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Quel petrolio (di scisto) che spacca l'Opec

Una nuova risorsa combustibile rischia di stravolgere gli incandescenti equilibri energetici internazionali: si tratta del petrolio di scisto prodotto nel nord dell'America. Intanto, le fratture in seno all’Opec si fanno sempre più profonde.

Le dinamiche energetiche internazionali potrebbero essere influenzate, ancora una volta, da quel che accade nell’America settentrionale.

 

Questa volta, tuttavia, in una forma inedita: Stati Uniti e Canada sembrano destinati ad imporsi sulla scena mondiale come produttori di petrolio di scisto.

 

Si tratta di un petrolio contenuto in rocce del sottosuolo: la loro frantumazione attraverso un potente getto d’acqua mischiata a sabbia e altri agenti chimici provoca il rilascio, appunto, dell'oro nero in esse contenuto.

 

Fortemente voluta dall’amministrazione Obama, questa nuova tecnologia risultava fino a pochi anni  fa troppo costosa: tuttavia, l’aumento dei prezzi del greggio degli ultimi anni l’ha resa via via sempre più conveniente. 

 

Secondo i dati dell'International Energy Agency, la produzione di Usa e Canada potrebbe crescere del 21% nei prossimi cinque anni.

 

Un nuovo scenario che irrompe di prepotenza nelle dinamiche del commercio globale e che rischia di approfondire le linee di discordanza già esistenti all’interno dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec).

 

Già durante l’ultimo incontro di Vienna, datato 31 maggio, il tema dello scisto americano aleggiava sui partecipanti, senza però avere l'effetto di ricompattare i suoi membri contro la nuova minaccia: al contrario, il nuovo boom statunitense rischia di approfondire ulteriormente le discordanze che hanno dominato l’Opec negli anni recenti. 

 

Se da un lato, Iran, Venezuela e Algeria continuano a chiedere un aumento dei prezzi del petrolio sul mercato internazionale, dall’altro, Arabia Saudita e paesi del Golfo perseguono il mantenimento della soglia dei 100 dollari al barile.

 

E sebbene l’incontro di Vienna si sia concluso con la vittoria del fronte saudita e con la decisione di mantenere il prezzo attuale, il petrolio di scisto americano ha ormai scatenato il dibattito, con i 'membri africani' che producono petrolio di qualità molto simile a quello di scisto che stanno già subendo i peggiori effetti dello sviluppo nordamericano.

 

La Nigeria, che nel 2010 esportava negli Usa più di un milione di barili al giorno, mentre ora è stata costretta a dimezzarne la quantità, così come le esportazioni dell’Algeria verso gli Stati Uniti sono passate da 500.000 barili al giorno del 2010 a meno di 200.000 all’inizio del 2013. 

 

I paesi del Golfo, per lo più Arabia Saudita, sembrano essere relativamente toccati dalla mossa americana, con il ministro del petrolio che ha minimizzato la minaccia dello scisto, ricordando il flop di altri 'boom', partendo dalla scoperta di giacimenti in Brasile qualche anno addietro. 

 

Di diverso avviso il suo ’omologo ministro algerino, che ha parlato del petrolio di scisto come di un elemento che genera "grande preoccupazione".

 

La frattura di posizioni, anche in questo caso, appare palese, e rischia di compromettere l’elemento di forza che ha da sempre garantito all’Opec una relativa efficacia di azione: l’unione.

  

I riflettori restano dunque puntati sul prossimo incontro dell'organizzazione, che si svolgerà il 4 dicembre: in quell’occasione, sarà eletto il nuovo segretario generale. La lista dei tre candidati, provenienti rispettivamente da Arabia Saudita, Iran e Iraq, sembra promettere nuovi motivi di contrasto.

 

13 Giugno 2013
di: 
Giovanni Andriolo