islamico (Is) a Kobane in Siria, la situazione continua a peggiorare anche in Iraq. Intervista a Ismaeel Dawood, attivista iracheno, responsabile del sostegno alla società civile irachena per Un ponte per…

 

 

Da circa un mese l’avanzata dello Stato Islamico sembra essersi concentrata nel nord della Siria. In Iraq, tuttavia, la situazione non sembra essere meno preoccupante. Quali sono gli ultimi sviluppi?

Contrariamente a quanto lascia pensare la concentrazione dei media sull’avanzata dell’Is in Siria, in Iraq la situazione degli ultimi mesi si è aggravata molto. Mentre a nord la linea del fronte sembra essersi attestata lungo il confine con il Kurdistan, dove i peshmerga (esercito curdo-iracheno, ndr), i bombardamenti della coalizione internazionale, alcune milizie e l’esercito iracheno riescono a respingere i combattenti dell’Is, nel resto del paese lo scenario è diverso. 

Nelle ultime settimane l’Is ha ottenuto molti successi nella provincia occidentale di al-Anbar, riuscendo ormai a controllare circa il 70% del territorio. A Heat, non molto distante da Ramadi (centro dell’Iraq), è stata conquistata una base militare strategicamente molto importante. E ancora più importanti sono state le conquiste nella città di Haditha, a nord-ovest di Heat. Per due ragioni: perché lì si trovano la più grande base militare dell’esercito iracheno e la seconda diga più grande dell’Iraq (la più grande lungo il fiume Eufrate). 

A Baghdad, inoltre, negli ultimi giorni ci sono stati alcuni attacchi suicidi che ci informano sul fatto che l’Is abbia evidentemente diversi contatti che gli permettano di agire. In uno di questi attacchi, avvenuto nel quartiere di Kadmia, è rimasto ucciso un parlamentare e rappresentante ufficiale del ministero degli Interni. 

Qual è, secondo te, la strategia dell’Is in Iraq in questo momento?

La strategia sembra chiara: arrivare a Baghdad e conquistarla, dopo aver assunto il controllo totale della provincia di al-Anbar. 

La situazione in questa parte dell’Iraq è drammatica anche perché l’esercito non è in grado di reagire e respingere gli attacchi. In pratica l’opposizione all’avanzata dello Stato Islamico è molto debole. Ormai l’Is è a circa 50 chilometri di distanza dall’aeroporto della capitale, che è il più grande del paese: raggiungere questo ed altri importanti strutture, sia politiche che economiche, significherebbe un cambiamento decisivo in questa guerra. 

In che modo il nuovo governo di unità nazionale guidato da Haider al-Abadi sta provando a reagire a questa situazione?

In realtà anche questo aspetto fa parte della gravità del contesto generale. Dopo due mesi non c’è stato alcun passo concreto da parte del governo né è ancora chiara la strategia che si vuole adottare. Ma la verità è che questa strategia sembra mancare totalmente. 

Quello che si sta facendo è discutere sui nomi e le personalità che potrebbero far parte dei vari ministeri, nonostante alcuni siano già decisi. Tranne quelli più importanti: Difesa e Interni. Anche sulla partecipazione della componente curda al governo, che è stata presentata dai media come ufficiale, è importante sottolineare che non sono state rese note né le modalità (chi e quale ruolo ricoprirà?) né le proposte concrete dei curdi alla possibile risoluzione della crisi. 

In sostanza questo governo si sta caratterizzando per due elementi: da un lato la manifestazione di buona volontà da parte di al-Abadi e dall’altro l’assenza di reali proposte. Ma il tempo passa e la situazione si aggrava di giorno in giorno. E’ come se un palazzo stesse bruciando piano dopo piano e da fuori si restasse a guardare, cercando di discutere all’infinito su come si debba intervenire. Inoltre, non meno importante, il ruolo degli attori internazionali centrali, Iran e Stati Uniti, non sta agevolando il compito del governo, perché entrambi hanno interesse a mantenere la loro influenza, nello specifico sia su ministero degli Interni che su quello della Difesa. 

Questa inefficacia di reazione e confusione generale si ripercuote anche a livello militare?

