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Turchia. Ankara Havasi, l’aria di Ankara

L'aria di Ankara. Satura di maledetto lacrimogeno. Ci sarebbe piaciuto riaprire questo pezzo con una citazione come “amo l'odore di lacrimogeno la mattina, sa di vittoria”. Ma il gas, uno dei simboli della rivolta in corso, è qualcosa di profondamente odioso.

di Silvia Pagliacci, Fausto Capurro e Niccolò Fattori da Ankara - foto di Silvia Pagliacci

 

 

Venerdi 31 maggio 2013

Venerdì sera, nei dintorni di Kizilay, si avvertiva l’odore del gas, ma non avevo ancora capito cosa stesse succedendo. Mi avevano detto che c’era una manifestazione di solidarietà con gli eventi di Taksim, una mia amica era lì. 

Le notizie sono arrivate velocemente – “la polizia attacca a Kızılay” - mentre a Kuğulu Park, sull’altro lato della città, la manifestazione continuava in maniera pacifica. 

Sono le quattro del mattino.

Non riesco a prendere sonno, i rumori delle manifestazioni arrivano sotto casa. Studenti 'armati' di pentole e cucchiai sciamano fuori dai dormitori della Middle East Technical University, accompagnati da gente di ogni età che li segue a piedi e in macchina, con clacson e bonghi.

Mi alzo dal letto, prendo passaporto e permesso di soggiorno, deciso a partecipare. Cammino per una quindicina di minuti prima di raggiungere la coda del corteo, in cui sventolano poche bandiere. 

Ci saranno almeno un migliaio di persone (12 per la questura), non riesco a vedere la testa del gruppo.

Mi rendo conto che il vecchio espediente di Mario Giordano può finalmente servire a qualcosa: mi improvviso un alieno e vado in giro a fare domande. “Se un alieno precipitasse ad Ankara, e chiedesse che sta succedendo, cosa gli direste?”

Quelle che arrivano sono le risposte più varie.

Il primo intervistato, uno studente, è molto vago. “Ci sono migliaia di ragioni” dice “è una protesta contro il governo”.

La seconda studentessa cita tutta la sequenza dei fatti che hanno portato alla formazione del corteo, senza tralasciare la controversa legge sull'acquisto di alcolici. Nemmeno lei, però, sa essere precisa sul perché così tante persone si siano radunate in un quartiere semiperiferico ad un'ora così improbabile.

Mi va meglio quando faccio la domanda canonica ad un signore sulla cinquantina. 

“Una ragazza è morta oggi a Kuğulu Park (un parco di Ankara, ndr.), presa sotto da un blindato. La polizia ha accecato decine di manifestanti a Istanbul. E' una questione di diritti del popolo contro un governo autoritario”.

Lo spirito di opposizione all'esecutivo sembra essere il motivo trainante di questa manifestazione improvvisata, anche se le ragioni specifiche di questa opposizione sembrano essere le più disparate.

“Il problema è Tayyip (Erdoğan)”, dice un signore sulla quarantina che sventola una bandiera turca, “vuole la guerra, guerra e ancora guerra”. Il riferimento è chiaro: nelle scorse settimane delle bombe provenienti dalla Siria hanno colpito la città di Reyhanlı, in provincia di Hatay, uccidendo decine di persone. “E' una reazione del popolo contro la polizia, offriamo il nostro supporto ai manifestanti di Istanbul”.

E' significativo che nessuno abbia parlato di pericolo islamista: il problema percepito è la violenza della polizia e l’arroganza del governo che l'appoggia.

Secondo un gruppo di studenti “in Turchia è legale riunirsi per manifestare, non avevano il diritto di reagire in quel modo”.

Ma c'è un significato più propriamente politico dietro questa protesta, mi chiedo?

La risposta è un sì unanime. 

“Questo governo non può fare i suoi comodi. Gezi Park è diventato un simbolo, l'intero paese è in rivolta”.

Il corteo non è riuscito ad arrivare al Parlamento, un cordone di polizia lo ha intercettato poco prima che raggiungesse la piazza, e ha cominciato a sparare fumogeni (l'espressione utilizzata è gaz bombasi, bombe di gas) senza alcun tipo di preavviso. 

