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Diario dall’altro Iraq/ 3. “Siria, mia bella…”

"Nel campo di Domiz c’è un muro che è stato colorato con la scritta ‘salam’, pace. Ci vivono i rifugiati siriani fuggiti dalla guerra. Pace a loro, e a tutti coloro che la cercano”. Un nuovo racconto del nostro Stefano Nanni dall’Iraq. 

 

 

L’inverno è arrivato un po’ all’improvviso. Il sole è rimasto, di pioggia ne è scesa poca, ma è l’aria ad essere cambiata: umidità e freddo caratterizzano i giorni dal tramonto al mattino presto.

E se in città chi ha una casa e una vita normale si adegua con i vari mezzi a disposizione, le persone che vivono nei campi per sfollati affrontano la stagione con non poche difficoltà.

Il già citato (e ri-citato qui, nel lavoro quotidiano, almeno 4-5 volte al giorno) processo di winterization pare ormai avere una vita propria. 

Ad ogni incontro di coordinamento tra i vari operatori impegnati nella risposta all’emergenza umanitaria emergono nuovi dati, precise mappe su chi, cosa e come sta distribuendo coperte, stufe, cherosene, lenzuola invernali. 

Per ogni mappa c’è un’esatta localizzazione del luogo in cui si trovano gli iracheni fuggiti dagli orrori di Da’esh (l'acronimo arabo per indicare lo Stato Islamico, molto utilizzato qui): non solo dei campi ma anche dei tanti, tantissimi edifici in costruzione che in mancanza di altro e in alternativa al nulla sono diventati nuove case. 

Qui l’inverno è ancora più duro da affrontare: per quanto ci si possa adoperare per trasformare tende, lenzuola e teloni in muri, il freddo, soprattutto di notte, penetra ugualmente, senza sconti.

Tuttavia, a guardare le varie mappe, i numeri e le percentuali del winterization la situazione, a livello operativo, non sembra poi così male. La realtà invece è un’altra se parli con le persone, se ascolti direttamente da loro come stanno affrontando l’inverno – nei campi, almeno per l’esperienza diretta che ho avuto fino ad ora. 

A Garmawa vivono 374 famiglie. Ce n’erano almeno il doppio fino a due settimane fa, quando la liberazione di alcuni villaggi intorno a Zummar (città nell’area circostante di Mosul) da parte dei peshmerga è stata accolta come la notizia più bella che potessero ricevere.

Per questo in tanti sono tornati a casa, non senza correre dei rischi perché non c’è sicurezza sullo stato del terreno di questi villaggi: Da’esh, quando e se va via, lascia spesso mine e bombe sui luoghi in cui ha portato distruzione*

Non è escluso dunque che queste famiglie possano tornare, mentre sicuramente ne stanno arrivando delle altre, provenienti soprattutto dalle scuole: circa 350 in tutto il Governatorato di Dohuk da evacuare il prima possibile per permettere agli studenti di riprendere l’anno scolastico.

Lo stato del campo, ad un primo impatto, è abbastanza precario: rifiuti, cartacce, mosche sono ovunque tra le tende. I bidoni sono pochi, il camion per ritirare l’immondizia passa solo una volta ogni settimana, a volte 10 giorni, come lamentano alcune persone di Garmawa. 

Riportano anche che il cherosene distribuito è ancora troppo poco, così come le coperte e anche il cibo, sul quale una consultazione con i diretti interessati da parte delle agenzie operanti sarebbe più che necessaria. 

La comunità - in gran parte composta da yazidi, turcomanni, shabak, arabi-sunniti - tuttavia, cerca di organizzarsi già da sola: le donne si assistono l’una con l’altra per la cura dei bambini, per fare il pane e per lavare i panni.

Gli uomini cercano di coordinare le distribuzioni, chi ha la macchina funge da ambulanza quando è necessario. Ma vorrebbero capire, interagire di più da e con chi sta cercando di aiutarli, a partire dai responsabili dei campi (alle dipendenze del governo) e dagli asahij, forze di sicurezza a guardia del campo, con i quali i rapporti sono tutt’altro che idilliaci.

