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Turchia. L’inazione su Kobane e le aspirazioni di Erdoğan

Cosa sta succedendo al confine con la Siria? Qual è la strategia del governo turco all’interno della coalizione internazionale contro lo Stato Islamico (Is)? Cosa c’è dietro l’inazione di Ankara? Intervista a Lea Nocera, docente all’università “L’Orientale” di Napoli, esperta di Turchia contemporanea. 

 

 

Da giorni l'enclave di Kobane, al confine turco-siriano, è al centro delle cronache per l'assedio che sta subendo da parte delle milizie dello Stato Islamico (Is). Ma cosa sta succedendo veramente? Cosa si cela dietro l'inazione del governo di Ankara? Osservatorio Iraq ne ha parlato con Lea Nocera, esperta di Turchia contemporanea. 

 

Da giorni l’enclave di Kobane al confine con la Siria è sotto l’assedio dello Stato Islamico. Cosa sta succedendo?

La situazione attuale, che ormai si protrae da oltre un mese, è molto delicata. Ma è tutta l’area al confine tra Turchia e Siria a versare in condizioni critiche da diversi mesi, nonostante se ne sia parlato di meno sui mezzi di informazione. In queste settimane sono stati oltre 200mila i curdo-siriani che hanno attraversato il confine per trovare un rifugio sicuro, mentre l’esercito di Ankara è stanziato sulle colline in modo da controllare e vigilare su qualsiasi passaggio di armi e combattenti.

Fermo restando che non c’è alcuna intenzione di intervenire militarmente in sostegno alla popolazione di Kobane, come ribadito dal governo turco, i soldati svolgono un’operazione di “filtraggio” anche per quanto riguarda i giornalisti, rigidamente controllati sia in entrata che in uscita. 

In Turchia la situazione è ancor più delicata a Suruç – il primo luogo in cui affluiscono le migliaia di rifugiati per poi dirigersi verso altre mete, principalmente cittadine curde, ma arrivano sino ad Istanbul. A Suruç c’è bisogno di materiali di prima necessità, beni alimentari, acqua, medicinali. Manca praticamente tutto. E ciò che si riesce a fare è soprattutto grazie all’opera di volontari.

Ha ribadito che la Turchia non vuole intervenire direttamente. Qual è dunque il ruolo che Ankara intende avere nella coalizione internazionale contro l’Is? 

Le informazioni al riguardo sono molto contrastanti. Da una parte c’è la posizione ufficiale del governo, secondo cui per un intervento militare, nonostante ci sia stato il via libera dal Parlamento turco, occorre che siano rispettate due condizioni: una no-fly zone sull’area del confine turco-siriano e la creazione di una zona cuscinetto di cui essenzialmente l’esercito turco detenga il controllo. Dall’altra ci sono gli Stati Uniti che hanno fatto trapelare più volte notizie secondo cui la Turchia avrebbe messo a disposizione, oltre che lo spazio aereo, anche basi militari di supporto ai raid della coalizione internazionale al di là del confine. 

E’ noto ormai da tempo che Ankara avrebbe permesso il transito di armi e persone in funzione anti-Asad in Siria, che poi sarebbero affluite all’interno dello Stato Islamico. Ma a queste accuse, che vengono rivolte ancora oggi per l’inazione con la quale il governo turco starebbe continuando, di fatto, a favorire l’Is, sia il primo ministro Ahmet Davutoglu che il presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan continuano a dimostrarsi refrattari. Innanzitutto rispedendo al mittente le critiche, mosse in particolare da Germania, Nato e vertici dell’Unione Europea, affermando che non ci sarebbe ragione per fermare cittadini europei che vogliono raggiungere la Siria passando per il territorio turco e in qualche modo suggerendo che la responsabilità iniziale è dei paesi europei per quanto riguarda i militanti Is che hanno passaporto europeo.

In secondo luogo criticando in toto l’Occidente, addirittura adottando una retorica secondo cui le cause della situazione attuale sarebbero da ritrovare nell’impostazione politica regionale che gli ex-Stati coloniali hanno costruito dagli Accordi di Sykes-Picot (1916) in poi – nei discorsi pubblici di Erdoğan non è raro il riferimento a questi ed altri eventi storici avvenuti tra le due guerre mondiali.

