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"Vorrei un paese di uguali diritti per tutti". Intervista a Cécil Kyenge

"Dovrebbe sparire il concetto dell'immigrazione clandestina. Ogni persona andrebbe considerata per le ragioni che la spingono ad emigrare, e le norme dovrebbero essere conseguenti". Intervista con il ministro dell'Integrazione Cécil Kyenge.

 

 

 

 

Forse è per la sua esperienza personale di attivista dei movimenti sociali antirazzisti, o forse è perché ha deciso che è meglio non assecondare uno degli sport nazionali italiani, la polemica. Fatto sta che l'eco degli attacchi ricevuti, ma non subiti, dagli esponenti della Lega Nord dopo la sua nomina a ministro per l'Integrazione, non arriva nello studio al secondo piano del palazzo di Largo Chigi.

Cécile Kyenge ha una grande capacità: dice cose a loro modo rivoluzionarie con una voce tranquilla, rassicurante e con un sorriso genuino. 

Il suo incarico di governo, probabilmente inaspettato, lo ha preso con grande impegno. E ora che la macchina amministrativa inizia a girare come dovrebbe, elenca con precisione i provvedimenti a cui sta lavorando, che sono già in itiniere o appena realizzati: "Abbiamo già fatto molte cose, come semplificare la procedura per ottenere la cittadinanza italiana, o far recepire le norme europee che indicano che i servizi sociali e anche il pubblico impiego debbano essere aperti a stranieri cosiddetti lungo-soggiornanti. Così come abbiamo recepito le norme che vietano di riservare le borse di studio ai soli cittadini italiani e ora stiamo modificando il permesso di soggiorno perché possa essere unico per tutta la durata del ciclo di istruzione e non debba invece essere rinnovato ogni anno. Entro la fine di quest'anno speriamo di aver finalmente recepito nel nostro ordinamento una serie di norme europee che riguardano profughi e diritto di asilo. Questi sono provvedimenti già presi o in corso - spiega il ministro - In attesa che il Parlamento discuta la riforma della legge sulla cittadinanza".

Una piccola pausa.

"E poi anche questo concetto dell'immigrazione clandestina dovrebbe sparire - aggiunge con quieta enfasi - Secondo me il fatto che una persona possa essere considerata clandestina influisce non poco sulle nostre politiche e sul modo in cui noi possiamo realizzarle. Quando una persona arriva sul territorio è un migrante o una migrante, una persona, a cui bisogna dare la possibilità di spiegare per quale motivo si trova sul territorio, e solo dopo applicare le norme adeguate alla sua condizione".

 

Perché l'Italia, che pure è stato un paese di fortissima emigrazione, è così indietro sulle politiche di integrazione?

I motivi sono molti, provo ad elencarne solo alcuni, con la premessa che conoscere le cause di questo ritardo serve anche ad articolare meglio una risposta istituzionale. Da una parte penso che ci sia ancora una scarsa conoscenza del fenomeno migratorio. Dall'inizio degli anni Novanta, l'immigrazione ha subito un cambiamento importante: è diventata un fenomeno strutturale, che fa parte integrante della nostra società e deve quindi essere accompagnato da politiche adeguate.

Questo punto non è stato rilevato né a livello di comunicazione né di interventi normativi. Si è pensato che l'immigrazione fosse solo una questione di ordine pubblico e quindi c'è stato un approccio securitario, concentrato solo un aspetto del fenomeno, l'immigrazione cosiddetta clandestina o irregolare. Tutta la politica è stata concentrata su questo segmento, che riguarda il 10 per cento delle persone coinvolte. In questo modo si è persa di vista tutta la ricchezza del resto, l'immigrazione per istruzione, quella per lavoro, quella dei giovani, quella che viene da altre parti d'Europa. 

Il secondo punto riguarda la memoria. L'Italia non ha saputo fare tesoro dell'esperienza del suo stesso passato, dei ricordi, delle storie della fatica e delle ingiustizie che spesso gli emigranti italiani hanno dovuto sopportare e superare.

Credo dipenda dal fatto che, nelle nostre scuole, non c'è un percorso di formazione che riguardi la memoria. Questo tema non viene affrontato come un pezzo essenziale per capire anche il nostro presente. Perfino il ricordo di alcune tragedie, come quella di Marcinelle, in Belgio, viene lasciato all'iniziativa delle associazioni o della cultura. Se invece ci fosse un lavoro culturale più profondo, la memoria diventerebbe una risorsa utile a migliorare il presente. 

Infine, penso che la crisi economica negli ultimi anni non abbia contribuito a rafforzare l'idea di una cittadinanza completa, universale. Molte forze politiche hanno usato la crisi per alimentare e cavalcare le paure delle persone. Penso che la politica e le norme che dovremmo produrre dovrebbero andare nella direzione opposta, dare sicurezza e non cercare di ottenere voti alimentando la paura. 

Questo clima di certo non ha agevolato il lavoro che ci troviamo a fare adesso, ma partiamo da qui per cercare di cambiare la situazione. 

