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La penna oltre il fucile

La nostra penna dovrebbe servire a capire chi ha armato quella mano, chi ha comprato quella pistola, chi l'ha fabbricata, chi la ha portata lì, chi ha ordinato di sparare. Svelare ciò che è nascosto, ciò di cui non si racconta,  senza la presunzione di aver capito, sempre, tutto, prima degli altri. 

 

Dopo un mese di vacanza la redazione si è messa nuovamente al lavoro. Ovviamente abbiamo iniziato a lavorare prima di questa settimana, confrontandoci su quali temi affrontare, su quali storie raccontare. Il materiale non manca.

C'era chi proponeva di ripartire da Gaza e dai suoi oltre 2000 morti, da un'analisi della presunta vittoria di Hamas che si ostina così fortemente a definirla tale che qualcuno potrebbe giungere persino a crederci. 

O forse, proponeva qualcun altro, perché non rivolgersi all'Iraq, alla mattanza di ISIS così efficacemente propagandata attraverso i social network da sembrare quasi irreale per quanto è diffusa. Ogni giorno i nostri (intendendo quelli della redazione) profili sono invasi da video di esecuzioni, crocifissioni, barbari assassinii che provocano una dissociazione con la realtà circostante. 

Poi abbiamo pensato alla Libia, ma abbiamo capito di non essere in grado per ora di districarci fra tutte le varie milizie presenti sul territorio, di comprendere il perché dell'escalation di violenza durante il mese di Agosto, di non avere in buona sostanza i mezzi per addentrarci nel ginepraio post-Gheddafi. Lo stesso che moltissimi analisti salutavano con favore, plaudendo alle modalità di rimozione dell'odioso dittatore.

Oggi la Libia è uno Stato solo sulla carta. 

Ovviamente una parte della redazione si è indignata perché non si era nominata la Siria con i suoi ormai oltre 190mila morti e (fonti UNHCR) oltre 3 milioni di profughi. Come se l'intera città di Roma e tutti i suoi abitanti venissero sfollati verso le altre regioni. Così, di colpo. Tre milioni di esseri umani, di storie, di mani che portano valige o impugnano poche buste di plastica che contengono un'intera vita. 

Sarà banale ma è così. Come è del resto banale, pur doveroso, descrivere la guerra e le sue oscenità. Tutte le guerre comportano l'annichilimento dell'umanità, o almeno di una parte di essa: fatalmente la più debole. 

Abbiamo sperato che avendo sospeso i lavori durante l'ultima offensiva israeliana a Gaza, avremmo egoisticamente risparmiato ai nostri occhi le immagini di bambini sventrati dalle bombe, di pavimenti macchiati di sangue, di medici e paramedici in lacrime, di madri disperate, di padri il cui sguardo vagava nel vuoto. 

Abbiamo sperato di non doverne scriverne perché, forse, non avremmo nemmeno saputo come fare. Ne parlavamo via Skype pochi giorni fa con un docente universitario in diretta da Gaza. Mentre tutti ci  affannavamo a descrivergli ciò di cui, nostro malgrado, eravamo stati testimoni via internet, dei programmi televisivi palestinesi che seguivamo quotidianamente, delle notizie che incessantemente si accavallavano sulla parte bassa dello schermo televisivo, ad un certo punto ci ha interrotto:

“Sì – ha stancamente detto – ma rispetto a quello che ho vissuto io qui, rispetto a quello che ho visto con i miei occhi, ciò che avete provato voi è nulla. Quando vedi 60 famiglie spazzate via, d'un colpo, da un missile nulla può essere più come prima”. 

Dinanzi a queste parole la scrittura di questo pezzo perde ogni significato. Che l'intento fosse quello di descrivere, utilizzando una forma narrativa originale, ciò che era successo in quest'ultimo mese o che avessimo avuto l'intenzione di scrivere un articolo sulla banalità della guerra o sull'inevitabile sofferenza di conoscenti ed amici, questo pezzo può solo assumere la forma di uno sfogo dopo svariati giorni di silenzio nei quali si è stati costretti ad osservare, al solito impotenti, tutto ed il contrario di tutto. 

Non che ora la nostra penna virtuale ci permetta di incidere chissà quanto sugli eventi che ci circondano, ma almeno è un momento di denuncia che alleggerisce l'animo e lo rende più forte. Diventa come un grido insopprimibile dinanzi alle oscenità prodotte dal genere umano in una regione dove molti hanno ormai perduto il senso della dignità e della misura. O forse no?

Forse bisogna invece essere altrettanto attenti, nel non considerare tutto quello che accade nel Vicino e Medio oriente come frutto della semplice perdita del raziocinio, della “follia jihadista” per dirne una. Non è detto che ciò che non riusciamo a comprendere non sia in realtà frutto di una strategia ben definita che pure non riusciamo a cogliere abbagliati come siamo dalla brutalità della guerra. 

Ci si affanna a fare il conto dei morti, a fotografare funerali, a scavare buche, e nel frattempo sulle bare si costruiscono nuovi imperi, si forgiano alleanze, si perpetuano dittature.

Del resto perché limitarsi a raccontare quelli che sono gli effetti naturali di una guerra? Cosa ci si aspetta da un conflitto armato? L'unica differenza è nel modo di uccidere, nel numero, ma il risultato è sempre lo stesso: mettendo una pistola nella mano di un uomo quella pistola sparerà, con buona pace dell'elucubrazione geopolitica. 

Forse a questo la nostra penna dovrebbe servire. A capire chi ha armato quella mano, chi ha comprato quella pistola, chi l'ha fabbricata, chi la ha portata lì, chi ha ordinato di sparare. Svelare ciò che è nascosto, ciò di cui non si racconta, senza la presunzione di aver capito, sempre, tutto, prima degli altri. 

 

*La foto, che mostra un'esplosione nel centro di Baghdad, è di 4WardEver Campaign UK, su Flickr CC.

02 Settembre 2014
di: 
Redazione