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Le rivolte arabe? Un lungo processo rivoluzionario. Intervista con Gilbert Achcar - Parte prima

Abbiamo chiesto al prof. Gilbert Achcar*, politologo francese nato in Libano, un aiuto per orientarci nel vasto panorama “rivoluzionario” della sponda sud del Mediteranneo: dall'Egitto, alla Tunisia, alla Libia. E le sorprese non sono mancate.

 

 

 

OSS: Perché siamo ancora qui, dopo 3 anni, a parlare e discutere di rivoluzioni, rivolte, transizioni, quando sembrava a molti che dopo la rimozione dei vari Ben Ali e Mubarak tutto fosse conlcuso?

Sicuramente perché sono ancora transizioni in corso. Costituzioni ed elezioni sono solo il primo e non sufficiente risultato di un processo di liberazione da dittature decennali, siamo solo al punto di partenza. Questo cambiamento non si fermerà fino a quando soluzioni complete saranno trovate a problematiche sociali che hanno radici profonde: siamo dinanzi ad uno stravolgimento di natura storica che interesserà gli anni di qui a venire. Parliamo di decenni.

 

OSS: Quindi lei pensa che le rivoluzioni sino ancora possibili nonostante lo scenario attuale. Ad esempio quello egiziano.

Bisogna andare oltre una percezione emotiva degli eventi. Moltissimi pensavano che dopo l'elezione di Morsi sarebbe finito tutto, eppure c'è stato un ulteriore cambiamento. Molti pensavano che fosse giunto l'inverno islamista, lei lo ricorderà perfettamente. Il mio libro fu scritto nell'ottobre 2012 ed io spiegavo che Morsi non avrebbe in alcun modo la possibilità di gestire il potere, che sarebbe stato incapace di svolgere la sua funzione al meglio. La storia ci insegna che è stato destituito. E adesso c'è al-Sisi e molta gente ritiene che la sua elezione sarà la fine di un processo o la fine della rivoluzione. Ma di nuovo: si tratta di impressioni e sensazioni del tutto superficiali.

Se osserviamo ciò che accade in Egitto da circa tre mesi, possiamo vedere scioperi e proteste che mostrano difficoltà in campo economico e sociale: la popolarità di al-Sisi sta scemando dopo aver raggiunto un picco dopo destituzione di Morsi. Basta guardare anche la sua scarsa performance la televisiva che sta spingendo molti a ricredersi sul suo conto.

Sono abbastanza certo che nemmeno lui riuscirà a bloccare il processo in corso. Vincerà le elezioni al 90%, ma al 100% al-Sisi non sarà capace di risolvere i problemi economici e sociali e stabilizzare il paese. L'Egitto avrà maggiore instabilità con al-Sisi rispetto al passato. Lo ripeto: siamo appena all'inizio di un processo storico, con i suoi alti e bassi, con i suoi periodo rivoluzionari, rivolte, repressione, una dialettica storica che durerà molti anni.

 

OSS: Una instabilità che passa anche per la totale esclusione della Fratellanza.

Al-Sisi ha dichiarato che se eletto non ci sarà un ritorno dei Fratelli Musulmani sulla scena egiziana: si tratta di una visione miope. La repressione non può rimuovere un movimento di questa importanza: è impossibile. Dovrebbe invece agire sul tessuto sociale che lo sostiene, che lo appoggia.

Quando Nasser represse la Fratellanza riuscì nel suo intento non solo con la forza, ma anche perché fu in grado di presentarsi come il campione degli arabi, l'eroe che li avrebbe salvati. Fu in grado di affermarsi con le nazionalizzazioni, la riforma agraria, con la guerra di Suez: non parliamo di un personaggio che come al-Sisi si afferma solo in televisione.

Al-Sisi è tutto tranne che un prosecutore delle politiche di Nasser. I due personaggi sono incomparabili a meno che non parliamo di propaganda: si tratta di una comparazione ridicola. Al-Sisi fa parte del vecchio regime, non è nemmeno comparabile ai giovani rivoluzionari che distrussero la gerarchia dell'esercito negli anni '50 e rovesciarono il regime precedente. Ripeto: identificare al-Sisi con Nasser è puro e semplice esercizio ludico.

 

OSS: Se la parabola egiziana è piuttosto complessa, quella tunisina pare invece andare in direzione contraria. Giornalisti e ricercatori affermano che la Tunisia ha messo in atto una vera e propria rivoluzione.

Di nuovo, si tratta di una visione di breve periodo, dettata dall'emozione del momento. La rivoluzione non è solo un processo politico o costituzionale. Ovviamente segna un passo importante, ma è solo una piccola parte dell'intero problema. Sono stato pochi giorni fa in Tunisia: la tensione è presente, reale, viva, soprattutto fra al-Nahda e le altre forze politiche. L'economia della nazione è in difficoltà: l'economia informale è alle stelle. Si sta creando una situazione esplosiva. La Tunisia non sarà stabile, così come l'Egitto non lo sarà. Siamo ancora all'inizio. Ci saranno momenti di up e momenti di down.

 

OSS: Non rimane che guardare alla Libia allora?

La Libia è l'unico paese dove il deep state è stato completamente travolto e rovesciato, distrutto. Lo Stato di Gheddafi è stato distrutto dalla guerra civile, dalle opposizioni, lo hanno smantellato. E' l'unico caso nella regione.

Il problema è che in Libia non esiste una forza egemone nella rivolte, la transizione sta assumendo una natura caotica con ogni milizia che controlla un'area, come il Libano della guerra civile negli anni '70 con la disintegrazione dello Stato e dell'esercito. Si tratta, per paradosso, di un sistema tuttavia altamente democratico dove le istituzioni locali sono sotto la pressione delle istituzioni della società civile e delle milizie armate che controllano il tutto.

Non si deve inoltre dimenticare che la Libia ha maggiore possibilità di far fronte ai problemi sociali grazie al petrolio, un assett importante. In Libia abbiamo l'unico caso dove le risorse naturali permetteranno una stabilizzazione, ovviamente se saranno in grado di trovare una nuova forma di Stato. Devono tuttavia prima uscire dalla situazione caotica che abbiamo oggi.

 

OSS: Tuttavia la “rivoluzione libica” non è nata dai movimenti operai o dalla società.

No, perchè non era possibile sotto Gheddafi. Così come non era possibile sotto tutti i regimi totalitari. La pressione terroristica dello Stato era enorme, ma oggi, dopo la morte di Gheddafi, abbiamo movimenti femministi, sociali, di operai. C'è un'esplosione sociale enorme.

I media occidentali non riportano di quando Tripoli e Bengazi sono andate in sciopero contro le milizie: per loro non è spettacolare. 

 

Per leggere la seconda parte dell'intervista clicca qui

 

*Gilbert Achcar sarà fra i docenti di TOMidEast, la prima Summer School in Italia sul Medio Oriente

 

 

12 Maggio 2014
di: 
Marco Di Donato
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