• ISSN: 2240-323X
  • Icona Facebook
  • Icona Twitter
  • Icona Youtube
  • Icona RSS Feed

Tu sei qui

Egitto. Quando il paese tradisce le donne

L’ultimo rapporto di Amnesty International sulla violenza di genere in Egitto mostra dati allarmanti, e racconta di un tradimento: quello dello Stato nei confronti delle sue cittadine. Ancora di seconda classe, e vessate dagli abusi. 

 

 

L’ultimo episodio pubblico, avvenuto in piazza Tahrir nel corso di una manifestazione, è stato registrato nel giugno del 2014 durante le celebrazioni per l’insediamento del governo del generale Abdel Fattah Al-Sisi.

Una donna è stata circondata da un gruppo di uomini, aggredita, violentata. E’ quello che in Egitto le attiviste chiamano “il cerchio dell’inferno”, quello che creano decine di uomini intorno alla vittima. Cerchi concentrici, impenetrabili, al cui interno si consuma la violenza soffocata dai rumori e dalle urla della piazza. 

Uscirne – a meno che qualcuno non se ne accorga e sia disposto a sfidare coltelli e bastoni – è impossibile.

Negli ultimi quattro anni, dalla rivoluzione del 2011 ad oggi, è accaduto a centinaia di manifestanti, a prescindere dalla loro appartenenza politica, dall’orientamento religioso, persino dal loro abbigliamento. 

Gli ultimi episodi in ordine di tempo, nell’estate 2014, hanno creato scalpore, perché gran parte della campagna di consenso costruita dall’élite militare per rovesciare il governo Morsi si era basata proprio sulle violenze subite dalle donne sotto la leadership della Fratellanza Musulmana.

Il neo-presidente Al-Sisi – eletto con una percentuale bulgara del 98%, che non può non ricordare i tempi di Mubarak – è andato in ospedale, seguito da televisioni e giornalisti, per omaggiare la vittima e promettere che i colpevoli sarebbero stati assicurati alla giustizia.

Ti restituiremo i tuoi diritti”, ha affermato, annunciando il lancio dell’ennesima campagna contro gli abusi sulle donne. Rimasta sulla carta, come le altre, perché nulla è stato fatto per cambiare leggi che continuano a discriminarle impunemente. 

Parole, propaganda, accuse incrociate: nell’Egitto del 2015 è ancora sul corpo delle donne che si consuma la battaglia politica per il potere e il controllo del paese. 

Perché Al-Sisi, costernato dalla violenza subita da una sua sostenitrice, è la stessa persona che nel marzo del 2011, come Comandante in capo dell’Intelligence militare, arrestava 16 giovani manifestanti che avevano appena lasciato i sit-in di piazza Tahrir, costringendole a sottoporsi ai test di verginità.

Strumento illegale ed intenzionalmente umiliante per mandare un messaggio chiaro alle ragazze: chi scende in piazza non è una giovane “per bene”, la donna, come noto, deve rimanere a casa e badare ad altro. 

Tra le 16 manifestanti c’è anche Samira Ibrahim, che denunciando l’abuso diventerà una figura-simbolo della rivoluzione e della dignità delle donne. Il suo volto è ancora un graffito su qualche muro di Wust el Balad, al Cairo. 

Da allora le cose non sono cambiate, e la violenza è aumentata esponenzialmente in questi anni. Nello spazio pubblico – dove è diventata arma politica per allontanare le donne dalle strade - come in quello privato, in famiglia come nelle carceri, all’università come sul posto di lavoro. 

Discriminazioni, aggressioni e abusi sono all’ordine del giorno, e in Egitto la vita quotidiana è ormai un campo di battaglia, complice un quadro normativo ed un sistema giudiziario che dalla rivoluzione non sono stati intaccati, se non in misura insufficiente. 

Come si legge nel rapporto, infatti, l’Assemblea Costituente chiamata a redigere la Costituzione che sarebbe entrata in vigore nel 2014 aveva una rappresentanza femminile pari al 10%. Nelle liste elettorali le donne non hanno goduto delle quote che forse, vista la situazione, sarebbero state uno strumento utile per garantire degna rappresentanza.

Nel testo che è stato approvato i diritti delle donne sono ancora sottoposti ai limiti imposti dal loro ruolo “domestico” di mogli e madri, e sul posto di lavoro le disparità salariali rendono l’Egitto uno dei paesi del mondo con minore tasso di occupazione femminile (23% circa). Il divorzio è ancora dominio maschile, l’aborto ancora illegale, anche in caso di stupro. L’adulterio è punibile per legge, ma se sei una donna sconti una pena più alta.

Con un quadro tale è difficile stupirsi del fatto che le donne siano percepite come soggetti di seconda classe dalla collettività. E che quella collettività, impunita in caso di aggressioni, pensi di poter fare di loro ciò che vuole. 

Nonostante i proclami, infatti, la legge egiziana continua a non punire a dovere chi si macchia di crimini sessuali. A fronte di 114 episodi di violenza denunciati, ed oltre 9mila di molestie, si sono svolti negli ultimi anni solo 12 processi. E denunciare non è facile se nelle caserme o nei posti di polizia la vittima rischia di essere vittima due volte, della derisione o della stigmatizzazione degli impiegati di turno, rigorosamente uomini.

Per questo l’organizzazione spiega che “la violenza è ulteriormente facilitata da un’assodata attitudine delle Istituzioni a discriminarle”.

Se poi ci si sposta dal Cairo alle regioni del sud o nelle aree rurali le cose peggiorano: lì le donne sono ancora costrette a matrimoni forzati e trattamenti ancora più escludenti. E nelle carceri si apre l’incubo delle torture e dei maltrattamenti. 

Come denuncia Amnesty, “la violenza sessuale e di genere coinvolge tutte le donne in Egitto, senza distinzione per la loro appartenenza politica o status sociale. Le autorità hanno rifiutato di prendere atto della vastità del problema, della sua serietà, o dei fondamentali cambiamenti che sono necessari nelle politiche nazionali e nel quadro legislativo”. 

Lo dimostra un episodio significativo.  

“Durante la recente Universal Periodic Review dell’Egitto presso il Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite, un membro del governo egiziano ha accusato la Fratellanza Musulmana delle difficoltà che vivono le donne, menzionando le misure retrograde proposte durante la loro permanenza al potere. La Fratellanza, allo stesso tempo, ha accusato il governo militare per gli episodi recenti di violenza contro le donne. La verità è che, a prescindere da chi detenesse il potere in questi anni, le autorità egiziane hanno violato e indebolito i diritti delle donne”. 

Lo confermano le testimonianze, lo si vede per le strade, lo si legge nei dati. “Il circolo dell’inferno” è un documento lungo, dettagliato, che raccoglie centinaia di testimonianze.

E che racconta di un tradimento: quello dello Stato egiziano nei confronti delle sue cittadine. 

 

In allegato il rapporto integrale. 

 

 

08 Marzo 2015
di: 
Cecilia Dalla Negra
Area Geografica: