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Tunisia. Dopo la primavera difendiamo l'estate

La strage di Sousse del 26 giugno, che ha causato 39 morti e altrettanti feriti, ha come finalità evidente la destabilizzazione della regione e in particolare della Tunisia, paese in cui, nonostante difficoltà e contraddizioni, continua a pulsare una dinamica sociale viva che prova a tenere aperta una strada verso la costruzione di una democrazia reale, fuori e contro integralismi ed autoritarismi.

 

Dopo l’attacco al Bardo del 18 marzo che, è bene ricordare, aveva come obiettivo principale il Parlamento e non il Museo, in Tunisia sono proseguiti gli attacchi armati e le uccisioni di poliziotti e militari, principalmente nella regione di Kasserine, in cui da anni (in maniera ridotta durante il governo di Ennahda) si svolge una guerra a bassa intensità tra miliziani afferenti a diversi gruppi salafiti e l’esercito tunisino.

Ma l’assalto alla spiaggia di El Kantaoui è il primo episodio in cui i turisti stranieri sono stati identificati direttamente come obiettivo.

Nella rivendicazione apparsa su diversi media, questo atto viene giustificato, secondo la distorta visione di Daesh, con il fatto che i turisti sono portatori di alterità rispetto al modello imposto dall’interpretazione della legge coranica promossa dal gruppo Stato islamico.

Ma quello che resta sulla spiaggia del resort sono le conseguenze devastanti sull’economia del paese, che da sempre ha nel turismo una risorsa fondamentale. Coma a dire “tanto peggio, tanto meglio”, per chi vuole fare leva sulla miseria e l’impoverimento del paese per convincere i giovani tunisini a trovare un’opzione nel jihad.

Il paese dei gelsomini si trova di nuovo a dover fronteggiare un duplice attacco: quello dell’integralismo e quello della falsa risposta autoritaria in nome della sicurezza, già promossa dal governo dopo il Bardo. 

Di nuovo, come in una spirale sempre più difficile da combattere, la Tunisia rischia di vedere limitati i diritti individuali in nome della lotta al terrorismo. L’evacuazione di migliaia di turisti europei che sta avendo luogo in queste ore e, più in generale, le conseguenze dell’attentato sul turismo e sull’economia tunisina, già duramente colpite dagli ultimi anni di instabilità politica, rischiano di divenire ulteriori elementi utili per alimentare la retorica repressiva del governo attuale.

Con il pretesto “dell’emergenza terrorismo” si sta cercando di restringere le possibilità di contestazione e l’agibilità politica degli attivisti e dei dissidenti.

Già da alcuni mesi si discute di alcune proposte di legge, definite liberticide da molti attori della società civile tunisina ed internazionale, che, se approvate, fornirebbero strumenti repressivi sproporzionati, compresa la pena di morte, che verrebbero applicati sia per reprimere i gruppi armati islamisti che i contestatori e gli oppositori politici.

Garantirebbero a polizia e militari di restare impuniti anche in caso di uccisione di un civile disarmato che attenti a beni materiali pubblici o privati, legittimando di fatto l’omicidio di Stato.

Impedirebbero ai giornalisti di affrontare tematiche legate alla “sicurezza nazionale”, concetto peraltro mai definito chiaramente, e soggetto alle più svariate interpretazioni. Allo stesso modo è possibile, e secondo molti è addirittura probabile, che dopo le 80 moschee che il governo intende chiudere, in quanto presunti centri di incitamento alla violenza, la stessa sorte toccherà ad altre organizzazioni di tutt’altro orientamento politico.

Cavalcando la paura del terrorismo il governo tunisino potrebbe estendere i bersagli della repressione, magari grazie alle migliaia di riservisti che il ministero della Difesa sta richiamando alle armi per “controllare il territorio nazionale” in seguito all’attentato di Sousse.

Francia, Kuwait, Somalia, Kobane e Tunisia sono state colpite in maniera provocatoria, quasi in simultanea, con un effetto dirompente sull’immaginario dell’opinione pubblica tunisina e internazionale. Una sorta di strategia della provocazione e della “tensione” a livello globale, volta a rafforzare la “potenza” di Daesh e di gruppi analoghi.

Anche alla luce di queste considerazioni, oggi più che mai si rende necessario uno sforzo per analizzare ed affrontare le cause che hanno portato alla situazione attuale, cercando di allontanare e respingere le semplificazioni, che fanno invece il gioco degli estremisti.

Come non vedere che quel che succede affonda le radici in una completa ridefinizione degli equilibri geopolitici che corre dall’Asia all’Africa con vecchie e nuove potenze che si fronteggiano tra alleanze, doppigiochi ed interessi intrecciati? 

Sembra che la volontà politica di affrontare fino in fondo le motivazioni che hanno creato l’attuale conformazione sociale e politica non solo nella regione, ma a livello globale, abbia lasciato il campo alla retorica della “guerra di civiltà”.

D’altronde parlare di tutto questo significherebbe anche affrontare le responsabilità a partire dalla Turchia e dai paesi del Golfo, alleati dell’Occidente, che hanno permesso, a dir poco, la nascita di Daesh per perseguire ben altri interessi di supremazia, che non hanno nulla a che vedere con la “guerra religiosa tra sciti e sunniti”.

E’ la stessa cosa che avviene per la disgustosa retorica che accompagna la discussione sulle migrazioni e sulle morti in mare, causate non certo dagli scafisti, manovali degli introiti milionari della proibizione dei confini, ma in primis dagli accordi bilaterali tra UE e Stati del bacino sud del Mediterraneo, e dalle legislazioni nazionali dei paesi del nord che impediscono la libera circolazione delle persone (pur garantendo quella dei flussi di capitale), e definiscono un essere umano come illegale, creando la “clandestinità” e imponendo di migrare attraverso mezzi dispendiosi e pericolosi. Senza dimenticare il trattamento indegno ed inumano che viene riservato a chi fugge dalle guerre.

La resistenza dei curdi siriani in Rojava rappresenta per molti un modello di lotta all’oppressione e alla violenza di Daesh, che viene messo in pratica con determinazione attraverso le modalità che il contesto permette e richiede. E’ la stessa dignità della lotta della società civile tunisina. 

All’interno della complessa ridefinizione degli equilibri geopolitici della macro-regione che dal Mediterraneo arriva fino al Medio Oriente, la Tunisia è un simbolo, nel bene e nel male, che sta cercando di mettere in atto un cambiamento culturale e sociale quanto mai necessario per contrastare sia l’oscurantismo religioso che la repressione del dissenso e la restrizione di spazi di libertà.

Il nostro stare con le associazioni di base, le reti sociali, le esperienze sindacali, i giovani attivist@ radicali in Tunisia vuole essere un contributo che si intreccia con la necessità di condividere laboratori di alternativa come la Rojava, le esperienze della società civile laica e democratica in tutto il Maghreb e Mashrek. 

Solo l’intreccio di tutti questi cammini, compresi i movimenti e le realtà europee, può costruire una comune capacità di opporsi non a un passato medioevale che ritorna, ma alla complessità dei vecchi e nuovi poteri nel tempo del capitalismo globale finanziario.

*Articolo originariamente pubblicato sul sito di Ya Basta Caminantes. 

06 Luglio 2015
di: 
Damiano Duchemin da Tunisi per Ya Basta Caminantes*
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