Inevitabilmente, perché mentre a nord, lungo il confine con il Kurdistan, c’è un tentativo più o meno riuscito di coordinamento tra peshmerga, coalizione internazionale, esercito iracheno e singole milizie opposte all’Is, nel resto del paese regna il caos più totale. 

A questo proposito, nell’ottica di evitare la dispersione di forze e di cercare di unire le varie fazioni contro il nemico comune, il nuovo governo ha presentato un progetto di legge che prevede l’istituzione di una “guardia nazionale” per ogni governatorato. Ma non è chiaro come e cosa effettivamente questo nuovo corpo di militare o di polizia andrà a fare. In teoria si tratterebbe di riproporre il modello dei peshmerga in ogni governatorato, un corpo di difesa a disposizione di ogni regione. 

Ma in realtà questa ipotesi è molto pericolosa, perché, come successo già tra il 2008 e il 2009, quando in collaborazione con gli Stati Uniti il governo di Nuri al-Maliki favorì la costituzione di simili milizie, il rischio è che queste ultime sfuggano al controllo del governo centrale e di quello provinciale è molto alto. Se ciò avvenisse, considerata la situazione molto frammentata del paese, ci troveremmo di fronte a un ulteriore disastro…

La popolazione come cerca di reagire? Cosa sta cercando di fare la società civile attraverso la piattaforma dell’Iraqi Civil Society Solidarity Initiative (ICSSI)?

Le condizioni in cui gli iracheni si ritrovano oggi rendono molto difficile la possibilità di poter parlare di un nuovo Iraq basato sui diritti e la democrazia, principi su cui abbiamo lavorato negli ultimi anni nonostante lo scarso sostegno ricevuto dalla comunità internazionale e la repressione dei governi di al-Maliki. Sembra davvero che in questo paese non ci sia mai un fondo alle crisi e alle emergenze.

Tuttavia, proprio perché stiamo vivendo una situazione drammatica, crediamo che non sia questo il momento di mollare e lasciare perdere le nostre battaglie. Ora stiamo agendo su due livelli: da una parte ciascuna delle nostre realtà associative sta lavorando ogni giorno con interventi umanitari a favore delle popolazioni sfollate (distribuzioni di beni di prima necessità e preparazione per l’inverno, in particolare). Dall’altra stiamo lavorando affinché il lavoro fatto in passato non vada perso: qualunque siano le decisioni e la strategia del nuovo governo queste dovranno tenere in considerazione il rispetto dei diritti umani.

In questi giorni stiamo lavorando, all’interno dell’ICSSI, per preparare la visita di una delegazione composta da 17 attivisti in Europa che farà tappa a Oslo, Ginevra, Bruxelles e Roma. Ci saranno incontri con istituzioni e associazioni, e l’appuntamento principale sarà la partecipazione, a Ginevra, alla revisione periodica sulla situazione dei diritti umani in Iraq da parte del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. In quell’occasione porteremo le richieste di un impegno concreto da parte del governo (raccolte in questo documento preparato grazie al sostegno di Un ponte per… e Association for progressive communication) per profonde riforme politiche e sociali essenziali e necessarie per contrastare l’estremismo in Iraq.

Questa delegazione porterà un messaggio molto chiaro: nonostante la crisi attuale le richieste di diritti uguali per tutti, a cominciare dalle donne, la libertà d’espressione, la tutela dei difensori dei diritti umani e la difesa dei beni pubblici (acqua in primis) non cambiano e continueremo a presentarle di fronte a qualsiasi governo.

Porteremo questo messaggio al mondo, alla comunità internazionale: perché dopo Saddam Hussein il sostegno di quest’ultima è andato ad al-Maliki e il risultato è stato un’altra dittatura. Ora la risposta alla crisi è formata da bombe e armi che però la popolazione fatica a recepire come legittima.

Ciò che succede in Iraq non riguarda solo noi. La responsabilità del nostro futuro dipenderà anche dal resto del mondo. 

 

*In foto Ismaeel Dawood alla presentazione del libro "La crisi irachena. Cause ed effetti di una storia che non insegna", a cura di Osservatorio Iraq con la collaborazione di Un ponte per... lo scorso 16 ottobre al Salone dell'Editoria Sociale di Roma. 

17 Ottobre 2014
di: 
Stefano Nanni
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