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Libertà di stampa. L’anno del Medio Oriente, secondo Reporter sans Frontières

Che cosa è stato il 2012 per il Medio Oriente e il Nord Africa? Intervista a Soazig Dollet, responsabile per la sezione Medio Oriente e Nord Africa di Reporter sans Frontières.

 

 

di Maria Letizia Perugini

 

Il rapporto stilato annualmente dall’ong Reporter sans frontières (RSF) racconta di una realtà molto eterogenea, tra regimi caduti, repressioni ancora in corso e compromessi che hanno portato a una momentanea pacificazione.

Per capire cosa resta delle ‘Primavere arabe’, abbiamo incontrato Soazig Dollet, responsabile per il Medio Oriente e il Nord Africa di RSF.

 

In che modo le rivolte del 2011 hanno ‘sconvolto’ la vostra classifica?

Più che di un ritorno alla normalità, parlerei di una fase di stagnazione. Possiamo dire che le “Primavere” hanno provocato grandi cambiamenti, che ora tardano a concretizzarsi in termini di nuove costituzioni e leggi, soprattutto rispetto alla loro applicazione. 
 

Bisogna però dire che ogni situazione è diversa. Occorre distinguere tra paesi in cui è effettivamente cambiato il regime, quelli in cui i sollevamenti e la repressione continuano, e infine quelli in cui le autorità sono riuscite a garantirsi una pace sociale e politica.
 

La Tunisia ad esempio. Nel precedente rapporto, era progredita di ben 30 posizioni: oltre alla fine della dittatura e la caduta di Ben Ali, la rivoluzione era stata breve e non particolarmente aggressiva nei confronti dell’informazione. Quest’anno però non abbiamo registrato miglioramenti rilevanti, potremmo quasi dire che la situazione è peggiorata.

Diversa la storia per la rivoluzione egiziana, di gran lunga più lunga e violenta. Pur avendo cacciato Mubarak, nel rapporto del 2012 il paese era precipitato nella classifica.

Quest’anno l’Egitto recupera qualcosa, ma è lontano dalla posizione che occupava prima del 25 gennaio: c’è ancora molta violenza, le nomine ai vertici dei media sono decise in modo arbitrario, sulla base di interessi politici e si assiste sempre di più a censura e autocensura dei giornalisti rispetto a tutto quello che riguarda i Fratelli Musulmani. Ci sono argomenti dei quali oggi, in Egitto, non si può proprio parlare.

Altra situazione ancora è quella della Libia (131°↑23): pur con la caduta di Gheddafi dell’ottobre del 2011, e con la metà del paese liberato, il rapporto del 2012 aveva registrato una violenza durissima nei confronti dell’informazione. È per questo che il paese nordafricano l’anno scorso aveva perso molte posizioni, mentre quest’anno è risalito.

Sono in molti a non aver capito la nostra classifica di quest’anno. Il nostro metodo è quello di analizzare le situazioni nel lungo periodo.

Di qui le critiche al posizionamento della Tunisia, per esempio. Eppure abbiamo riscontrato che nel paese esiste ancora lo stesso (ristretto) numero di radio e televisioni, come sotto Ben Ali. Questo  significa che il cambiamento di regime non ha avuto effetti sul sistema dei media. Di conseguenza perde delle posizioni.

 

Partiamo dal fondo della classifica, dove troviamo tre paesi: Siria (176° =), Iran (174°, ↑1) e Yemen (169° ↑2) . Per quanto riguarda quest’ultimo: qui il passaggio di potere dal vecchio presidente Saleh al suo vice Hadi, non ha sortito alcun effetto in termini di libertà.

In Yemen c’è stato solo un passaggio di potere, per il resto nulla è cambiato. I dubbi sul dialogo nazionale per la pacificazione intavolato dal nuovo governo sono molti, ed è indicativo il fatto che il premio Nobel per la Pace, Tawakkul Karman, rifiuti di partecipare a questo processo.

