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Iran. Se i cyber-utenti del “Blogestan” stanno scomparendo

Cosa sta succedendo tra i blogger iraniani? Com'è possibile che, di quello che una volta era un ricchissimo universo di scambio e valvola di sfogo – anche per la libertà di espressione – ora ne sia rimasto così poco? Una ricerca diffusa da Iran Media Program analizza le cause di questo declino, dovuto certo alla pesante censura governativa, ma non solo.

 

 

Tra il 2000 e il 2009 l'Iran ha conosciuto uno sviluppo incredibile di blog online, creati da attivisti politici, poeti, sportivi, persone comuni, che animavano i dibattiti e le discussioni in corso su qualsiasi argomento, contribuendo a ridefinire la politica dell'Iran e la natura del discorso pubblico.

Oggi però, in questa blogosfera persiana, o “Blogestan”, come la chiamano gli studiosi, qualcosa è cambiato: lo afferma la ricerca intitolata Wither Blogestan (“Dove sta andando il Blogestan”) che, attraverso l'analisi di oltre 24mila blog, e le interviste agli utenti e ai blogger ancora attivi, ha valutato i cambiamenti in corso nello “cyberspace persiano”.

Scoprendo così che, dei blog che nel 2008-2009 erano sulla cresta dell'onda, solo il 20 per cento erano ancora online nell autunno 2013, mentre il 70 per cento dei blogger rimasti pubblicano oggi un post al mese o anche meno.

Secondo gli studiosi, la spiegazione sta in gran parte nell'intervento dello Stato: il regime iraniano, infatti, ha introdotto un ampio mix di tecniche repressive: dalle “black list” dei domini e delle parole chiave, al controllo dei pacchetti di rete, dai pesanti filtri e rallentamenti sulle reti private virtuali (VPN), fino all'hackeraggio dei dati e delle mail.

Certo non bisogna dimenticare l'avvento dei social network, che ha relegato i blog (ma questo a livello globale) in secondo piano e sono preferiti ormai per lo scambio di pensieri e opinioni, anche se più veloci, superficiali e spesso più intrisi di “hate speech” rispetto ai blog.

In Iran, comunque, il fattore censura resta predominante: se la ragione che ha spinto gran parte dei blogger ad aprire il proprio blog è stata “poter dire cose che non si possono dire in pubblico" e il “poter condividere notizie non coperte dai mass media”, i motivi principali che hanno portato molti ad abbandonare sono stati, di contro, la "paura della censura" e "i filtri".

Secondo la ricerca, infatti, i blog dai contenuti riformisti hanno 17 volte più probabilità di essere filtrati o rimossi rispetto ai blog tenuti dai conservatori – che pure esistono – e quasi tutti i blog ospitati sulle due piattaforme più diffuse che operano al di fuori dell'Iran, WordPress e Blogspot, sono stati bloccati.

A questo si aggiunga  il fatto che servizi molto utili anche per aggirare la censura, come BlogRolling e Google Reader, sono stati chiusi, interrompendo gran parte dei collegamenti tra i blogger.

Come anticipato sopra, un'altra sorpresa per i ricercatori è stata la scoperta di una fitta rete di blogger politici conservatori e religiosi, attivi online come, se non di più, dei giovani democratici (che, come si è scoperto, includevano anche un certo numero di espatriati anziani).

Questi blog conservatori, fra l'altro, presentavano un fronte tutt'altro che compatto e monocolore: accanto ai sottogruppi noti, come i “CyberShia”, che si concentravano principalmente sulla religione, ce n'erano altri più prettamente politici, e se molti prima delle elezioni sostenevano la Guida Suprema, altri supportavano Ahmadinejad, e altri ancora lo odiavano. “In qualche modo – scrivono – il lato della blogosfera iraniana che favoriva il regime era più interessante dell'opposizione”.

Per quanto riguarda i blog riformisti, molti, come detto sopra, o sono stati bloccati o hanno continuato a bloggare praticando però un'autocensura pesante, che ne ha alterato irrimediabilmente la natura.

“Mi hanno mostrato una pila di carte – racconta ai ricercatori uno dei blogger arrestati per i contenuti del suo sito – ognuna era un post sul blog che avevo scritto, e ne avevano pure messo in evidenza porzioni e sezioni. Dopo essere stato rilasciato, il mio blog in effetti è diventato il mio fascicolo”.

E aggiunge: “Ho di fatto continuato a bloggare. Mi sono anche rivolto a uno dei miei interrogatori con un post, e lui una volta mi ha richiamato per dire che stavo rendendo il mio caso più pericoloso. Tutto sommato, oggi il mio blog non è più quello di una volta. Non è più un canale di comunicazione tra me e il mio pubblico. Occhi indiscreti ora sono approdati sul mio blog, su quello che ho scritto e sugli altri che commentano”.

Da tempo, infatti, i gruppi per i diritti umani e dei media, o le ong di monitoraggio come Reporters sans frontières, il centro di documentazione Iran Human Rights, o Freedom House, hanno sollevato l'attenzione internazionale intorno alla recrudescenza degli arresti e delle incarcerazioni di giornalisti e blogger, (e le notizie più recenti mostrano che le cose sono cambiate poco anche con l'avvento del nuovo governo).

Secondo freedom House, è soprattutto dal giugno 2009 che le autorità hanno usato la mano pesante sull'attivismo online attraverso varie forme di intimidazione giudiziaria ed extra-legale: un numero crescente di blogger sono stati minacciati, arrestati, torturati, tenuti in isolamento, e non hanno ricevuto le cure mediche, mentre altri sono stati formalmente processati e condannati.

Almeno 50, scrivono i ricercatori, i blogger e gli attivisti online arrestati nel 2009 e 2010.

 

[Immagine: Flickr in CC,  IsaacMao]

17 Aprile 2014
di: 
Anna Toro
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