“E' un grande successo per la Turchia” afferma un signore, anche lui sulla cinquantina. “Sta per cominciare la primavera turca, lo sento. Hai presente la primavera araba? Persone comuni, nessuna bandiera comunista, o kemalista. Studenti e gente normale. Finalmente ci libereremo di questo governo, non può continuare a calpestare in questo modo i diritti dei suoi cittadini”.

Due ragazzi si sono salvati dalla contro-carica rifugiandosi in una caserma dell'esercito: “Se me l'avessero raccontato non ci avrei creduto”.

Il comandante è sceso in pigiama, pistola alla mano, assieme a due suoi sottoposti. Ha intimato ai poliziotti di lasciare stare la sua caserma, “non fate un altro passo”, evidentemente l'esercito è ancora presente nella vita politica del Paese. I militari forniscono mascherine antigas ai manifestanti, aiutano i dispersi, offrono protezione passiva.

Mentre il cielo di Ankara si colora di nero, a Istanbul la situazione non è migliore. Mi arriva un messaggio: “Domani non portare le tue amiche a Taksim, è una guerra quaggiù”.

 

Sabato 1 giugno 2013

Esco nel pomeriggio, a qualche metro da casa spuntano i primi cortei. Tutti hanno mascherine e intrugli a base di latte e limone. Comincio a sentire qualcosa di piccante alla gola e mi pento di non aver dato ascolto a chi mi aveva  consigliato di fare lo stesso.

Il raduno dei manifestanti è previsto per le 16. Raggiungo Kızılay, salgo su una terrazza e osservo la situazione dall’alto: la polizia spara lacrimogeni anche ad altezza uomo per impedire ai manifestanti di raggiungere Güven Park, snodo logistico a poca distanza dai palazzi delle istituzioni. 

Rimango in alto per un po’, mentre per le strade i cortei cominciano a convergere davanti al grande centro commerciale di Kızılay.

Non ho mai vissuto situazioni del genere, ma conoscendo la polizia turca inizio a pensare che possa solo peggiorare. 

Mi faccio coraggio e scendo, azzardandomi a fare un giro per le vie intorno allo snodo. “Non andare da quella parte”, mi dicono. Cambio strada. Dappertutto la stessa scena, gente con le mascherine, fumo e pezzi di limone in strada. 

Raggiungo i miei amici e insieme ci incamminiamo verso Güven Park. Noto che molte vetrine sono rotte e piene di scritte, le fermate degli autobus in frantumi. Non ho idea di quando sia successo tutto questo.

Da Güven Park arrivano i rumori delle pietre battute sul metallo. Il metallo, le pentole e gli spari dei lacrimogeni: è la colonna sonora con cui verrà ricordata questa manifestazione. 

Güven Park è  piena di gruppi di ogni età e di ogni colore. Ma nonostante la presenza di nazionalisti, musulmani anticapitalisti, comunisti, e classici repubblicani sono in tanti quelli che non si rispecchiano in alcuna sigla politica e vogliono solo protestare contro il tipico "autoritarismo elettorale" con cui è stato governato il paese negli ultimi decenni.

Questo sembra essere il verdetto unanime. La polizia continua a lanciare lacrimogeni, il passo della manifestazione è scandito dal ritmo degli spari. “Non correte” urla qualcuno, “mantenente la calma!”. 

I poliziotti turchi sparano ad altezza d'uomo granate lacrimogene capaci di infliggere ferite anche gravi, nonostante le regolamentazioni impongano di mantenere un alzo di 45°.

In molti sono stati colpiti al torace, all'addome o alle braccia.  Almeno cinque i casi accertati di cecità permanente dovuta all'uso di lacrimogeni.

Cecità. Permanente. 

L'uso spregiudicato dei mezzi di repressione sta diventando il vero collante sociale di una rivolta che unisce tutto lo spettro delle opposizioni politiche.

In particolare, sembra quasi che granate lacrimogene e spray al peperoncino siano onnipresenti.