Gli ostacoli alla pacificazione sono numerosi. Il principale è sicuramente il modo in cui si è verificato il cambiamento di governo: sono state fatte elezioni con un candidato unico, che era tra l’altro l’ex vice presidente, e non si sono verificati cambiamenti legislativi,  non sono stati abbandonati i tribunali ad hoc, i prigionieri politici non sono stati rilasciati.

Come nel caso di ‘Abdul Ilah Haydar Shae, per noi emblematico del periodo di Saleh, che continua a rimanere in prigione accusato di collaborazione con al Qaeda.

Una nota positiva arriva dallo scampato pericolo della legge sui mezzi audiovisivi. Nel luglio scorso il governo ha tentato di far passare una disposizione liberticida per regolare il settore dei mezzi di comunicazione audiovisivi. La legge è stata abbandonata grazie alle pressioni internazionali. Noi come RSF ci eravamo mobilitati per questa battaglia insieme a un’associazione yemenita.

Sotto la spinta estera e locale, per ora la legge è stata messa da parte, ma non è stata ritirata ufficialmente. Un processo che va tenuto d’occhio, perché non fa ben sperare per il futuro. 

RSF stava già organizzando una missione nel paese per analizzare la situazione, poi è scoppiata la rivolta, ma stiamo mantenendo alta l’attenzione, e credo proprio che porteremo avanti il nostro intento.

 

L’altro paese che occupa il fondo della classifica è la Siria (176° =), con il rapporto che parla di una “guerra dell’informazione”.

All’inizio del conflitto l’informazione è stata uno degli obiettivi del regime, che concedeva visti per i giornalisti stranieri con il contagocce - anche se non possiamo dire che non ne siano mai stati concessi – e ha arrestato numerosi operatori siriani.

Molti gli attacchi agli “attivisti dell’informazione”, che spesso sono rimasti gli unici a documentare la repressione. Dall’altra parte però, almeno dal luglio del 2012, sono stati gli uffici dei media governativi ad essere presi di mira, e sebbene le aggressioni non vengano sempre rivendicate sono attribuibili all’opposizione siriana.

Diversi i rapimenti e le uccisioni di giornalisti che lavoravano per i media governativi, come il caso Mohammad al-Saïd, colpito dai gruppi armati dell’opposizione (anche se oggi RSF ha dei dubbi su questa vicenda) e le minacce nei confronti dei professionisti dell’informazione stranieri e dei giornalisti filo-governativi, che “hanno smesso troppo tardi”, diciamo così,  di lavorare per questi media.

Bisogna poi dire che i cittadini-giornalisti che documentano la repressione sono poco oggettivi nel loro modo di riportare le notizie. Non arrivano né documenti né filmati delle esecuzioni contro la popolazione civile effettuate dagli oppositori al regime, che però certamente avvengono.

Quindi in Siria ci troviamo con due propagande che si fronteggiano: da una parte i media ufficiali e dall’altra i citizen-reporter che sono sul campo. E’ davvero molto difficile che un giornalista straniero riesca a muoversi liberamente.

Un altro paese che non se la passa bene è il Bahrein (165° ↑8) , che - pur risalendo di otto posizioni - negli ultimi 4 anni - ne ha perse più di 66, 29 nel solo 2011. Che cosa sta avvenendo nel paese?

Nel 2011 c’è stato un vero e proprio attacco sistematico all’informazione,  ma non esattamente ai danni dei giornalisti, piuttosto contro le immagini. Il vero obiettivo della repressione sono stati i fotografi, sia stranieri che locali.

Un numero consistente di fotografi bahreiniti è stato condannato davanti a tribunali militari. C’è stato un vero e proprio un black out dell’immagine, su due fronti: quello delle manifestazioni e quello della repressione. La volontà era quella di non mostrare nulla per poter dire: “Va tutto bene nelle vie di Manama!”.

Nonostante l’istituzione della Commissione “indipendente” - con molte virgolette – e la pubblicazione del rapporto del novembre 2011 (che conteneva anche alcune critiche nei confronti delle autorità), la situazione non è cambiata.

