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La guerra in Mali e l’uranio del Niger

Stéphane Lhomme, direttore dell'Observatoire du nucléaire, affronta il tema degli interessi economici e strategici in ballo nella regione saheliana e mette in relazione lo sfruttamento delle riserve di uranio nigerine con il recente attacco delle truppe francesi nel nord del Mali, sottolineando "l'utilità del pericolo islamista" alla politica egemonica attuata da Parigi nelle ex colonie.

 

 

di Stéphane Lhomme - traduzione a cura di Stefano Nanni

 

L’11 gennaio l’esercito francese è intervenuto in Mali in seguito all’avanzata di gruppi islamisti armati verso Bamako. Da ormai diversi mesi questi ultimi mantengono il controllo del nord del paese e, stando a quel che ci viene detto, si sarebbero spinti al punto di voler occuparne tutto il resto.

Nessuno intende negare che questi gruppi siano composti da individui riprovevoli che, sotto il pretesto di convinzioni religiose, maltrattano le persone di cui non apprezzano il comportamento, tagliano le mani ai ladri (veri colpevoli oppure sospettati), uccidono per delle questioni di poco conto e favoriscono il commercio di droga e armi.

Tuttavia - secondo le stesse dinamiche che si sono presentate al momento dell’intervento contro Gheddafi in Libia - è insopportabile ritrovarsi di fronte al dispiegamento di una nuova operazione militare, guidata da coloro che sono ampiamente responsabili della gravità della situazione.

C'è qualcuno che crede davvero che si tratti di un’operazione a sostegno “della democrazia in Mali”?

Sono decenni che questo Stato viene preso in giro da regimi corrotti, vivamente sostenuti dalla Francia. Da dove viene allora questa improvvisa emergenza “democratica”?

E in più, chi pensa che l'intervento militare risponda all'esigenza “di apportare sicurezza nella regione”? In realtà, si tratta di mettere al sicuro l’approvvigionamento di uranio per le centrali nucleari francesi: una risorsa che viene estratta nelle miniere situate nel nord del Niger, una zona desertica separata dal Mali soltanto da una linea tracciata a tavolino sulle carte geografiche.  

A tal proposito bisogna sottolineare il carattere perverso dimostrato dalle ex-potenze coloniali quando hanno deciso di tracciare queste frontiere assurde, che separano spazi omogenei senza mettere in conto i problemi relativi allo spostamento delle popolazioni originarie e che creano paesi dai contorni per lo meno curiosi: il Niger e il Mali hanno entrambi una forma a clessidra, con una sezione contenente la capitale a sud-ovest, totalmente decentrata e lontana dalla parte preponderante e principalmente desertica situata a nord-est. 

In questo modo, per 40 anni, la società Areva (ex Cogéma) è riuscita ad accaparrarsi in tutta tranquillità l’uranio del Niger, facendo il bello e il cattivo tempo in queste miniere lontane circa 500 chilometri dalla capitale, dunque dal fragile “potere” politico nigerino.

Negli ultimi anni diversi gruppi armati si sono così organizzati nella regione: da una parte i tuareg, stanchi di essere maltrattati, sfollati da una parte all’altra del confine e spogliati delle loro risorse; dall’altra i gruppi più o meno islamisti, alcuni creatisi a partire dagli ex membri del GIA (Groupe islamique armé) che avevano già seminato terrore in Algeria, altri invece foraggiati da Gheddafi, che si sono dispersi e poi riuniti in seguito alla caduta del regime libico. 

Nel settembre del 2012, alcuni dipendenti dell’Areva, in servizio nelle società che si occupano di estrazione dell’uranio, sono stati rapiti in Niger, per poi essere trasferiti in Mali. Successivamente, il 7 gennaio 2011, la stessa sorte è toccata a due giovani francesi. 

L’Observatorie du Nucléaire è stata una delle rare voci a denunciare l’operazione militare immediatamente lanciata dalle autorità francesi per la liberazione degli ostaggi, più intenta a punire ad ogni costo i rapitori che ad ottenere la salvezza dei ragazzi sequestrati (rimasti uccisi durante l'operazione).

Quest'ultimi non avevano niente a che fare con l’estrazione dell’uranio, ma pare evidente come l’idea sia stata quella di scoraggiare eventuali prossime azioni contro i dipendenti della società mineraria.

Da allora i movimenti tuareg laici e progressisti sono stati marginalizzati, soprattutto a causa della progressiva crescita del gruppo salafita Ansar Dine. Potente e pesantemente armato questi si è alleato con AQMI (Al Qaeda au Maghreb Islamique), facendo correre un rischio sempre più evidente alle attività estrattive francesi nel nord del Niger.

Sull'altro versante, la Francia ha sostenuto con grande costanza tutti i governi corrotti che si sono succeduti in Mali, ottenendo come risultato la frammentazione dello Stato, l'insorgere di conflitti intestini (divenuti nel tempo inter-etnici) e il suo definitivo indebolimento.

Forse è stata proprio questa fragilità che ha portato i gruppi islamisti a spingersi verso Bamako e a non accontentarsi del controllo della zona settentrionale del paese.

Parigi, inoltre, ha fatto sì che per 40 anni il potere in Niger si mantenesse in una condizione di totale dipendenza dall’ex-potenza coloniale e, fra l'altro, dagli introiti assicurati da Cogéma (diventata Areva).

E proprio quando i dirigenti nigerini cercano di avere voce in capitolo sull'operato dell'azienda, la Francia si appresta a riprendere totalmente in mano la situazione, grazie alla copertura dell'intervento militare nei territori limitrofi.

I recenti movimenti dei gruppi islamisti non hanno fatto altro, in effetti, che accelerare un intervento da tempo in programma.

Si tratta innegabilmente di un’azione di forza neocoloniale anche se la procedura sembra in apparenza diversa: il presidente ad interim del Mali, la cui legittimità è nulla poiché è salito al potere in seguito al colpo di stato del 22 marzo 2012, ha fatto appello ufficialmente all’aiuto dei francesi, intervenuti (…) “per la democrazia”.

Il pretesto non è casuale. E' stato usato già diverse volte, in particolare quando gli Stati Uniti hanno voluto mettere le mani su riserve petrolifere in altre parti del mondo, ed eccolo che viene di nuovo presentato perché la Francia ha bisogno di proteggere le forniture di uranio per i suoi reattori nucleari.
(…)

Si tratta semplicemente dell'ennesima dimostrazione di come l’atomo, e la ragion di Stato che lo circonda, non nuoce soltanto all’ambiente e in generale agli esseri viventi, ma anche - al contrario di quel si cerca di far credere - alla stessa democrazia.

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16 gennaio 2013