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Marocco. Arte, politica e 'cittadinanza critica': intervista a Driss Ksikes

Si può essere allo stesso tempo un giornalista, un professore, un commediografo e un attivista? La risposta è sì, se si parte dall’essere un ‘cittadino critico’. Così si descrive Driss Ksikes, un "connettore organico" come avrebbe detto Gramsci.  

 

 

 

di Allison L. McManus* - traduzione a cura di Stefano Nanni

 

Driss Ksikes non è un personaggio che si può facilmente inquadrare in un’unica definizione. E’ allo stesso tempo un artista, un accademico, un giornalista e un attivista. Tuttavia, la sua capacità di trascendere la rigidità di ognuno di questi ruoli gli ha permesso di evadere dagli stereotipi.

Sia le sue attività artistiche che politiche gli sono servite per diventare direttore del prestigioso Centre d’etudes sociales, economiques et managériales (CESEM).

Ma forse l’espressione che lo descrive meglio è quella che lui stesso utilizza: un “critical citizen”, un ‘cittadino critico’.

Ksikes ha iniziato la sua carriera come commediografo, pubblicando la sua prima opera nel 1998 “Pas de memoire...memoire de pas”. Poi nel 2000 è uscito “Le saint des incertains”, “IL” nel 2008, e “The Match” nel 2010. Ha scritto anche un romanzo nel 2006, “Ma boite noire”, edito da Tarik Editions (Casablanca) e Le grand souffle (Parigi).

Inoltre dal 2002 è stato capo redattore della popolare rivista marocchina – in lingua francese - TelQuel, così come della sua versione in darija (arabo marocchino) Nichane.

Lavoro che ha lasciato nel 2006 a causa del procedimento giudiziario in cui è stato coinvolto per aver “diffamato l’Islam e danneggiato la moralità” in seguito alla pubblicazione di barzellette che prendevano in giro il re Hassan II e la religione.

Attualmente Ksikes collabora con diverse testate internazionali come giornalista freelance ed è impegnato a tempo pieno come direttore del Cesem, l’organo di ricerca del HEM (Institut des hautes etudes de management).

Pubblica inoltre sul sito di analisi Economia e continua ad essere un personaggio piuttosto influente nel panorama teatrale del paese facendo parte di DABAteatr, dove daba è la parola marocchina che sta per ‘ora’.

DABAteatr mette insieme attori, artisti e attivisti che si fondono in un "teatro civico" in versione marocchina.

Un teatro che coinvolge pubblico e cittadini sull’attualità politica e sociale in cui vivono (progetto questo che evidenzia l’imperativo di cittadinanza critica di Ksikes).

 

 

Lei è stato molto attivo a livello politico in Marocco, rivestendo diversi ruoli: giornalista, scrittore, professore, commediografo, attivista, intellettuale e altro ancora. Come è cambiato il suo senso di appartenenza alla società e alla politica del paese rispetto a questi diversi ruoli, se è cambiato?

Mi permetta di prendere in prestito da Gramsci la famosa espressione di “connettore organico” per descrivere la mia modesta ambizione. Io non voglio trasmettere un’ideologia, bensì energia, sul palco e attraverso ciò che scrivo come forma di azione.

Questa energia è il risultato della mia bramosità per la cittadinanza, quel sentimento che ognuno di noi dovrebbe scoprire sempre più a fondo nel posto in cui è nato, per assicurarsi che se ne conoscano tutte le potenzialità che offre – un posto per la vita, il dibattito, la creatività e il disaccordo.

Principalmente sono un libero scrittore che si occupa del periodo in cui vive. Ciò può assumere diverse forme ma arriva allo stesso risultato: scoprire la poesia da scrivere sul mondo che ci circonda e l’etica per agire nel posto in cui si vive.

 

 

Nel 2007, quando era a capo della rivista Nichane, è stato condannato alla prigione – sentenza commutata successivamente in una multa - dopo aver pubblicato una serie di barzellette a contenuto politico e religioso. Quanto ha inciso sulla sua determinazione di giornalista e attivista? Riguardo alla libertà di espressione, come è cambiata la situazione negli ultimi 5 anni?
 
Quell’episodio mi ha aiutato a realizzare diverse cose. La prima è che uno non dovrebbe soltanto proporre la libertà come discorso e pratica di comunicazione, ma anche essere sicuro che ci siano abbastanza persone pronte ad afferrare il bisogno di libertà e siano disposte a lottare per essa.

E’ stata una vicenda che mi ha aiutato a prendere una decisione più importante, che è stata quella di tornare sul campo, ovvero a teatro, nei dibattiti pubblici, interagendo con le persone, cosa che il mio impegno a tempo pieno con i media non mi permetteva di fare.