I giovani vorrebbero andare a scuola, per lo meno sapere come e cosa fare per accedere all’educazione. Alcuni, semplicemente, vorrebbero uno spazio comune dove guardare un film. C’è chi, infine, ha perso la speranza e il senso da dare alla propria esistenza, e vive da solo nella tenda, rifiutando qualsiasi aiuto. Aspettando. 

A Khanke c’è un’altra realtà. In precedenza un campo di transito, ora è stato ristrutturato e organizzato per accogliere 3.120 famiglie. Girando fra le tende raramente si trova una carta per terra, le strade sono ben definite, sono inoltre in corso i lavori per l’incanalamento dell’acqua oltre che per l’estensione del campo, dato che a soli 2 chilometri vivono altre 7mila famiglie in case in costruzione, scuole, edifici abbandonati. 

Ma anche in questo caso l’impatto visivo dice poco o nulla su quanto corrisponde alla realtà.

Un gruppo di giovani racconta che di cherosene ne hanno visto pochissimo, sia per cucinare che per far funzionare le poche stufe a disposizione. Le coperte mancano e, soprattutto, le poche lenzuola distribuite sono estive. 

Anche qui manca cibo, non ci sono servizi sanitari nel campo e se qualcuno sta male occorre prendere un taxi (quasi nessuno ha una macchina). Non sapevano come reagire di fronte ad alcuni gravi incendi causati banalmente per negligenza (il problema è purtroppo comune a diversi campi e aree).

Non sappiamo chi fa cosa, non conosciamo nessuno delle organizzazioni che dovrebbero aiutarci”, dicono. Hanno già esposto i loro problemi al camp manager, che cerca di coordinarsi con alcuni rappresentanti dei vari settori (ogni campo è diviso in settore, una sorta di quartiere), ma evidentemente con scarsi risultati.

Il coordinamento tra le comunità e tutti gli attori che forniscono loro dei servizi è un problema più che urgente. E’ una corsa contro il tempo, si cerca di capire da ogni individuo, da ogni situazione, chi, come, quando e dove verrà fatto qualcosa di utile a tutti. 

Produrre informazione e facilitare la comunicazione: facile da dire, realizzare è un altro discorso.

Ma ci si prova, con ogni mezzo, attraverso ogni lingua possibile, facendo di tutto per non lasciare indietro nessuno e considerando le singole complessità e sensibilità degli argomenti e delle situazioni.

I momenti di sconforto non mancano. L’idea di non farcela circola spesso. Per fortuna basta soltanto aprire gli occhi. Fermarsi un attimo, guardarsi intorno e scoprire che il più delle volte chi stai cercando di aiutare si aiuta già da solo. 

E lo fa in modo determinato, semplice e colorato.

A Domiz, campo per rifugiati siriani, c’è un muro. Ne hanno dipinto un altro, con molti colori e contornato da filo spinato. C’è scritto in arabo salam (“salute”, “ciao”, ma anche “pace”).

All’interno di ogni lettera ci sono delle frasi, come: “Siria, un giorno torneremo”, “Siria, mia bella, tornerai a splendere come una volta”. 

E’ dal primo giorno in cui ho visitato Domiz che volevo fare una foto a questo splendido disegno. L’altro giorno mi ci sono fermato un’altra volta. Ero con un amico che mi ha aiutato con la traduzione.

Abbiamo chiesto il permesso ad una signora che vive lì di fianco. Ci ha risposto che non c’era neanche bisogno di chiedere. 

Pace a lei e a tutti coloro che la cercano.

 

*Nota bene: associo in modo forse troppo sbrigativo le parole “orrore” e “distruzione” a Da’esh. La ragione è la reazione spontanea delle persone nel pronunciare questo nome. Il volto diventa subito scuro, e un’immediata tristezza avvolge subito il discorso…

 

*Stefano Nanni, corrispondente dall'Iraq di Osservatorio Iraq, si trova attualmente a Dohuk, nel Kurdistan iracheno, come operatore umanitario di Un ponte per... Le altre puntate del suo diario sono qui e qui. Con queste corrispondenze stiamo tentando di dare continuità al lavoro del nostro libro, con cui abbiamo cercato di raccontare “l’altro Iraq”, quello che scompare dalle cronache, e che resiste. 

 

06 Novembre 2014
di: 
Stefano Nanni da Dohuk - Kurdistan iracheno*
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