Ma soprattutto, dato che l’obiettivo strategico della Turchia nei confronti della Siria non è mutato, ovvero il desiderio di un cambio di regime, il non-intervento viene giustificato dal presunto accordo di non-belligeranza che intercorrerebbe con il presidente Bashar al-Asad e i curdo-siriani dell’Ypg (Unità di protezione del popolo), alleati del Pkk, partito dei lavoratori del Kurdistan, considerati da Erdoğan terroristi quanto gli estremisti sunniti dell’Is

Quali sono le ripercussioni nella politica interna di tutta questa situazione?

La posizione turca in politica estera ha inevitabilmente subito un’importante ripercussione sul piano interno, in primis sul fronte del processo di pace con i curdi del Pkk. Se già il processo di pace - che secondo le autorità turche è ancora in corso - abbia subito grosse battute d’arresto sin dalle proteste di Gezi, ora vi è stata anche un’interruzione della tregua militare in seguito agli attacchi aerei dell’esercito turco avvenuti nei giorni scorsi nelle province curde sud-orientali. Pare inoltre che gli attacchi fossero iniziati già domenica scorsa anche se sono stati confermati soltanto ieri dall’esercito. Nonostante una serie di eventi - come ad esempio il tragico episodio di Roboski/Uludere nel 2011, quando a causa di un attacco aereo dell’esercito turco morirono 34 persone (molti adolescenti), che facevano contrabbando di sigarette ma erano accusati di essere guerriglieri del Pkk - era da una decina di anni che lo scontro tra governo e curdi non assumeva in Turchia una simile portata.

Contro l’inazione dell’esercito al confine e del rinnovato inasprimento dell’azione del governo sulla questione curda si stanno ripetendo quotidianamente manifestazioni di protesta che fino ad oggi hanno causato la morte di 37 dimostranti. Si tratta di manifestazioni che avvengono principalmente nelle città a maggioranza curda, ma non solo: anche nelle grandi città come Istanbul ed Ankara la gente sta protestando, chiedendo l’apertura di un corridoio umanitario urgente e scende in piazza in solidarietà con la popolazione di Kobane. Sono in realtà iniziate in modo “spontaneo”, con gruppi curdi che si sono scontrati contro formazioni nazionaliste e anti-curde. In un secondo momento è arrivato l’intervento della polizia che ha esacerbato gli scontri e di conseguenza il conflitto si è riversato all’interno della popolazione. 

Ma non c’è soltanto la questione curda che, storicamente, ha sempre dominato la politica interna in Turchia e che ora sta tornando prepotentemente alla ribalta – ragion per cui la gente parla di un “ritorno agli anni ‘90”, con chiaro riferimento al periodo di grandi scontri tra governo e Pkk. Gli scontri stanno confermando ancora una volta che l’immagine di un “Islam moderato e democratico” di cui Erdoğan si è fatto promotore negli ultimi anni non corrisponde alla realtà, perché è sotto gli occhi di tutti il modo in cui il governo si sta rapportando al dissenso e alla libertà di espressione. Il lato autoritario di quella immagine, insomma, sta emergendo sempre di più.

Oltre alle proteste di piazza, sulla linea del governo quali sono le posizioni degli altri partiti?

Come detto la situazione di Kobane è un durissimo banco di prova sia per il nuovo governo che per il neo-presidente Erdoğan, i quali tuttavia hanno contro di loro una debole opposizione. I due principali partiti che potrebbero tentare di presentare un’alternativa al governo sono costretti a fare i conti con la realtà. 

Da un lato c’è il Chp (Partito popolare repubblicano), di stampo laico, custode dell’eredità del kemalismo, che ha prima accusato l’Akp di appoggiare l’Is e poi ha proposto una mozione in Parlamento per permettere una rapida incursione dell’esercito in supporto di Kobane. Senza però appoggiare l’intervento militare via terra. Dall’altro c’è il Mhp, un partito fortemente nazionalista noto anche come partito dei “Lupi Grigi” e da sempre rinomato per essere contro i curdi. Di fatto ha appoggiato l’Akp nel voto a favore dello spiegamento di truppe in Siria e in Iraq e l’autorizzazione a eserciti stranieri.