“Non c'entra la politica, è in ballo il nostro onore, il nostro orgoglio di popolo”. Come ha aggiunto un negoziante del centro di Ankara, mentre indossava la maschera antigas e tirava giù la serranda del negozio “non possono continuare a pisciarci in bocca in questo modo”.

Stando ai resoconti, durante la seconda fase della giornata alcuni manifestanti sono stati accidentalmente colpiti e feriti in modo grave dai sampietrini lanciati da altri manifestanti durante la confusione degli scontri.

A fine giornata,  la situazione è tesa. Il centro della città è praticamente inaccessibile, la metro è stata chiusa così come il grande centro commerciale che si trova a Güven Park.

Con gli attacchi della polizia arrivano persone che si sentono male e un ferito, lo Starbucks di Atatürk Bulvarı apre le porte ai feriti e ai dottori, ragazzi in camice bianco - studenti della facoltà di medicina - che con un kit di primo soccorso aiutano chi ne ha bisogno. Nelle vie intorno il supporto dei negozianti locali è stato fondamentale. 

Andiamo via alle 21, la piazza ancora è piena. 

Tornando a casa, nei quartieri intorno alla grande moschea di Kocatepe, la più grande di Ankara, si sente un picchiettio di pentole: è la gente del quartiere che si ritrova spontaneamente in strada a manifestare. Un rituale instancabile. Vediamo passare decine di macchine che suonano il clacson ricoperte da bandiere turche. Un padre abbraccia suo figlio, sembrano felici. 

Ankara, vetrina rotta

Kizilay, Atatürk Bulvarı, la vetrina rotta di una banca

Turchia non dimenticare Abdullah

"Turchia non dimenticare Abdullah" c'è scritto sul cartello, in riferimento all'uccisione di Abdullah Comert durante le cariche della polizia a piazza Taksim, Istanbul.

 

Domenica 2 giugno 2013

Manifestazione prevista per le 15. Kızılay ha l’aspetto di un campo di battaglia. Fermate degli autobus distrutte, cartelloni pubblicitari sradicati. Molte insegne di banche sono state vandalizzate senza pietà.

Qui oggi è tutto chiuso, stranamente. Se ieri l’aria era satura di gas, oggi è la tensione ad essere soffocante. 

La manifestazione iniziata da poco sembra tranquilla, sono tutti riuniti a Güven Park, in molti sono seduti per terra e sulle aiuole. Inizio a capire gli slogan “Her yer Taksim her yer direniş” – 'ovunque Taksim, ovunque resistenza' – e il classico “Hükümet istifa” – 'governo, dimettiti'.

D’improvviso si sentono gli spari dei lacrimogeni, una mezza dozzina o forse più. Ce ne andiamo. Nelle vie intorno la vita sembra normale, la gente fa colazione, beve il tè, e compra il pane. 

Raggiungo altri amici su Meşrutiyet Caddesi. Da lontano si vedono le nuvole di gas. Gli occhi bruciano. Un bar aperto sulla strada offre latte e aceto per alleviare il fastidio. La solidarietà dei negozianti non è finita il primo giorno.

Torno su Ziya Gökalp, un'altra strada che si incrocia con Güven Park. 

In mezzo alla folla, si sente ancora il rumore delle pietre battute sul ponte, sulle saracinesche sui pali della luce, un battito continuo, fortissimo, ritmato. C’è chi tiene in mano il sasso e lo batte con rabbia, tanta rabbia. 

La polizia a volte lancia lacrimogeni, ma tutti si sono attrezzati meglio, alcuni ragazzi hanno della pellicola trasparente sugli occhi, altri gli occhialini da piscina. 

Noto una ragazza in carrozzella anche lei venuta a manifestare. Rimaniamo un po’, la situazione non sembra migliorare, poi decidiamo di andarci a riposare dalle parti di Kocatepe.

Cerchiamo una birra al negozio vicino, ma incredibilmente è finita. Ci riforniamo in un altro negozio e beviamo un po’ seduti in strada, mentre intorno a noi altri ragazzi si riposano e parlano, i pub sono aperti, i negozi sono aperti. 

