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Un dialogo con lo "Stato Islamico"?

"Bombardare Da'ish non può essere una soluzione, ma l'idea di aprire dei negoziati con alcuni componenti di questa organizzazione è aborrita dalla comunità internazionale, nonostante i diplomatici siano abituati a stringere la mano a criminali in giacca e cravatta. L'obiettivo della guerra allo Stato islamico rimane la preservazione di un ordine globale piuttosto che quella di uno etico". L'analisi di Andrea Glioti per OssIraq. 

 

 

Bombardare il sedicente Stato Islamico (IS) non può essere una soluzione, sul piano della sicurezza, socialmente e politicamente. La risposta dovrebbe essere basata invece su un approccio politico diversificato, a seconda del contesto, siriano o iracheno: un approccio mirato a creare un unico fronte anti-IS in Siria e un altro improntato al dialogo con alcuni componenti IS in Iraq.

Al fine di contrastare gli ideali di questa organizzazione nel lungo termine, è anche necessario mettere in discussione la rappresentazione mainstream dei movimenti jihadisti sunniti e sottolineare i loro tratti umani e pragmatici.

 

Guerrafondai e spauracchi

Se avete avuto la sventurata idea di seguire le notizie negli ultimi mesi, avrete notato la rediviva isteria interventista che ha fatto seguito agli attacchi di Parigi. In pochi giorni i talk-show sono stati inondati di esperti (autoproclamatisi tali) fautori del presunto dovere morale occidentale di sconfiggere lo Stato Islamico.

Un nuovo spauracchio completamente funzionale è salito in scena, sicuramente più efficace di quello comunista della guerra fredda, in quanto IS è una perfetta incarnazione di alterità culturale, religiosa, sociale e ideologica rispetto allo zeitgeist dominante dell’Europa contemporanea.

In altre parole, generalizzando, dichiarare guerra ai musulmani disoccupati di seconda/terza generazione (e ai migranti in generale) mobilizzatisi sotto le spoglie del fanatismo religioso garantisce un gradimento di massa ben più ampio di una guerra contro il tuo vicino comunista, con il quale è probabile tu avessi in comune reddito ed etnia.

Non solo, quando la guerra è contro IS, anche la Russia e gli Stati Uniti condividono lo stesso letto (con le dovute divergenze).

Fare i guerrafondai contro IS riscuote più popolarità della guerra al “terrorismo” di George W. Bush: in seguito agli attentati dell’11 settembre, la Casa Bianca non era infatti riuscita a convincere i suoi critici che attaccare l'Afghanistan e l'Iraq avrebbe consolidato la sicurezza globale, poiché nessuno di questi due governi era coinvolto direttamente nel massacro del World Trade Center (nel caso dell'Iraq il casus belli venne completamente inventato).

I seguaci di al-Baghdadi, invece, sono alquanto trasparenti nel rivendicare gli attacchi perpetrati e controllano uno Stato che nessuno osa riconoscere. Agli occhi di molti europei, la coalizione guidata dagli Stati Uniti, la Francia e la Russia stanno conducendo una guerra per difendere la loro "arte di vivere" (riprendendo le parole di Hollande) e i civili intrappolati in Siria non sono altro che vittime collaterali per assicurarsi che i teenager europei tornino ad assistere ai loro concerti in sicurezza.

Sul piano della sicurezza stessa, una risposta incentrata esclusivamente sui bombardamenti non può funzionare.

Anche in caso si decida di inviare delle truppe via terra, l’Iraq e l’Afghanistan servono da monito sulla sopravvivenza dei movimenti di resistenza a dispetto della presenza di occupanti miltarmente avanzati. In Europa, la replica ai raid aerei continueranno a essere gli attentati e gli attacchi dei cosiddetti "lupi solitari" non cesseranno certo con il crollo del “califfato”.