Resta solo l’Hdp, il partito filo-curdo che non riesce a trovare una sponda, l’unico a fare dichiarazioni davvero critiche contro la politica dell’Akp e a denunciare le ripercussioni che la questione sta avendo nei confronti della popolazione curda in Turchia. L’Hdp è però accusato da Erdoğan di istigare la violenza per le strade e dal Mhp di appoggiare un’organizzazione terrorista, quale il Pkk. Non c’è affatto un fronte d’opposizione e si esasperano conflitti e fratture già persistenti negli schieramenti parlamentari. 

L’unica opposizione, dunque, rimane quella che scende in strada a protestare. Al di là delle dinamiche partitiche è questo l’elemento positivo in questa situazione e consiste nel fatto che a livello di società civile e di popolazione le manifestazioni sono partecipate non solo dalla componente curda, ma anche turca. Una simile solidarietà era impensabile qualche anno fa. Di sicuro ciò che si può constatare oggi è che è aumentata la sensibilità nei confronti della questione curda e che parte della società civile turca la considera come un elemento importante in un più ampio processo democratico.

A partire dalla posizione del governo nei confronti di quanto accade a Kobane, così come era avvenuto per Gezi, si avanza un’opposizione dura e critica più ampia nei confronti di una linea di governo caratterizzata da misure autoritarie e repressive.

Cosa ci si può aspettare nelle prossime settimane, con l’aggravarsi della crisi che sembra correre di pari passo con il persistere dell’inazione del governo turco?

Intanto è curioso notare come oggi la Turchia abbia come primo ministro l’artefice del ripensamento della politica estera turca, Ahmet Davuoglu, colui che aveva teorizzato la strategia “zero problemi con i vicini” proprio quando ci si trova in una situazione totalmente opposta dato che attorno alla Turchia di problemi ce ne sono più di uno. 

Soprattutto è importante ricordare – ma d’altronde il governo non ne fa mistero – che la Turchia sogna di avere una grande influenza nella regione, possibilmente sostituendosi all’Arabia Saudita come leader del sunnismo, presentandosi al tempo stesso anche come paese “moderato” e “democratico”, cosa che ha cercato di fare negli ultimi anni. 

In secondo luogo inasprire la questione curda potrebbe risultare molto scivoloso per la Turchia, perché mentre da una parte attacca e denuncia come ‘terroristi’ l’Ypg e il Pkk, con i curdo-iracheni i rapporti sono buoni da tempo ed è nota l’amicizia tra Erdoğan e Barzani. E questi sono da ricondurre principalmente ai bisogni energetici di Ankara. Gli sviluppi futuri dipenderanno molto dall’evoluzione della situazionea Kobane. Se quest’ultima cadesse nelle mani dell’Is potrebbe anche essere considerata una sconfitta del Pkk e rafforzare invece tra i curdi il ruolo di Barzani, che non perde occasione per dichiararsi rappresentate di tutti i curdi. Il problema da parte turca è evitare un rafforzamento della parte curda nella regione sud-orientale.

Ma un’attenzione maggiore andrebbe posta in generale anche su un altro aspetto. Si tratta dell’esperimento politico che si stava sperimentando a Kobane e altre cittadine al confine fino a che non divampasse il conflitto. Un esperimento di autonomia democratica che si rifà a una ridefinizione dell’azione politica propugnata anche da Ocalan (confederalismo democratico) e che si ispira alle teorie di Murray Bookchin. Un progetto politico che si basa su un principio di pluralismo e di diritti democratici che contrasta nettamente con la linea politica conservatrice dell’Akp.

In conclusione, la situazione rimane molto complessa, perché si intreccia tanto con dinamiche politiche regionali sui cui sviluppi è difficile pronunciarsi tanto con gli sviluppi interni del paese che rivelano contrapposizioni sociali e politiche sempre più critiche. Di certo il confine con la Siria rimane molto poroso e la situazione nelle strade (ma anche nelle università) turche non sembra calmarsi. 

 

L'immagine grafica pubblicata recita: "Ovunque Kobane, ovunque resistenza", e si richiama allo slogan di Gezi Park, "Ovunque Taksim, ovunque resistenza". Credits di Xisor Tasarım Grubu a questo link

16 Ottobre 2014
di: 
Stefano Nanni
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