Di pochi giorni fa la notizia che due fotografi bahreiniti sono stati fermati dalla polizia mentre svolgevano il loro lavoro documentando una manifestazione. Il loro fermo è durato più di un’ora, tempo durante il quale nulla è stato documentato di quello che avveniva intorno.

C’è poi il caso di Ahmed Humaidan, un fotografo che si trova in carcere dal dicembre scorso, accusato di aver partecipato all’attacco di un commissariato nella città di Sitra nell’aprile 2012. Lui era effettivamente presente durante quell’attacco, ma per immortalare ciò che stava avvenendo.

È un fotografo che ha ricevuto moltissimi premi internazionali, e ora si trova in prigione con l’accusa di essere stato parte attiva durante quell’assalto. Il processo non è ancora aperto e viene continuamente rimandato.

Ricordiamo anche la vicenda di un blogger – un attivista per i diritti umani di lungo corso - Abduljalil al-Singace, condannato all’ergastolo insieme ad altre voci critiche del regime. Il 7 gennaio scorso la Corte di Cassazione ha rigettato i loro ricorsi.

Continuiamo a trovarci di fronte a sentenze punitive contro gli attori dell’informazione, anche perchè nel paese esiste un evidente problema di indipendenza della giustizia dal potere politico.

Esemplare la vicenda della giornalista di France 24 e Radio Montecarlo, Nazeeha Saeed che, vittima di tortura nella primavera del 2011, ha sporto denuncia e la poliziotta – perché è riuscita ad ottenere l’incriminazione solo per una delle sue aguzzine - è stata riconosciuta innocente. Fortunatamente il procuratore generale del Bahrein ha fatto appello, in seguito alle proteste internazionali. Ora siamo in attesa di sapere cosa verrà deciso dalla nuova sentenza.

 

Anche a livello internazionale sentiamo poco parlare del Bahrein...

È difficile far parlare di questo paese. Qui gli Stati Uniti hanno molti interessi, così come la Francia e l’Unione Europea, tutti attori coinvolti a livello strategico, economico e militare. Per questo oggi non si riesce a  mobilitare la comunità internazionale per il rispetto delle libertà.

Nella “primavera” del Bahrein è sempre stata sbandierata la “minaccia sciita”: le contestazioni vengono presentate come confessionali, e non sociali o politiche. Le autorità usano l’argomento religioso per giustificare la repressione, come se il Bahrein dovesse trasformarsi da un momento all’altro in una Repubblica islamica.

Alcuni giorni fa abbiamo organizzato qui una manifestazione davanti all’ambasciata insieme ad altre associazioni, ed era interessante vedere come il personale governativo facesse della “disinformazione” verso le persone che passavano e assistevano alla dimostrazione, per garantire che “in Bahrein va tutto bene, non succede niente!”.

La cosa più triste è che nel paese si sta verificando quella che definiamo una “repressione riuscita”: significa che le autorità hanno così tanti soldi a disposizione e sono così forti sulla comunicazione che stanno riuscendo a far credere davvero che in Bahrein non stia succedendo nulla.

 

Lei ricordava i paesi in cui la pace sociale è stata “comprata” con promesse di cambiamento, parlo di Giordania (134°↓6) e Marocco (136°↑2). A che punto siamo con le promesse?

Le autorità marocchine sono state molto scontente del posto assegnato al paese nella classifica quest’anno, visto che, prima della pubblicazione, avevano fatto un’operazione “restyling”, inviandomi tutta la documentazione su quanto avvenuto nel corso dell’ultimo anno.

In effetti ci sono stati dei passi in avanti, in particolare mi riferisco al nuovo testo costituzionale: un progresso che consideriamo positivamente, ma che per il momento non si è tradotto in un cambiamento concreto. Non c’è stata nessuna conseguenza in termini di legge.