Spunta dal nulla un lacrimogeno. Scappiamo e ci rifugiamo in un locale all’ultimo piano di un palazzo, dove lavora una mia amica. Arrivano anche altri, siamo una quindicina di persone. Sono tutti spaventati, spegniamo le luci e rimaniamo quasi al buio: “la polizia ferma la gente per strada”. 

"A Kızılay si sono nascosti in un bar ma sono entrati lo stesso". Anche a Tunalı la polizia continua coi lacrimogeni, le vie d’uscita sono bloccate, anche la metropolitana è chiusa e i tassisti non fanno salire nessuno.

Nella via sotto vediamo un fuoco accesso e tanta gente. Che corre. Le facce intorno a me si fanno sempre più preoccupate, c’è silenzio, si sentono solo le grida della polizia e gli spari dei lacrimogeni. 

Appena per le strade sembra essere tornata la calma ce ne andiamo.

Mi arrivano messaggi abbastanza allarmati da amici che hanno passato la giornata nel cuore del corteo: "Va malissimo. Malissimo. Siamo tornati a casa verso le 8 di ieri sera. Dopo che siamo tornati hanno completamente distrutto Kızılay. Una macchina è passata sopra a delle persone. Le ha investite. Ci sono dei morti".

In questo momento Kızılay è completamente piena di polizia. Tutti stanno cercando di nascondersi da qualche parte. 

Sembra che stiano tenendo i manifestanti arrestati in una palestra. Significa che ce ne sono migliaia. Dicono che abbiano rimosso i cadaveri che stavano al Kızılay AVM. I miei amici che sono ancora là dicono di aver sentito dei colpi di pistola. "Non possiamo andare ad aiutare, la polizia ha chiuso ogni accesso".

Il quartiere di Tunali non è molto più tranquillo. Come scrive una ragazza italo-turca: "Qui è un macello... tutti fuori. Stanno salendo tutti verso Tunalı...la polizia continua coi lacrimogeni... non riesco ad accedere a Facebook, potrebbero averlo bloccato".

L'ho chiamata al telefono, da quello che racconta sembra che la polizia non abbia lasciato vie d'uscita, la metropolitana è chiusa e i tassisti non fanno salire nessuno.

Domani è un giorno lavorativo, probabilmente la protesta andrà scemando.

Inizio manifestazione

Kizilay, Güven Park, il 2.6.2013. L'inizio della manifestazione

Lacrimogeni sui manifestanti

Gas lacrimogeno sui manifestanti, nei pressi di Kizilay

 

Lunedi 3 giugno 2013

E invece no. A Kızılay si respira un'atmosfera irreale.

Istanbul è il salotto buono, e nessuna famiglia, non importa quanto sia disfunzionale, litiga mai a lungo nel salotto buono. Gli ospiti penserebbero male - si sente ripetere da queste parti. 

Taksim ha un enorme valore morale, ma le istituzioni sono ad Ankara.

I manifestanti possono aver vinto la battaglia per il luogo simbolo della resistenza del popolo turco al potere dello Stato, ma la vera guerra, quale che sia il suo obiettivo, si gioca attorno alla piazza del Parlamento e ai palazzi dei ministeri.

Quando stamattina mi hanno riferito che la polizia ha cominciato a lanciare lacrimogeni in metropolitana, stentavo a crederci. Eppure, altre notizie sembrano confermare che gli agenti ormai si stanno comportando in modo da scoraggiare chiunque ad uscire di casa.  

Il gruppo principale di contestatori è stato disperso oggi pomeriggio, con una carica su Ziya Gökalp Caddesi. 

Stamattina ho saputo che la polizia ha arrestato diverse centinaia di manifestanti rifugiati nel centro commerciale.

"Stasera è LA sera" mi dice Zehra al telefono, "non so bene cosa succederà, ma sembra si stiano organizzando per qualcosa di serio".

Durante la notte la polizia ha iniziato di nuovo ad attaccare e in centro gli scontri continuano. A Tunali entrano dentro i locali per portare via la gente. Un’ora fa uno speaker in diretta ha riferito che stavano buttando lacrimogeni dagli elicotteri. Questo è ciò che succede in centro. Anche a Batikent, l'ultima fermata della metro (vicino a dove abito) la gente è tutta fuori a protestare e hanno bloccato la strada principale. 