Nel post-IS, i campi di addestramento dei militanti verranno facilmente allestiti altrove, come è sempre accaduto. Un circolo vizioso in cui la retorica dell’anti-terrorismo nutre i trafficanti d’armi piuttosto che garantire sicurezza.

 

Il contesto siriano: la priorità di risolvere il conflitto

IS non è visto come un’organizzazione autoctona in Siria, la leadership è irachena e molti siriani lo paragonano a una forza occupante. La sua ascesa è stata resa possibile dall’escalation militare della rivoluzione siriana e non sarebbe stata possibile al di fuori di tale contesto.

I vertici ne sono consapevoli, ed è per questo che stringono alleanze con le tribù locali, costringono gruppi di ribelli siriani ad arrendersi e giurare fedeltà (ba‘yah), e obbligano le donne siriane a sposare i loro combattenti. Si tratta di una vera e propria "sirianizzazione" della base di sostenitori.

Se le potenze internazionali non riusciranno a unificare gli avversari di IS, potrebbe essere presto troppo tardi per sconfiggere socialmente tale entità, poiché sarà diventata abbastanza siriana da essere percepita come un movimento locale di resistenza contro Asad e i bombardamenti internazionali.

Di qui la necessità urgente di raggiungere un accordo di pace in Siria e rendere lo smantellamento dello Stato Islamico una priorità su entrambi i fronti (gruppi ribelli come gli al-qaʿidisti del Fronte Nusra hanno collaborato con IS in diverse occasioni, mentre il regime siriano ha concentrato le sue offensive sull'opposizione, riguadagnando legittimità internazionale in qualità di male minore di fronte alla crescita incontrastata del "califfato").

Un cessate il fuoco su scala nazionale passa per il superamento delle divergenze esistenti tra gli sponsor dell'opposizione armata (per esempio, gli Stati Uniti dovrebbero convincere la Turchia a permettere il coinvolgimento delle Unità di Protezione Popolare (YPG) curde nella lotta all'IS).

Sul piano morale, la cacciata di Asad dovrebbe essere parte della soluzione, perché non si può pretendere che la gente getti le armi e accetti che l'icona della repressione contro cui è insorta resti al potere, dopo quasi cinque anni di sfollamenti e massacri. L'insurrezione soffocata nel sangue tra il 1976 e il 1982, quando Hafez al-Asad ordinò il massacro di molti meno civili, ha lasciato cicatrici profonde nel tessuto sociale siriano, come è chiaro a chiunque abbia conosciuto una famiglia che ha perso i suoi parenti in quegli anni; in alcune regioni la guerra è stata di fatto una recrudescenza di alcune ferite mai rimarginate.

Detto ciò, a giudicare dall'intervento russo, è evidente che cinque anni di atrocità non hanno spinto gli alleati di Asad ad abbandonarlo. Gli ultimi sviluppi militari sembrano inoltre preludere a una debacle dell'opposizione nel nord del paese. Anche se implica una buona dose di realpolitik, la permanenza di Asad potrebbe essere momentaneamente accettata, a patto di accelerare la risoluzione del conflitto.

Tuttavia, la permanenza del raʼis dovrebbe essere controbilanciata da una serie di concessioni da parte del regime, come il rilascio dei prigionieri politici, l'archiviazione dei capi d'accusa di natura politica emessi nei confronti degli espatriati siriani e il coinvolgimento di tutti i cosiddetti gruppi "terroristici" nella fase di transizione, con l'eccezione dello Stato Islamico.

Non si può infatti pretendere che l'opposizione accetti la permanenza di Asad e, allo stesso tempo, l'esclusione dal tavolo dei negoziati del Fronte Nusrah (possibilmente sotto le sembianze "presentabili" del suo alleato Ahrar al-Sham). Solo quando un accordo politico senza "esclusi" sarà finalizzato su scala nazionale, l'attenzione potrà essere spostata verso la formazione di un fronte coeso anti-IS.

