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Guerra e droni: un altro anno di sangue per i civili afghani

Un tributo pesante, nel 2013, è stato pagato da uomini, donne e bambini. Le vittime sono in aumento a causa della recrudescenza del conflitto, dagli scontri a terra ai bombardamenti dal cielo. Lo afferma l'ultimo rapporto dell'Unama, la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan.

 

Con l'avvicinarsi del parziale ritiro delle truppe Nato, l'Afghanistan sta vivendo una nuova fase di violenza del conflitto cominciato nel 2001, che vede un intensificarsi degli scontri tra gruppi ribelli e forze governative, così come dei bombardamenti da parte di aerei e droni targati Usa e Gran Bretagna.

Assistiamo perciò ad un'escalation di morti e feriti civili che nel 2013 ha in pratica invertito il calo registrato nel 2012: nel suo ultimo rapporto (scarica il pdf in basso), l'Unama ha documentato un totale di 8.615 vittime civili, segnando un aumento del 7 per cento della mortalità (quasi 3mila morti), e del 17 per cento dei feriti (5.656), con un aumento complessivo del 14 per cento in totale delle vittime civili rispetto al 2012.

Numeri che sottolineano come il 2013 sia stato l'anno peggiore per le donne e i bambini afghani dal 2009, a sua volta l'anno più sanguinoso dall'inizio del conflitto.

Secondo il rapporto, a causare il maggior numero di vittime civili sono stati gli ordigni esplosivi improvvisati (Ied) usati da elementi anti-governativi (talebani, ma anche altre reti di insorti e criminali comuni), in genere piazzati in luoghi affollati come i mercati e le strade; la seconda responsabilità viene invece attribuita agli scontri tra forze governative e anti-governative, con un numero crescente di civili afghani uccisi e feriti nel fuoco incrociato:  “Anche qui un aumento allarmante di vittime donne e bambini – scrive l'Unama – che riflette le dinamiche di cambiamento del conflitto nel corso dell'anno”.

In totale, dal 2009, la guerra in Afghanistan ha provocato la morte di 14.064 civili afghani: ancora, il report attribuisce il 74 per cento di queste vittime a elementi antigovernativi; l'11 per cento alle forze filo-governative (percentuali divise rispettivamente tra le forze di sicurezza nazionali afghane, con l'8 per cento, e le forze internazionali, col 3 per cento); il dieci per cento a scontri a terra tra governativi e antigovernativi. Mentre il restante 5 per cento deriverebbe principalmente da ordigni e residuati bellici esplosivi.

“Le dichiarazioni di proteggere la popolazione dai talebani non sono sufficienti a porre fine all'uccisione e al ferimento di civili afghani innocenti – ha detto il rappresentante speciale dell'Onu Jan Kubis in un comunicato –  Ciò che è necessario è che i talebani stessi decidano di fermare gli attacchi indiscriminati contro i civili e l'uso degli Ied”.

 

Triplicate le vittime civili dei droni

Ma le preoccupazioni non riguardano solo i cosiddetti insorti, e l'ultima relazione Unama sottolinea anche un altro elemento inquietante: secondo il report, infatti, il numero di civili uccisi in seguito ad attacchi dei droni dal 2012 al 2013 sarebbe più che triplicato.

L'Unama individua 19 diversi “incidenti” di questo genere, ed esprime preoccupazione per una “possibile negligenza” da parte delle truppe internazionali nel condurre questo tipo di operazioni.

In particolare, viene riportato il bombardamento “mirato” del 7 settembre 2013 nella provincia di Kunar, in cui, secondo il governatore della zona, sarebbero stati uccisi “quattro donne, quattro bambini, due piloti, un commerciante e tre sospetti (ribelli)”.

Sebbene durante le prime riunioni con l'Unama, l'Isaf abbia fornito solo vaghe asserzioni sulle responsabilità, l'agenzia delle Nazioni Unite ha condotto più di 50 interviste tra parenti delle vittime, rappresentanti della comunità, funzionari afgani e membri dell'Isaf stesso, scoprendo così l'uccisione, durante l'attacco, di 10 civili in totale, e il ferimento grave di una bambina di quattro anni.

“La bambina è stata qui per quattro giorni – racconta all'agenzia Onu un ufficiale medico presso l'ospedale pubblico di Jalalabad – E' stata portata in tarda notte, senza bendaggi o fasciature sulle sue ferite. Ha perso gran parte del suo viso ed entrambi gli occhi. Ha anche lesioni molto gravi sul braccio e potrebbe perdere una mano. Tutta la sua famiglia è stata uccisa quando il veicolo su cui viaggiavano è stato bombardato. Lei è l'unica sopravvissuta”.

Sempre riguardo a quest'attacco, l'Unama ha espresso una forte preoccupazione per “l'apparente incapacità delle forze militari internazionali di confermare l'identità e/o lo status degli uomini che accompagnavano il combattente preso di mira dalle forze militari internazionali”, a conferma della poca chiarezza e trasparenza che accompagna questo tipo di operazioni mirate. Basti pensare che spesso non si capisce nemmeno chi sia a condurre i vari attacchi, se gli inglesi o gli americani.

“Uno dei problemi con il programma droni fin dall'inizio è stata una mancanza di trasparenza circa l'entità stessa dei programmi, dove operano, quali sono i loro obiettivi, chi sono i bersagli e come vengono colpiti. Se ora non è nemmeno possibile sapere quale paese ha il suo dito sul pulsante, ecco che aumenta quel livello di confusione che renderà le responsabilità ancora più sfuggenti” commenta  Heather Barr, di Human Rights Watch, in merito ai dati forniti per la prima volta dal ministero della Difesa britannico al sito di monitoraggio Drone Wars UK sul numero dei missili sganciati dai droni inglesi in Afghanistan.

Ma quanto all'attribuzione di responsabilità per le morti civili, la strada è ancora lunga.

“La natura della tecnologia drone implica che questi velivoli vengano utilizzati con poca o nessuna responsabilità pubblica – spiega al Guardian il creatore del sito, Chris Cole – Se non agiamo ora per arginare questa nuova arma sembra inevitabile che i droni saranno sempre più utilizzati per lanciare attacchi militari segreti e irresponsabili che porteranno all'instabilità globale e a una sempre maggiore insicurezza”.

 

[immagine Wikimedia Commons, di Trent A. Randolph]

 

21 Febbraio 2014
di: 
Anna Toro
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