La polizia ha deciso di sradicare l'opposizione che parte dal campus della Middle East Technical University, prendendosi cura dei cortei che attraversano il quartiere residenziale/universitario di 100.Yil. Dalle informazioni in mio possesso, sembra ci siano diversi feriti, che hanno urgente bisogno di assistenza medica.

Questo attacco notturno (partito alle 23 ora locale) è stato preceduto dal blocco dei maggiori svincoli tra il quartiere di 100.yil e l'arteria di Eskişehir Yolu.

100.yil è il quartiere in cui risiede la maggior parte degli studenti METU, ed è il punto di raccolta di buona parte dei cortei che partono da questo quadrante della città. Evidentemente le forze dell'ordine hanno capito che prevenire è meglio. Dubito che la cosa finirà per evolversi in un "assedio" del campus, ma non escludo l'eventualità.

Non tutta Ankara è in fiamme. In alcune zone, ogni sera, si sente il rassicurante tintinnio delle pentole.

Medici e studenti alla manifestazione

Medici e studenti praticanti accompagnano le manifestazioni

 

Martedi 4 giugno 2013

Si temeva il peggio, invece tutte le manifestazioni si sono svolte in tranquillità. 

L'elicottero, altro personaggio ormai ricorrente nella vita cittadina, ha iniziato la sua ronda nel primo pomeriggio. Sembrava avesse un rumore più cattivo dei giorni passati, più aggressivo. Uscendo ho pensato che sarebbe stata un'altra giornata di nebbia e scontri, come quella di ieri. 

Invece su Ziya Gökalp l'atmosfera non aveva nulla a che vedere con quella del giorno precedente: nessun lacrimogeno, nessuno che corresse da una parte all'altra con le "lacrime di latte", c'era la polizia ma senza elmetti e a volto scoperto. 

Vedo un agente che fa segno ai tassisti di spostarsi: nel giro di due minuti quattro TOMA (i famigerati camion con la pompa ad acqua e un rostro frontale per disperdere i manifestanti) vengono posizionati di fronte alla folla e i poliziotti si mettono i caschi. La folla comincia a fischiare e ad indietreggiare, poi le prime linee di manifestanti si siedono, i poliziotti si tolgono i caschi, noi ci appostiamo sopra un ponte e attendiamo. Nulla più.

Ci spostiamo a Kuğulu park - non siamo ancora mai stati lì – troviamo persone che cantano, mangiano e bevono birra. In strada accanto al venditore di polpette c'è anche quello di birre. Una delle tante facce della protesta: chiunque abbia vissuto ad Ankara sa che vendere e consumare birra per strada non è una pratica molto comune, ed è punibile con una multa.

Cartello manifestante

"Né destra né sinistra, l'unica strada l'alcool" c'è scritto nel cartello del manifestante.

I cortei lasciano passare le macchine, gli automobilisti suonano, i passeggeri dei mezzi pubblici salutano la folla di Kuğulu Park. 

Cinquemila persone si sono radunate anche nei quartieri non centralissimi di Mamak. Ora come ora, le vie di tutto il paese sono state invase da persone che fanno rumore con pentole, mestoli e padelle, come gli studenti nella loro marcia improvvisata di venerdì notte, al grido di “tencere, tava, hep ayini hava” (“pentole e padelle, la stessa aria dappertutto”). 

La grande differenza è che, almeno stasera, i cortei possono proseguire senza timore di essere interrotti da lanci immotivati di lacrimogeni, o attaccati da poliziotti in borghese come invece succede a İzmir.

Sembra che l'associazione degli avvocati di Ankara sia dalla parte dei manifestanti. Anche secondo un’opinione dell'Ankara Barosu, l'Associazione locale di categoria, la polizia non può arrestare persone che stanno semplicemente difendendo i propri diritti. Pare inoltre che 70 dei manifestanti arrestati nei primi giorni siano stati rilasciati.

I blindati si stanno lentamente ritirando verso la piazza del Parlamento.

In serata una pioggia fine comincia a cadere e a ripulire l'aria. Questa notte passa tranquillamente. 