 

Il contesto iracheno: rivolgersi ai ba'thisti

Il caso iracheno è diverso, IS è l'ultimo prodotto della resistenza sunnita jihadista all'invasione americana e al conseguente rafforzamento degli alleati iracheni dell'Iran. I seguaci di al-Baghdadi (precedentemente noti come seguaci di Abu Musʻab az-Zarqawi) sono stati attivi in Iraq da più di dieci anni e qui godono di una base di sostegno più consolidata che in Siria.

Persino il termine (Sahawat) utilizzato da IS per denigrare i suoi rivali jihadisti sunniti in Siria tradisce la natura irachena del movimento, in riferimento alle milizie tribali sunnite foraggiate dagli Stati Uniti per contrastare al-Qaʻidah durante l'occupazione.

In un certo senso, il "califfato" è il ritorno di ciò che Saddam Hussein e la guerra tra Iran e Iraq rappresentano nella memoria di alcuni arabi sunniti: il contenimento dell'espansionismo politico sciita.

La presenza di numerosi ex-ufficiali baʻthisti iracheni ai vertici di IS (ai quali, in alcuni casi, sarebbe stata affidata la progettazione dell'efficiente apparato di sicurezza del "califfato") dovrebbe ricordarci le componenti meno visibili di questa organizzazione. L'esercito dell'Ordine Naqshbandita - una milizia sufi in gran parte baʻthista, guidata dall'ex-braccio destro di Saddam ʻEzzat ad-Duri, e pertanto agli antipodi dottrinali con l'interpretazione salafita dell'Islam propria dell'IS - ha più volte collaborato con lo Stato Islamico.

Il rapporto tra la componente islamica e quella baʻthista di IS è problematico e non esente da conflitti interni, ma si potrebbe tentare di stabilire dei contatti con quest'ultima al fine di dividere l'organizzazione e aprire un dialogo politico.

Sarebbe difficile convincere dei fanatici takfiriti a tollerare le altre comunità religiose, ma i baʻthisti sono spinti da calcoli politici: la loro cooperazione con Al-Qaʻidah in Iraq (AQI), sotto l'occupazione statunitense, è sempre stata un matrimonio d'interesse.

Inoltre, tale relazione affonda le sue radici nell'islamizzazione pragmatica del regime di Saddam negli anni Novanta, che aveva portato alla cooptazione dei movimenti islamici sunniti al servizio delle istituzioni senza rinunciare alla laicità baʻthista. 

E' così inconcepibile mettersi in comunicazione con questa componente di IS e cercare di compensare l'idiozia di Operazione Iraqi Freedom e le purghe anti-baʻthiste che hanno esacerbato le divisioni della società irachena nel corso degli ultimi 12 anni?

In fondo, la storia è ricca di esempi di movimenti di resistenza (IRA, ETA) che sono stati ampiamente demilitarizzati attraverso una serie di compromessi.

 

Jihadisti e tribù sotto la bandiera del ... pragmatismo

Credo sia anche giunto il momento di smettere di analizzare i jihadisti sunniti esclusivamente attraverso il prisma dell'ideologia religiosa, come se fosse l'unica forza motrice dietro la loro affiliazione a determinate fazioni. Ciò faciliterebbe inoltre l'identificazione di altri potenziali partner con cui avviare dei negoziati.

Nel 2013, mentre mi trovavo in Siria, ho avuto modo di conoscere Abu Khalid, un comandante jihadista di origine arabo-curda che stava combattendo nella cittadina nordorientale di Ras al-ʻAyn in una brigata dell'Esercito Siriano Libero (Esl) finanziata dai Fratelli Musulmani.

Nel gennaio del 2013, quando si erano scontrati i ribelli e le Unità di Protezione del Popolo (YPG) affiliate al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), Abu Khalid aveva issato orgogliosamente la bandiera Alaya Rengin del Kurdistan, desideroso di rassicurare i curdi, a dispetto della battaglia che lo vedeva contrapposto a una fazione curda. A riferirmelo era stato un collega siriano privo di simpatie jihadiste. 