Ad esempio oggi un ministro può perseguire un giornalista, e va bene fin qui non ci sono problemi, ma sempre secondo la legge marocchina il ministro può rivolgersi direttamente alla polizia giudiziaria, senza passare per il tribunale.

Questo dimostra che la Costituzione è cambiata, ma la pratica no. Al momento del suo esame universale presso la Commissione dei diritti dell’uomo, l’anno scorso, il Marocco ha accettato delle raccomandazioni, in particolare mi riferisco a quelle relative alla depenalizzazione dei delitti legati alla stampa.

Finora nulla è cambiato, e temiamo che se ci sarà questo progresso legislativo, provocherà comunque la comparsa di nuove pratiche e sistemi di censura tesi ad ottenere lo stesso risultato, pensiamo ad esempio all’introduzione di multe molto più salate che potrebbero gravare sui professionisti dell’informazione.

Sappiamo che il progetto di legge è in corso di studio, aspetteremo il risultato e chissà che il Marocco nelle prossime classifiche di RSF non salga. Noi ce lo auguriamo.

Anche in Giordania le promesse sono state tante, ma gli episodi di violazione delle libertà altrettanti. Ci sono stati giornalisti inquisiti davanti a tribunali militari e una grossa fonte di preoccupazione per noi deriva dal decreto reale riguardante Internet e le altre pubblicazioni.

È necessario dire che in effetti c’era bisogno di una legge che regolamentasse il settore, e su questo noi siamo d’accordo. Il problema sorge nel momento in cui questa regolamentazione diventa liberticida.

Studiando il testo del decreto, abbiamo trovato molte disposizioni pericolose per la libertà di espressione che vanno dalla creazione di un sistema di autorizzazioni alle norme della responsabilità per il web.

Quindi sì, bisognava regolamentare ma non così. Tra l’altro in Giordania sussiste una forte autocensura dei giornalisti ed è difficile trovare media davvero indipendenti dal potere politico.

 

Passiamo a parlare delle cadute vertiginose. Per la regione mediorientale si sono registrate quelle del Sultanato dell’Oman (141° ↓24) e Israele (112°↓20).

In Oman ci sono state rivendicazioni sociali che hanno scosso il Sultanato gi&agr ve; nel 2011, ma allora la repressione è stata ‘leggera’, mentre nel 2012 sono stati circa cinquanta i media-attivisti.

Tra l’altro qui non si parla di rivendicazioni estreme, nessuno chiedeva la fine del Sultanato. Le richieste vertevano soprattutto su riforme sociali ed economiche. Ma il potere ha reagito arrestando e condannando a pene che vanno dai sei mesi in su. Alcuni hanno trovato rifugio all’estero, chiedendo asilo, e la scorsa settimana è iniziato uno sciopero della fame nelle carceri omanite.

Un episodio significativo: qualche tempo fa mi ha contattato un giornalista omanita per chiedermi un’intervista sul declassamento subito nel rapporto di quest’anno.

A distanza di pochi giorni mi ha scritto di nuovo dicendomi che sarebbe stato interessato a ricevere comunque le informazioni sul tema, ma che purtroppo non avrebbe potuto pubblicare l’articolo rifiutato dal suo caporedattore, in quanto lesivo dell’immagine del Sultanato. Quindi continuiamo a monitorare la situazione.

Per Israele bisogna fare un discorso diverso, qui si parla di metodo. Fino all’anno scorso, nella nostra classifica esistevano due categorie: Israele e “extra-Israele”. Nella prima sezione si consideravano le azioni delle autorità e la situazione della stampa.

Nella seconda invece facevamo rientrare gli abusi dell’esercito al di fuori del paese, in particolare nei Territori Occupati o, ad esempio, nei confronti di iniziative internazionali come le Flotille.

La direzione di RSF ha deciso di mettere insieme queste due categorie perché non era più possibile tenerle separate, provocandone la retrocessione.