Polizia a kizilay

Kizilay. Fotografia di Benno Blumel

 

Mercoledì 5 giugno 2013

Sciopero! I manifestanti iniziano a riunirsi intorno alle 11, in poco tempo Güven Park si riempie.  A differenza degli altri giorni, oggi tutti hanno le bandiere in mano e si possono leggere i nomi dei sindacati che hanno aderito alla protesta. Ci sono anche alcune  bandiere del BDP.

Una lungo corteo di medici e studenti  sfila con i camici bianchi e le mascherine sul viso. 

Lo sciopero si svolge senza problemi fino alle 19, quando la polizia inizia ad utilizzare gli idranti ed i TOMA. La sera ci incamminiamo su Tunalı Hilmi Caddesi, la strada che porta a Kuğulu Park.

Si respirava un'aria cupa, piccoli incendi appiccati lungo la via, poche persone in giro e, avvicinandosi a Kuğulu Park, si avvertiva per l'ennesima volta l'odore del gas. Dicono che c'era stato un attacco della polizia poco prima. Arriva un messaggio: “Tornate a casa perché la polizia in strada prende le persone”.   

Seguiamo il consiglio e poco dopo iniziano ad arrivare le prime notizie di nuovi scontri.

Sciopero

Sciopero!

manifestazione

 

Giovedi 6 e venerdi 7 giugno 2013

Le due giornate si somigliano molto. Arriviamo a Kuğulu Park verso le 18 e c'è un'atmosfera che non avevamo mai visto in questi giorni.  

E' stata allestita la “Kuğulu Kütüphanesi”, la biblioteca nomade di Kuğulu Park dove - come a Gezi - si prendono i  libri  per leggerli nei dintorni, sulle panchine o seduti sulle aiuole.  

Un ombrello con i colori della pace spunta in mezzo alle teste. Se ne andrà solo quando farà buio

Notiamo un bidone della spazzatura con un cartello scritto dai ragazzi: “Non buttare vetro, carta, plastica, lattine. Ricicliamo”. Il disumano vandalismo dei manifestanti ad Ankara si è concretizzato nella creazione del primo e unico esempio di raccolta differenziata della città!

Mentre Erdoğan accusa i manifestanti di voler alzare i toni della protesta,  Kuğulu Park è piena di palloncini colorati e di cartelli che recitano slogan pacifisti: “Non pietre né bastoni, il nostro scopo è la libertà”, “Resistenza passiva”, “Basta con le violenze della polizia”, “8 giorni insieme ai TOMA....sta diventando una storia seria”.

Nonostante la violenza dei giorni passati, i manifestanti con i loro cartelli riescono a ironizzare sia sul comportamento delle forze dell'ordine sia sulla stampa turca che non copre gli eventi.

Anche i toponimi vengono cambiati: Güven Park diventa “Dövme Park” (“Parco delle mazzate”), Kızılay “GAZilay” (“Parco del gas”), Tunalı Hilmi Caddesi “TOMAlı Hilmi Caddesi” (via dei TOMA).

A  Kuğulu Park sembra di essere a una festa popolare, tanto che alcuni ragazzi giocano a campana. 

Con il passare delle ore il parco diventa sempre più affollato e la festa continua fino a tarda notte con canti e balli in strada. 

Il giorno dopo la stessa scena si ripete.

Stop violenze polizia

Kuğulu Park: "Basta con le violenze della polizia"

ombrello pacifista

A Kuğulu Park spunta un ombrello con i colori della pace

 

Sabato 8  e domenica 9 giugno 2013

Mentre a Kuğulu Park continua la protesta pacifica senza l'intervento della polizia, la sera iniziano ad arrivare le prime notizie dell'attacco della polizia a Kızılay.

Si parla di 10 mila persone presenti e di una guerriglia che andrà avanti, a sprazzi, fino al giorno dopo.

Il braccio di ferro tra Erdogan e i manifestanti sembra destinato a durare a lungo, mentre si apre la terza settimana di protesta e l'aria di Ankara resta intrappolata tra gas, repressione e sorrisi.

 

 

 

 

11 Giugno 2013
di: 
Silvia Pagliacci, Fausto Capurro e Niccolò Fattori
Area Geografica: