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L’Iraq e le donne: “Nessun posto in cui fuggire”

Dall’invasione statunitense del paese nel 2003 ad oggi le donne irachene vittime del conflitto sono state 14mila. Una situazione che peggiora con l’avanzata di Daesh e l’incertezza del nuovo governo. Il rapporto del Ceasfefire Centre for Civilian Rights e il lavoro della società civile.   

 

 

 

Se è vero che le prime vittime di ogni guerra sono sempre i civili, per le donne spesso il prezzo da pagare è ancora più alto. E’ così anche in Iraq dove, secondo un dettagliato rapporto del Ceasefire Centre for Civilian Rights and Minority Rights Group International, negli ultimi 12 anni quelle che hanno perso la vita a causa del conflitto sono state 14 mila. 

Nessun luogo in cui rifugiarsi: la violenza contro le donne nel conflitto iracheno”, questo il titolo della ricerca, che documenta l’uso estensivo della violenza di genere in Iraq dall’anno dell’invasione statunitense, il 2003, con uno specifico focus sulle violazioni commesse contro le donne nel corso dell’ondata di crisi che ha vissuto il paese negli ultimi 2 anni. 

Condotte per questioni politiche, “morali” o settarie, violenze e abusi contro di loro sono diventate “un’arma di guerra usata da tutte le parti interessate dal conflitto”. 

Vittime due volte: non solo dei bombardamenti e degli scontri armati: ma anche obiettivi mirati delle tante milizie in lotta che “si sono macchiate di terribili crimini, tra cui stupri ed esecuzioni di massa extra-giudiziarie di donne ‘colpevoli’ di aver trasgredito i loro codici morali”, si legge nel documento. 

E vittime una terza volta: del contesto legale, politico e patriarcale di un paese in cui “gli autori di questi crimini sono stati lasciati liberi di uccidere, e uccidere ancora, mentre le donne sono state stigmatizzate, isolate, allontanate dalle proprie famiglie”. 

Vittime ancora una volta oggi, con l’avanzata di Daesh, a causa della quale “stiamo assistendo ad una rinnovata e terribile campagna per estrometterle dalla vita pubblica”, come spiega Miriam Puttick, autrice della ricerca. 

Tra le centinaia di migliaia di persone sfollate, costrette alla fuga dalla scorsa estate a causa dell’ultima ondata di violenze - 900mila solo quelle arrivate nel Kurdistan iracheno - ci sono anche moltissime donne, oggi in stato di rinnovata vulnerabilità: tantissime le vedove che si trovano a fronteggiare il mantenimento di ciò che resta delle loro famiglie. 

Una situazione gravissima, che secondo gli autori del rapporto potrebbe condurre a nuove forme di tratta e schiavitù.

Secondo il documento sono migliaia le donne e le ragazze che sono state costrette a forme di trafficking sessuale: oltre 3mila soltanto quelle catturate dai miliziani dello Stato Islamico nel 2014, vendute, o di cui non si ha più alcuna notizia. 

 

Il lavoro della società civile

Una situazione denunciata più volte anche dalle organizzazioni della società civile, attive nel paese da anni nell’indifferenza e nel silenzio mediatico. Come la coalizione Iraqi Civil Society Solidarity Initative (ICSSI), che da anni porta avanti campagne per i diritti di genere e contro la violenza sulle donne.

E che per il 2015 si sono dati nuove priorità. 

Nell’aprile dello scorso anno un’ampia coalizione – composta da ICSSI, l’italiana Un ponte per…, l’Iraqi Social Forum, l’Iraqi Women Journalist Forum e tanti altri – aveva dato vita alla Campagna “Shahrazad”, per sostenere la lotta delle donne irachene per i diritti di genere e contrastare in particolare l’approvazione della cosiddetta “Ja'fari Law”, la proposta di riforma del Codice sullo Statuto Personale del governo al-Maliki, che se approvata ridurrebbe a 9 anni l’età minima delle bambine per il matrimonio, legalizzando inoltre gli abusi sessuali in ambito familiare.

Grazie agli sforzi congiunti di tanti gruppi della società civile, contro la legge sono state raccolte migliaia di firme. 

Un lavoro che andrà avanti per tutto il 2015, e che alla luce della recente minaccia rappresentata da Daesh diventa ancora più centrale: proteggere le donne dalla violenza, sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni irachene sul tema delle molestie sessuali e dei matrimoni in età precoce saranno gli obiettivi degli attivisti e delle attiviste quest’anno, attraverso una serie di importanti campagne e iniziative.

Il primo passo sarà l’organizzazione di due momenti di formazione in marzo ad Ebil e Baghdad, incentrati su questi temi, sulle risposte politiche e legali possibili, su come attivarsi per sensibilizzare e creare consapevolezza in modo particolare attraverso lo strumento dei Social Network, su cui la pagina di Shahrazad è già stata lanciata. 

Grazie alla partecipazione di attivisti iracheni, esponenti delle comunità di minoranza e con sostegno di associazioni internazionali, i training rappresenteranno il primo passo di una battaglia oggi quanto mai centrale.

Soprattutto dal momento che, nonostante l’emergenza nel paese sia scoppiata da oltre 6 mesi, non sembra che le istituzioni irachene stiano intraprendendo misure concrete in questo senso. Una mancanza d’azione sintomatica del poco interesse da parte delle autorità per il tema della diritti di genere. 

“Le donne sono state tradite dal contesto politico, legale e culturale del paese, che permette a chi commette violenza di muoversi liberamente, e stigmatizza o punisce al contrario le vittime: dopo aver subito una violenza una donna non ha nessun posto in cui rifugiarsi”, conclude il rapporto del Ceasefire Centre. 

 

Per scaricare il rapporto clicca qui. La foto pubblicata è di Salam Saloo/Un ponte per...

 

 

08 Marzo 2015
di: 
Cecilia Dalla Negra
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