Bisogna dire innanzitutto che in Israele c’è un livello di libertà di stampa maggiore rispetto a quello degli altri paesi della regione, ma va anche sottolineato che qui esiste un controllo militare assoluto: la censura passa su  tutte le pubblicazioni del paese.

In secondo luogo, in Israele esiste un sistema -  che io credevo fosse eccezionale, e invece sto scoprendo essere la norma - di “gag order”. Si tratta delle decisioni dei tribunali che impediscono ai giornalisti di parlare di determinati argomenti.

È quello che è avvenuto per la storia della spia del Mossad, un cittadino israelo-australiano ritrovato morto in prigione, chiamato 'mister X', o anche per il caso di 'ìAnat Kamm-Uri Blau' nel 2009. Uri Blau era il giornalista che aveva pubblicato articoli sulla base di documenti fotocopiati da ex soldati dell’esercito israeliano, e che avevano sollevato uno scandalo enorme perché si parlava, ad esempio, del fatto che i soldati israeliani invece di arrestare i militanti palestinesi, li uccidevano con omicidi mirati.

Quindi ciò che avviene in Israele è che, a un certo punto, i tribunali decidono che per ragioni di sicurezza per un periodo di tempo definito o indefinito non si può parlare più di questo o quell’argomento.

Capita allora che alcuni giornalisti israeliani, al corrente di questi argomenti “proibiti”, passino le informazioni ai colleghi stranieri.

Ma ciò che ha provocato la ‘caduta’ di quest’anno è stata la fusione tra le due zone prima considerate come distinte. alle azioni delle autorità israeliane si sono aggiunti gli abusi dell’esercito compiuti al di fuori dei confini, nei Territori Occupati, sui giornalisti palestinesi e su quelli stranieri.

Qui registriamo regolarmente la chiusura di radio e televisioni sia in Cisgiordania che a Gerusalemme Est, e dobbiamo ricordare quello che è avvenuto durante l’operazione Colonne di Fumo, quando i giornalisti dei media affiliati o vicini ad Hamas sono stati presi come obiettivo dall’esercito.

Una cosa interessante dell’operazione militare è stata che lo Tsahal (l'esercito israeliano, ndr) ha usato i social network: la comunicazione è stata fatta dei tweet che avvertivano i giornalisti stranieri del pericolo che correvano se si fossero trovati vicino alle strutture dei media palestinesi.

 

Osserviamo una stagnazione anche per l’Iraq (150° ↑2), che guadagna due posizioni solo per le cattive performance di altri paesi.

In Francia abbiamo avuto il caso del giornalista Nadir Dendoune, inviato de Le Monde Diplomatique, arrestato il 23 gennaio scorso dalle autorità irachene perché stava girando  immagini vicino a luoghi ritenuti “sensibili”.

È stato liberato pochi giorni fa, ma questa vicenda ha permesso di tornare a parlare di questo paese. Un paese che era passato un po’ sotto silenzio nel corso di queste “Primavere arabe”, anche se anche qui c’erano state delle manifestazioni.

In Iraq è il livello di sicurezza ad essere molto preoccupante, le violenze e le intimidazioni sono numerose. Nel corso dell’anno abbiamo registrato l’uccisione di tre giornalisti per cause legate alla loro attività.

Fare questo lavoro è molto complicato: i giornalisti qui vengono arrestati giornalmente, sempre con delle scuse diverse; ogni volta c’è bisogno di un’autorizzazione e di qualche documento che manca, sempre a discrezione delle autorità.

Oltre all’aspetto securitario bisogna considerare l’aspetto legislativo: la mancanza d’indipendenza della CMC (Communication and Media Commission) costituita dalla coalizione, chiaramente alla mercè del primo ministro e del ministro delle Comunicazioni, prende decisioni che mancano di indipendenza e trasparenza soprattutto riguardo ai media stranieri e indipendenti.

Manca inoltre un sistema legislativo che inquadri realmente i media: è ancora in vigore il codice della stampa del 1968, con la possibilità di applicazione del codice penale del 1969.