In seguito, Abu Khalid aveva iniziato a mostrare un atteggiamento completamente diverso nei confronti dei diritti culturali dei curdi. Un giorno di giugno, Abu Khalid era seduto nella stessa tenda dove avevo intavolato una discussione con un membro del gruppo fondamentalista Ansar ash-Shariʻa, il quale sosteneva che i curdi non dovessero essere considerati un popolo distinto e l'arabo fosse una lingua divina (samawiyyah) intrinsecamente superiore al kurmanji.

Mi ero voltato verso Abu Khalid e gli avevo chiesto cosa ne pensasse. "Sono d'accordo con lui," era stata la sua risposta.

In seguito, Abu Khalid ha concesso il suo sostegno militare (munasarah) al Fronte Nusrah, un gruppo notoriamente dedito a soffocare il pluralismo etno-religioso nella morsa del panislamismo, a conferma apparente del percorso di "radicalizzazione" comune a numerosi combattenti dell'opposizione o, nel suo caso, della natura utilitaristica del suo supporto iniziale per i diritti dei curdi.

Tuttavia, quando ad Abu Khalid viene chiesto perché si sia schierato con Nusrah, la dimensione pragmatica prevale su una devozione pressoché inesistente ai principi dogmatici di al-Qaʻidah (ciò che è noto come ʻaqidah in termini islamici).

"Ho avuto a che fare con i vertici dell'Esercito Libero (supportati dagli Usa), si sono tenuti la maggior parte dei soldi e a noi (combattenti) hanno detto: ʻArrangiatevi (dabbiru halkun)!ʼ. La maggioranza di questi colonnelli sono finiti in Europa. Ho visto tanti di quei furti commessi da membri dell'Esl... Se solo fossero stati organizzati come Daʻish quando avevano preso il controllo dei pozzi petroliferi nel 2013, Asad se ne sarebbe già andato da tempo! Con la Jabhah (il Fronte Nusrah) è diverso: pagano ogni combattente 100 dollari al mese, oltre all'affitto di chi è sposato, e non rubano. A differenza dell'Esercito Libero, che è stato più volte infiltrato dal regime e dal Pkk, il loro apparato di sicurezza è solido".

Questo è quanto mi ha detto Abu Khalid in una conversazione recente. Anche se le accuse di razzie non risparmiano solitamente nemmeno la Nusrah in Siria, il risentimento diffuso contro la corruzione delle fazioni "moderatamente" islamiche appoggiate dagli Usa come il Fronte dei Rivoluzionari di Siria ha di fatti aumentato la popolarità delle formazioni più radicali nel nord del paese.

Indipendentemente dalla credibilità delle invettive di Abu Khalid - abbastanza comuni tra i gruppi dell'opposizione armata - ogni volta che ho avuto occasione di affrontare l'argomento, la sua apologia della Nusrah non è mai stata fondata sull'appello del gruppo al jihad globale, ma piuttosto su considerazioni pragmatiche (vale a dire, per esempio, su come il comportamento dell'Esl abbia rallentato il rovesciamento del regime di Asad).

Da un po' di tempo a questa parte, Abu Khalid è dedito a trarre profitto dal commercio di ostaggi stranieri, ciò che gli interessava era il denaro, paradossalmente, proprio come alcuni dei ribelli sostenuti da Washington.

Considerando poi che la sua brigata era un tempo finanziata direttamente dai Fratelli Musulmani, i legami più stretti di Abu Khalid con la Nusrah potrebbero essere anche una conseguenza delle ottime relazioni consolidatesi tra la famiglia reale qatarina - uno dei maggiori sponsor regionali dei Fratelli - e la filiale siriana di al-Qaʻidah.