 

Prima di diventare ministro, lei è stata attivista nei movimenti dal basso per i diritti dei migranti. Ha notato un cambiamento nella percezione, tra le persone comuni, in questi anni?

Il cambiamento è già in atto. Credo che si debba distinguere tra quello che esce fuori, nel discorso pubblico sull'immigrazione, e quello che si può vedere sul territorio. C'è una distanza forte tra quello che si legge e vede sui media e quello che si respira sul territorio. Mi è capitato di essere chiamata la 'nostra ministra' dai bambini per strada, o che qualcuno volesse offrirmi la colazione o persone che si avvicinano solo per un saluto. Nessuno mi chiede da dove vengo, per loro non è un problema, sono un ministro della Repubblica, della nostra Repubblica. Nelle scuole la convivenza delle differenze, certo non sempre facile, è già una realtà.

Ecco, vorrei che si vedessero queste cose e non le urla di quella che di fatto è una minoranza. 

 

Che ruolo hanno avuto i media nella costruzione di questa immagine parziale dell'immigrazione in Italia?

Credo che abbiano avuto un ruolo molto importante e purtroppo non sempre positivo. Si sono concentrati molto spesso sulla minoranza rumorosa che è riuscita a condizionare il discorso generale. Questo è un messaggio anche per noi, perché ci dice che con la nostra azione politica dobbiamo rendere evidenti i cambiamenti che sono già in corso.

L'informazione un po' troppo spesso ha seguito e assecondato dei messaggi politici sul tema immigrazione, magari anche per una questione di logica commerciale, o presunta tale.

La normalità dell'immigrazione non fa notizia, mentre storie come quella di Kabobo, una persona con problemi psichici come ce ne sono tante in Italia, arriva a diventare un caso nazionale. Basti pensare all'uso allarmistico dell'indicazione di nazionalità per un presunto o vero responsabile di un delitto, come se il delitto commesso da uno straniero fosse in qualche modo qualitativamente diverso dallo stesso delitto commesso da un italiano.

Bisognerebbe uscire da questa logica e sarebbe auspicabile che i media accettassero di essere partner di un progetto di lungo periodo, anche se questo vuol dire andare contro quella che sembra essere l'opinione dominante in un dato momento. E' un discorso che naturalmente non riguarda solo la stampa, ma in generale tutta la cultura, il cinema, la televisione, la musica.

 

A questo proposito, pensa che lo sport o la presenza di nuovi italiani tra i cittadini in divisa, possano avere un ruolo di apripista per cambiare l'idea comune di cosa vuol dire essere italiano? 

Per me è importante l'idea di usare dei testimonial per contribuire a sostenere il cambiamento sociale. Ma mi piacerebbero dei testimonial comuni, quotidiani, che possano raccontare il cambiamento nella vita di tutti i giorni. Ancora c'è molto da fare. Per esempio, nelle pubblicità una persona italiana è sempre di un certo colore, di origine latina e cosi via. Anche la mia nomina dovrebbe avere l'effetto di rendere evidente che le cose non sono più così come vengono rappresentate. L'idea da trasmettere è che la società è già cambiata.

E a proposito dei poliziotti di colore, le racconto un episodio: un agente di colore, in borghese, ha chiesto i documenti a una signora. La signora non aveva minimamente idea che potesse esserci un poliziotto non bianco e ha pensato di aver capito male per cui ha risposto: 'mi scusi ma non so dove si fanno i documenti per voi'.

 

Visto il clima del paese e le continue fibrillazioni di questo governo, lei sente che il suo ministero e l'incarico così delicato che ha avuto, abbiano la giusta attenzione e il giusto peso nelle scelte dell'esecutivo?

Certo non è facile portare avanti tutti i temi e le deleghe che sono in capo al mio ministero, non solo l'immigrazione, ma anche le pari opportunità, le politiche giovanili, il dialogo interreligioso eccetera. L'attenzione c'è, secondo me, e poi si tratta di sfruttare ogni occasione, ogni spazio, anche di comunicazione per portare avanti il nostro lavoro. Da una parte ci sono di certo le riforme che riguardano l'economia, ma ci sono altri cambiamenti, culturali e sociali, che non sono meno importanti anche se ricevono meno attenzione.  

 

Date queste considerazioni e questo lungo lavoro da fare, come immagina l'Italia tra dieci anni?

Vorrei che l'Italia diventasse un paese in cui c'è pieno riconoscimento dell'idea che le diversità devono essere una risorsa, il centro delle nostre politiche, e che ogni persona, al di là della sua appartenenza religiosa, di origine, etnica o nazionale debba essere riconosciuta per quello che riesce a dare alla società ed al paese.

Ecco, se noi immaginiamo l'Italia dei prossimi anni in questo modo, avremo un obiettivo comune, un paese più forte e più sano, con una economia più forte, ma soprattutto un paese che abbia ben chiaro il concetto di diritti universali e si comporti di conseguenza. 

 

 

 

 

 

 

20 Novembre 2013
di: 
Enzo Mangini