Negli ultimi mesi si è parlato di un progetto di legge sulla “protezione dei giornalisti”, ma si tratta di un progetto proposto da un sindacato, è quindi una legge di categoria per la protezione professionale più che una legge sul diritto alla libertà di informazione.

Per quanto riguarda la normativa sulla cyber-criminalità che era passata in Parlamento nel 2011, le ultime notizie dicono che è stato rigettato. Si tratta di una novità positiva perché il testo era davvero pericoloso per la libertà di stampa nel paese. Ma restiamo a vedere.

C’è poi la regione del Kurdistan iracheno, che di solito viene considerata più sicura, ma non è sempre così: qui vige una sfiducia e diffidenza reciproche tra giornalisti e autorità.

 

Parliamo infine dei due paesi della “primavera”, Egitto (158°↑8) e Tunisia (138°↓4).

Bisogna dire innanzitutto che sono partiti da due situazioni molto diverse. La Tunisia era un paese davvero molto autoritario prima della caduta di Ben Ali, con nessuna stampa indipendente, e solo tre giornali di opposizione.

In Egitto esistevano invece dei media indipendenti anche sotto Mubarak. Quindi, come dicevo all’inizio rispetto alla Tunisia, con la rivoluzione ha fatto un grande balzo in avanti, ma ora i cambiamenti di cui si era molto parlato tardano a concretizzarsi.

Aspettiamo ancora l’applicazione delle due norme sulla libertà e l’indipendenza dei media varate nel 2011. La commissione HAICA (Haute Autorité Indépendante pour la Communication Audiovisuelle) ancora non è stata costituita, alcune disposizioni delle due leggi sono applicabili, in quanto non prevedono nessun adattamento, ma per la maggior parte sono necessari nuovi decreti di applicazione.

L’assenza dell’HAICA è stato il pretesto per dare il via a delle nomine arbitrarie da parte della politica a capo dei media pubblici, con conseguenze importanti sulle relative linee editoriali.

Per l’Egitto, dobbiamo distinguere le varie fasi: come ho detto, c’è stata una rivoluzione molto violenta e sanguinosa, con giornate dure e pericolose anche per i giornalisti stranieri; si è verificata l’interruzione di Internet e delle comunicazioni per alcuni giorni. Tutto ciò ha portato l’Egitto a scivolare in basso nella classifica del 2012.

Poi c’è stata la fase dei militari, con molti processi e condanne contro civili e giornalisti per “attentato alla sicurezza nazionale”. Ricordiamo il caso emblematico di Maikel Nabil Sanad, il blogger arrestato e primo imputato per reati politici del dopo-Mubarak.

Poi l’anno scorso molti scontri e attacchi mirati contro i giornalisti che coprivano le manifestazioni contro i militari. Anche dopo l’arrivo del nuovo governo la situazione non è migliorata, ancora nomine a capo dei media di derivazione tutta politica, un testo della Costituzione che garantisce alcuni diritti ma senza nessuna applicazione pratica, ancora processi a giornalisti - c’è ad esempio il caso di Muahmmad Sabry, imputato davanti a una corte marziale.

Diciamo che quello che si registra è una sorta di continuità con il passato ma, ora, caratterizzata da più proteste, più minacce, più processi, più violenza. Tutto ciò è dovuto al fatto che ora la gente non accetta più le pratiche del periodo di Mubarak.

La nomina politica dei media era la normalità durante il regime, e nessuno protestava. Ora però i Fratelli Musulmani che avevano detto che cose del genere non si sarebbero più verificate, stanno facendo la stessa cosa. Ma ora il popolo non è più rassegnato.

Oggi le persone sono coscienti del fatto di volere qualcos’altro, di volere qualcosa di meglio.

È soprattutto questo. Non c’è dubbio che le popolazioni e, con loro, tutte le Ong che si occupano di diritti umani, hanno riposto molte speranze in queste “Primavere arabe”. Ma io credo che siamo solo all’inizio di questa nuova stagione!
 

 

18 febbraio 2013