In replica a una simile interpretazione pragmatica del comportamento di un jihadista, c'è chi obietterebbe che i gruppi islamici "radicali" tendono a dissimulare la loro "vera natura" agli occhi degli osservatori occidentali. Ciò avviene senz'altro in alcune circostanze, ma Abu Khalid è sempre stato piuttosto esplicito nell'esprimere le sue opinioni più controverse (sui curdi, per esempio) e, una volta, ha persino ammesso di aver facilitato l'ingresso di combattenti stranieri (muhajirin) in Siria, per poi pentirsi delle sue azioni nel momento in cui questi si sono arruolati nello Stato Islamico.

Durante la mia esperienza in Siria, nel 2013, coloro su cui faceva presa il messaggio del jihad globale non dissimulavano certo le proprie opinioni al mio cospetto: nella conversazione sopracitata, lo stesso membro di Ansar as-Shariʿa mi aveva parlato della sua ambizione di fondare un emirato islamico in Libano. In un'altra occasione, un leader di Ahrar al-Sham di stanza ad al-Hawl (nord-est della Siria) era stato particolarmente esplicito nel suo sostegno ad al-Qaʿidah e alleati in Mali, in seguito alla loro conquista di buona parte del paese nel 2012.

Nel caso di Abu Khalid, il business dei sequestri sotto gli auspici della Nusrah ha molto probabilmente innalzato il suo status, cosa che non era possibile nelle fila dell'Esercito Libero. E' anche pienamente consapevole delle sue opzioni limitate nel nord della Siria, dove gli al-qaʿidisti hanno quasi spazzato via l'Esl

Analogamente a come si sono comportati numerosi capi clan tribali in Siria e in Iraq, prima sotto il partito Baʿth e poi sotto IS, Abu Khalid ha perseguito protezione e potere all'ombra dell'ennesimo ente governante.

A questo proposito, vale la pena ricordare che, in una delle poche mosse calcolate durante l'occupazione dell'Iraq, l'esercito statunitense aveva fatto affidamento sull'opportunismo di alcune tribù sunnite e le aveva indotte a disertare al-Qaʿidah e unirsi alle Sahawat a partire dal 2005.

In pratica, i clan locali erano stati armati e foraggiati con l'intento di assicurarsi il loro potere di mobilitazione, nella consapevolezza che al-Qaʿidah aveva già iniziato a ledere i loro interessi (contratti per la ricostruzione, introiti illegali).

Le Sahawat erano in gran parte riuscite a sedare l'insurrezione al-qaʻidista tra il 2007 e il 2008. Tuttavia, Washington le aveva lasciate senza lavoro qualche anno più tardi, quando le truppe americane avevano iniziato a ritirarsi dalle città irachene, senza riuscire a integrarle nelle forze di sicurezza irachene a causa della resistenza del governo centrale filo-iraniano. Il prevedibile risultato è stato che molti di questi ex-miliziani delle Sahawat sono tornati nelle fila degli insorti.

Lo Stato Islamico controlla regioni tribali a maggioranza arabo-sunnita sia in Iraq che in Siria, ma la comunità internazionale non ha prioritizzato la formazione di brigate su base clanica per combattere tale organizzazione.

Le iniziative si sono limitate a programmi americani di addestramento a beneficio di gruppi ribelli siriani "moderati" minoritari, una coalizione di curdi, arabi e cristiani siriaci nota come Forze Democratiche Siriane, anch'essa sostenuta dagli Usa, le cui credenziali tra la popolazione araba sono ancora tutte da verificare, e infine l'intervento russo a sostegno degli stessi attori statali (il regime siriano e quello iraniano) i cui crimini sono in parte responsabili della "radicalizzazione" degli attori paramilitari arabo-sunniti.

Numerose tribù irachene sono rimaste neutrali respingendo i tentativi statunitensi di ricreare le Sahawat per combattere IS, e hanno le loro buone ragioni per farlo in assenza di garanzie di lungo termine sul loro ruolo in un contesto post-bellico.