Quell’episodio mi ha fatto rendere conto di quanto io sia attaccato all’indipendenza di pensiero e quanto sia riluttante nell’accettare l’auto-censura. Da allora, diversi editori sono stati o sono così coinvolti in questioni di affari e politica che accettano costantemente di autocensurarsi come norma interna di gestione della stampa.

 

 

Perché ha deciso di partecipare alle dimostrazioni del Movimento 20 febbraio? Sente che hanno cambiato la concezione popolare della politica?

Senza le marce del 20 febbraio non ci sarebbe stata né una nuova - e ancora da sviluppare e applicare - Costituzione, né un sentire comune che dia voce alle richieste politiche di maggiore responsabilità e trasparenza, che rappresentano l’unico modo per preparare la strada per le riforme e il cambiamento.

Il Marocco è un paese complesso, dove alle regole del gioco contribuisce una élite clientelare dalle diverse sfaccettature. Ci dovrebbe essere maggiore pressione da parte dei cittadini, più strutturata e mirata per raggiungere ulteriori cambiamenti.

Ma non credo che ci sia abbastanza consapevolezza che il 20 febbraio sia l’inizio di un processo di lungo termine, piuttosto che fine a se stesso.

 

 

Riferendosi a Dabateatr, in passato ha detto che “l’arte è politica”. 
 
Temo che la frase “l’arte è politica” generi spesso delle incomprensioni. Non voglio dire che l’arte non dovrebbe per definizione affrontare né le questioni politiche né, peggio, essere persuasiva nel senso di dare lezioni al pubblico su cosa dovrebbe pensare, fare o credere.

Questa è una concezione povera e alienante del teatro. Dico piuttosto che stare sul palco e in uno spazio pubblico, giocando un ruolo, facendo pensare, sentire la gente, e interagendo con ciò che ha a che fare con la quotidianità, l’amore, la politica, la bellezza, è qualcosa di altrettanto politico.

La gente non si prende mai una pausa per capire quanto importante sia un sentimento, uno sguardo, un desiderio, una frustrazione.

Ciò non ha niente a che vedere con la contestazione. Ha a che fare piuttosto con l’interpretazione che fa il singolo individuo, con l’interazione con il pubblico a fine serata, e in un senso più ampio con il tornare a casa e riflettere sulle questioni che riguardano la propria città, il proprio ambiente.

 

 

Crede che ci sia democrazia in Marocco? Se sì, è diversa dagli altri paesi? E in che modo l’ultima versione della Costituzione (approvata nel luglio 2011) supporta o si allontana da una visione democratica?

Non credo affatto che la democrazia nasca a partire dai documenti. Questo aiuta molto, ma non abbastanza rispetto ad una società come la nostra, nella quale le interazioni informali e interpersonali, così come quelle illegali ma autorizzate, hanno un peso maggiore.

Non negherò che abbiamo fatto qualche passo in avanti, ma non abbastanza per parlare di democrazia. I poteri dello stato non sono ancora del tutto separati, i problemi della gestione economica e politica restano inalterati da anni. (…)

Penso che la spinta verso la democrazia non dovrebbe venire solo dall’alto, dove l’equilibrio dei poteri è largamente favorevole alla monarchia, ma dai partiti politici che non hanno nemmeno osato rispondere, come la monarchia ha fatto, di fronte alle richieste di rinnovamento politico del Movimento 20 febbraio. Nella cultura e nella mentalità dei governanti deve entrare il bisogno di mettere in pratica queste riforme in tutti gli strati della società. E su questo punto siamo molto, molto indietro.

 

 

Cos'è per lei questa “eccezione marocchina” di cui il governo e non solo parla ormai da un paio d'anni?
 
La definirei una brutta canzone patriottica. Non esiste questa concezione della nostra nazione “così diversa in natura” rispetto alle altre.

Lo Stato marocchino ha un’esperienza di lunga data nell’adattarsi politicamente al cambiamento, che consiste nel gestire crisi di breve termine affinché il regime sopravviva. Funziona perché lo Stato è debole a livello istituzionale e la società ha pochi poteri.

Ci sono alcune caratteristiche che possono essere comparate ad altri contesti, ma non sono in alcun modo eccezionali.

 

 

Recentemente TelQuel ha riportato una sua dichiarazione che afferma che il senso della collettività non esiste in Marocco, come se gli individui fossero delle “entità a sé”. Da dove potrebbe nascere un futuro senso di solidarietà nel suo paese?
 
La solidarietà non può essere una presa di posizione morale. Soltanto una classe media forte, grande, prosperosa che crei ricchezza e si senta coinvolta in un processo di benessere comune  e condivisione può dare il via alla solidarietà. 

Abbiamo bisogno di una democrazia economica per raggiungere una coesione sociale. E siccome non stiamo né investendo in modo massiccio nell’educazione pubblica di qualità  né creando le basi per il sorgere di attori economici, è davvero difficile per la gente avere un senso di appartenenza collettiva.
 
 

*Per leggere l’articolo in lingua originale, clicca qui

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