• ISSN: 2240-323X
  • Icona Facebook
  • Icona Twitter
  • Icona Youtube
  • Icona RSS Feed
Loading

Tu sei qui

Pena di morte: ecco la classifica dei paesi con più esecuzioni

Vengono impiccati su una gru edile, sotto gli occhi di tutti. Oppure le condanne vengono eseguite in segreto, in carcere. Spesso sono minorenni che non vengono perdonati dai parenti delle vittime. Succede in Iran, dove le esecuzioni capitali hanno subito un aumento del 99% nel 2011. Ma l'Arabia Saudita non è da meno. 

 

 

 

 

di Angela Zurzolo

 

 

Il rapporto di Amnesty

 

Cina, Iran, Arabia Saudita, Iraq e Usa: questi i primi sei paesi con il più alto numero di esecuzioni nel 2011. Amnesty denuncia un aumento del 50% delle condanne in Medio Oriente e del 99% in Iran, Arabia Saudita, Iraq e Yemen.

Netta diminuzione del ricorso alla pena di morte in Tunisia, Libano e Territori Palestinesi, e nessuna sentenza capitale in Bahrein.

L'Iran avrebbe dato il via almeno a 360 esecuzioni, seguito dalle 82 dell'Arabia Saudita, dalle 68 dell'Iraq e dalle 41 dello Yemen. Sensibilmente superiore il numero delle condanne, che ammontano a 750.

Tante, però, le ombre sul regime di Teheran. Secondo il report di Amnesty, ci sarebbero state altre 274 esecuzioni segrete, delle quali oltre148 nelle prigione di Vakilabad a Mashhad.

Almeno 50 condanne a morte eseguite in pubblico, per impiccaggione, servendosi di gru edili. Tra i morti, anche donne e ragazzi.  

Si viene condannati per sodomia, adulterio, corruzione e apostasia dell'Islam, ma anche per il reclutamento di "criminali" e in 488 avrebbero perso la vita per reati connessi al traffico di droga.

I più esposti - i poveri, le minoranze etniche e i migranti afghani, che si pensa possano essere finiti in 4 mila nel braccio della morte per narcotraffico. Spesso, gli viene negata l'assistenza consolare.

Tra i condannati nel 2011 - Zahra Bahrami, il cui corpo non è stato restituito alla famiglia e Jangali Mohammad, ucciso senza che la famiglia fosse informata e costretto a firmare una confessione.

Ma la condanna a morte è anche un modo per liberarsi dei prigionieri politici, come è avvenuto per Hossein Khezri, membro della minoranza curda iraniana, torturato e ucciso per "moharebeh" (comportamento ostile a Dio), in quanto appartenente al Partito per la vita libera del Kurdistan.

 

Mohammed Mostafaei, l'avvocato dei "condannati" a morte

 

"Eravamo molto poveri. Così, mio padre mi costringeva a lavorare per ore. Soffriva di terribili accessi d'ira. Mi sgridava sempre. Alle volte, era davvero troppo. Ma c'è un giorno che ricorderò per sempre. Avevo 14 anni e stavo pulendo le finestre. Sul giornale, c'era l'annuncio di una esecuzione pubblica. Non potevo smettere di pensarci. Ho immaginato volti di criminali pericolosi, forti. Poi, il giorno dell'esecuzione è arrivato. Mi sono fatto largo tra la folla per guardare da vicino. Ero sconvolto. Non c'era un uomo forte e pericoloso ma un ragazzino tremante, che aspettava il suo destino. Era così giovane! Non potevo guardare. Quando mi sono voltato, il suo corpo era stato appeso".

Era il 1989, quando Mohammed Mostafaei, decide di diventare un avvocato. Non uno qualunque. Un penalista contro la forca a Teheran.

"Ciò che leggevo nei libri era molto diverso dalla realtà. Molti avvocati erano troppo spaventati per potersi occupare di casi di lapidazione o impiccagione. Ma io non avevo paura", racconta in un video-reportage pubblicato dal Guardian.

Behnaoud Shojaee è stato il suo primo fallimento. Il sedicenne era stato condannato a morte per aver ucciso involontariamente un suo coetaneo, dopo essere intervenuto per sedare una rissa.

Behnaud aveva supplicato la madre della vittima di perdonarlo. Ma la donna, insieme al marito, aveva personalmente impiccato il ragazzino, togliendogli lo sgabello da sotto i piedi.

Mostafaei ha salvato la vita a tanti ragazzi. Ha bussato alla porta dei parenti delle vittime. Ma nel 2010, è stato costretto a chiedere asilo alla Norvegia per aver criticato il sistema giudiziario iraniano.

Secondo Amnesty, nove suoi colleghi sono attualmente detenuti a causa del loro lavoro in difesa dei diritti umani. Esemplare, il caso dell'avvocato Abdolfattah Soltani, arrestato e accusato anche di aver accettato un "premio illegale": il Premio internazionale per i diritti umani di Norimberga.

 

 

6 aprile 2012

 

p