L'impegno degli Usa per la stabilità dell'Iraq - e quello dei loro alleati che hanno invaso e devastato il paese nel 2003 - non può essere limitato ad interventi ad hoc in situazioni d'emergenza. Un approccio inclusivo nei confronti delle tribù è una questione complessa, le potenze mondiali dovranno infatti negoziarlo con il futuro governo di transizione siriano e con Baghdad, onde evitare forme indiscriminate di ritorsione contro i membri del clan che si sono uniti allo Stato Islamico.

I jihadisti come Abu Khalid e molti dei leader tribali siriani e iracheni che hanno giurato fedeltà (baʿyah) al "califfato" non si preoccupano degli aspetti ideologici, la loro affiliazione può essere facilmente "comprata" con una combinazione di privilegi e terrore. Nel sud della Siria, nella campagna orientale di as-Swaydaʼ, ad esempio, alle tribù arabe alleate di IS viene ancora permesso di fare affari con i trafficanti d'armi locali.

Il pragmatismo potrebbe essere legittimamente interpretato come un appello a ristabilire un nuovo sistema clientelare tra governi centrali e leader tribali, che è uno degli aspetti dell'autocrazia patriarcale contro cui la gioventù araba era insorta nel 2011, ma gli attivisti siriani più progressisti sono stati da tempo marginalizzati dalla militarizzazione della rivolta, essendo così attualmente incapaci di destabilizzare i territori dell'IS.

 

Giovani jihadisti umani

Rimanendo in tema di giovani, questi giocano chiaramente un ruolo cruciale anche tra i militanti dello Stato Islamico. I centri antiterrorismo sono ossessionati dalla necessità di tracciare i profili di questa gioventù "radicalizzata".

Tuttavia, resta difficile individuare i tratti "anormali" e condannare unilateralmente una folla di disadattati che potrebbero assomigliare troppo bene a quelle ampie fasce di giovani europei "ordinariamente" disillusi.

Lo Stato Islamico, dopo tutto, è un chiaro magnete anti-sistema per i giovani combattenti occidentali. Anche in Siria, le linee rosse tra giovani "radicalizzati" e "moderati" sono particolarmente offuscate a causa di una vasta gamma di fattori.

Nel 2011, durante la prima fase della rivoluzione, ho incontrato un giovane musicista siriano ad al-Hajar al-Aswad (sud di Damasco). Stavamo chiacchierando di politica e aveva accennato alla figura di az-Zarqawi, lodando le sue qualità di mujahid intrepido battutosi a difesa dell'Iraq ai tempi dell'occupazione americana.

Era appassionato di un genere musicale che ebbe origine negli Stati Uniti, ma questo non gli impediva di ammirare az-Zarqawi, il quale avrebbe disprezzato la sua passione per tale musica haram (proibita). Ad al-Hajar al-Aswad, e in Siria in generale, molti giovani andarono a combattere per la loro giusta causa in Iraq durante l'occupazione statunitense. Se il musicista si fosse recato in Iraq in quegli anni, sarebbe potuto diventare un militante di IS.

Davvero non avrebbe rimpianto l'abbandono dello stesso genere di musica occidentale che gli aveva assicurato un seguito significativo in Siria? Come notato da alcuni studiosi di "terrorismo", dietro il passamontagna un jihadista è pur sempre un essere umano tormentato con molteplici interessi.

Di recente, ho letto la storia di un giovane cittadino giornalista siriano di Deyr az-Zawr, che ha visto i suoi tre migliori amici arruolarsi nell'IS e, nonostante ciò, ha continuato a incontrarli in segreto per una sigaretta in compagnia di tanto in tanto. Li vedeva ancora come i suoi amici, nella consapevolezza che le ragioni per cui si erano uniti allo Stato Islamico erano solo in parte ideologiche.

