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La democrazia nel Golfo? Prima bisogna toccare il fondo

I venti della 'Primavera' non soffieranno sulla penisola araba, almeno per ora. Secondo il giornalista Sooud Sultan Al Qassemi esiste una rete di interessi così potente da resistere a ogni tentativo di riforma politica, fatta di tribù, religione, monopoli e giornalisti asserviti al potere.

 

Interessi economici, legami tribali e fatwe ad hoc. Nel Golfo non è raro vedere un capo tribù votare per tutti i componenti della sua comunità, così come accade spesso che le autorità religiose si prestino al gioco delle autorità.

Al culmine delle proteste anti-Mubarak, fu il Gran Muftì saudita a condannare i manifestanti etichettandoli come “nemici dell'Islam”.

Quando poi le dimostrazioni sono sbarcate anche nel regno, è stata proprio una fatwa a ordinare ai fedeli di non scendere in piazza. E recentemente l’egiziano Yusuf al-Qaradawi, ospitato dal ricco emirato del Qatar, si è ingraziato il suo mecenate sostenendo – con riferimento alla crisi siriana - l’idea per cui le "repubbliche arabe verranno presto sostituite dal più solido sistema monarchico" in tutta la regione mediorientale.

Quindi tribù, fatwe e interessi economici.

La maggior parte delle società che operano nel Golfo sono di fatto monopoli che forniscono servizi scadenti, approfittando della protezione dei loro governanti. E poi c’è un esercito di intellettuali vicini alle autorità, sempre pronti a legittimare tutti quei finti spiragli di apertura democratica, trasformandoli in vere e proprie “riforme politiche”.

Nessuno spazio invece per le voci indipendenti, almeno sulla stampa ufficiale.

Argomenti delicati come le spese per la difesa e la politica estera possono essere trattati solo dagli  intellettuali vicini agli stessi regimi.

Insomma - conclude Sooud Sultan Al Qassemi - una vera riforma democratica del Golfo è un obiettivo irraggiungibile, almeno nel breve e medio termine. Fino a quando, cioè, non verrà toccato il fondo.
 

 

30 gennaio 2012