Avevano ricevuto delle armi e uno stipendio, e avevano trovato la propria redenzione distruttiva dal fallimento della rivoluzione siriana a cui avevano partecipato. Ciononostante, non erano pronti a passare il resto della loro vita sotto il "califfato" e, in seguito, sono riusciti a fuggire dalla Siria.

Conosco di persona il giornalista, è attualmente "esiliato" in Turchia, il timore di un arresto per mano dell'IS gli impedisce di tornare. E' profondamente contrario a tale organizzazione, tanto quanto agli attacchi aerei russi sulla sua città, che hanno causato la morte di molti civili. In fin dei conti, anche i suoi amici sarebbero potuti rimanere intrappolati all'interno del paese ed essere considerati bersagli legittimi dei bombardamenti.

Al contrario, le potenze internazionali sono particolarmente celeri nel tracciare le sopracitate linee rosse tra "moderati" e "radicali", nella convinzione che bombardare i giovani militanti e le loro famiglie sradicherà lo Stato Islamico dalla regione. La loro risposta "civilizzata" alla brutalità di IS è meramente militare. Nessuno sembra prendere in considerazione le varie motivazioni che hanno spinto ogni individuo ad aderire al "califfato", se si è trattato di una scelta volontaria e come si comporterebbe in tempo di pace.

 

Conclusione

IS è già uno Stato funzionante e, a dispetto della sua propaganda, è probabilmente più interessato a preservare i suoi territori che conquistare il mondo intero.

L'idea di aprire dei negoziati con alcuni componenti di questa organizzazione è aborrita dalla comunità internazionale, nonostante i diplomatici siano abituati a stringere la mano a un gran numero di criminali in giacca e cravatta. Pertanto, l'obiettivo della guerra allo Stato islamico rimane la preservazione di un ordine globale piuttosto che quella di uno etico.

La supposizione principale è che IS non debba essere normalizzato come qualsiasi altro attore violento statale, anche se è già uno Stato de facto. Il paradosso è che, almeno nei circoli occidentali, lo Stato Islamico viene spesso paragonato a un regime nazista che deve essere distrutto per arrestarne l'espansione, quindi in realtà a un'entità statale pienamente formata.

Supponiamo che IS sia simile al Terzo Reich - un parallelismo approssimativo per una serie di ragioni, tra cui le circostanze d'origine - cosa ci porta a ritenere che un approccio senza compromessi possa limitare i danni?

Se la Germania nazista fosse stato spaccata in fazioni per coinvolgere alcune di queste in trattative diplomatiche e diluire l'ideologia del suo regime ben prima della guerra, l'Europa avrebbe potuto risparmiarsi milioni di morti. In particolare, vi è ancora un nutrito dibattito storico su come la Seconda Guerra Mondiale avrebbe potuto essere evitata, e nessun consenso sull'attacco preventivo contro Hitler come l'unica opzione praticabile.

Se il Trattato di Versailles (1919) aveva messo in ginocchio la Germania al termine del primo conflitto mondiale e aveva permesso a Hitler di capitalizzare sul malcontento sociale, l'Iraq del dopo-Saddam è stato duro con i baʿthisti e ha consentito a IS di capitalizzare sull'insoddisfazione degli arabi sunniti. C'è sempre modo di imparare dalla storia.

Al contrario, quando Putin allude all'utilizzo di testate nucleari contro IS, ci ricorda uno dei peggiori epiloghi di sempre di un conflitto iniziato sotto il motto della difesa della "libertà". Quando il governo francese si sente autorizzato a introdurre le leggi d'emergenza e potenziare gli strumenti di sorveglianza, stiamo tutti perdendo la stessa "libertà" in nome di cui vengono dispiegati i suoi aerei caccia in Siria e in Iraq.

Siamo davvero disposti a vivere in uno Stato di polizia solo per illuderci di sradicare lo Stato Islamico - e ciò che vi giace dietro - in un confronto militare?

 

 

01 Marzo 2016
di: 
Andrea Glioti
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