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Diario dall’altro Iraq/4. Di montagne, e storie che non insegnano

“Se le montagne del Kurdistan iracheno potessero dettare a qualcuno le loro storie, occorrerebbe una capacità di ascolto impeccabile. Qui si sono ripetute battaglie, guerre, incursioni: a ricordare che quella irachena è una storia che non insegna”. Un nuovo racconto di Stefano Nanni dall’Iraq. 

 

 

Dall’aereo è l’unica cosa che si riesce a intravedere tra le nuvole. Scompaiono un poco ad Erbil, dove una volta atterrati il vuoto orizzonte è interrotto soltanto da lunghi edifici e gru al lavoro, per costruirne degli altri. Risalendo a nord e spingendosi verso ovest prendono gradualmente forma, e sulla strada per Dohuk ne incontri di ogni tipo. 

Rocciose, dai contorni lineari, sgraziate, aride, verdi, rosse. Poche sono alberate, la maggior parte non sembra offrire nemmeno un minimo di pascolo. Le pecore comunque non mancano, così come le bandiere curde, che mandano segnali da lontano, indicando la presenza militare dei peshmerga . 

Se le montagne del Kurdistan iracheno potessero dettare a qualcuno le loro storie occorrerebbe una capacità di ascolto impeccabile. 

Tanti, troppi dettagli si celano sotto le pietre, si ramificano nel sottosuolo insieme alle radici, si trovano semplicemente per terra. 

Come i ricordi più diretti di uno scontro violento: su queste montagne si sono ripetute battaglie, guerre, incursioni. I curdi vi si sono rifugiati più volte, facendone un terreno di difesa che ha forse influito non poco sul futuro della regione. 

Oggi un rifugio lo cercano centinaia di migliaia di persone non combattenti.

Se prima era Saddam che spingeva la gente verso e oltre le montagne, oggi c’è Da’esh (acronimo arabo di Stato Islamico, ndr) che porta morte e distruzione. E genera nuove fughe, che dall’inizio dell’anno non hanno fatto che affluire giorno dopo giorno in tutto il Kurdistan. Passando anche per le montagne.

Nel governatorato di Dohuk le fughe maggiori. Qui sono arrivate tra le 600 e le 700mila persone, contro le circa 200mila giunte tra ad Erbil e Sulaymaniyya. Alcune di queste hanno occupato subito le scuole, non operative in estate e in assenza di altro – a parte strade, ponti, case in costruzione.

Nell’area, in quasi 5 mesi, sono stati costruiti 7 campi di accoglienza. Solo fino a due settimane fa ne erano previsti altri 9, dall’altro giorno è ufficiale che in totale saranno 21. Si accelera perché l’ordine, perentorio, è quello di liberare le scuole: l’anno scolastico deve iniziare e gli studenti non possono continuare a perdere le lezioni. 

Nell’arco di soli 3 giorni, ieri è stata completata la dislocazione di 5mila famiglie da alcune scuole delle città di Dohuk, Zakho e Sumel ai campi di Shariya e Chammishku.

L’operazione è stata tutt’altro che semplice. In molti casi la notizia dello sgombero è arrivata il giorno stesso, alcuni sono stati costretti a muoversi a spese proprie. Troppo poco lo spazio nei camion adibiti al trasporto: persone con disabilità, donne incinte e bambini non sono stati presi in considerazione, né la tempistica ha fatto in modo che potesse intervenire del personale adeguato.

Addirittura è stata riportata la voce di una promessa di denaro al loro arrivo nei campi, dove però si è rivelata un brutto scherzo, o peggio una falsità, incentivo per velocizzare il processo di svuotamento degli edifici scolastici. 

Nei campi le “sorprese” non sono finite: nessun servizio regolarmente funzionante, acqua e latrine in quantità non sufficienti e distanti dalle tende. A Shariya, situazione ben peggiore di Chammishku, si ospitano 7 persone in uno spazio di 4 metri per 4.

Il governatorato, in collaborazione con Nazioni Unite e ONG locali e internazionali, non si fermerà al solo dislocamento e nei prossimi giorni arriveranno poco alla volta servizi, cibo, kerosene e coperte. Intanto, ancora una volta, la gente si chiede cosa e come debba fare e non sa a chi rivolgersi, dato che per entrambi i campi non vi è ancora una figura definitiva di camp manager. 

E’ questo un altro esempio di come ricevere un’informazione corretta e comunicarla per tempo e in modo preciso siano fondamentali sin dall’inizio? Sembrerebbe proprio di sì, se la prima cosa richiesta dalle persone una volta giunte nelle loro “nuove” case non è stata un bene materiale, ma una risposta alla domanda: “E ora?” 

A Garmawa, altro campo dove vivono sfollati provenienti da Mosul e Zummar, l’altra sera sembrava non mancare nulla. Mentre il sole scendeva i bambini giocavano ancora fuori, si rientrava dal lavoro in città e l’odore del pane richiamava pian piano al silenzio nelle tende. 

L’aria che si respirava sapeva di pace e tranquillità mentre le donne stendevano i panni, ma non saprò mai verificare se quelle impressioni potessero corrispondere alla realtà. 

Ogni tenda è una casa, ogni casa è un mondo.

Anche le montagne che si stagliano tutte intorno sono un mondo a sé. La tentazione di perdersi per una passeggiata di salute è molto forte.

“Ma non è sicuro per chi non ne conosce i sentieri”, mi confidano e poi mi confermano un mucchio di proiettili e resti di armi che un conoscente ha raccolto come nei boschi italiani si raccolgono funghi (a parte in Sardegna probabilmente, anche se qui le esercitazioni non c’entrano nulla). 

Qui, il rischio di trovare mine inesplose risalenti alla guerra tra Iraq e Iran (1980-1988) non è remoto. 

1979, 1988, 2004, 2010: sono solo alcune delle date che si trovano incise sui proiettili, arrugginiti a seconda di quanto tempo è passato dall’ultima guerra.

Come a ribadire che la storia dell’Iraq ha insegnato molto poco: prima Saddam, e poi tutto il resto, hanno fatto e continuano a fare di questo paesaggio un cimitero di reperti di battaglia. 

Che però la terra rigetta, quasi volesse raccontarne anche altre, di storie. 

 

*Stefano Nanni, corrispondente dall'Iraq di Osservatorio Iraq, si trova attualmente a Dohuk, nel Kurdistan iracheno, come operatore umanitario di Un ponte per... Le altre puntate del suo diario si trovano qui. Con queste corrispondenze stiamo tentando di dare continuità al lavoro del nostro libro, con cui abbiamo cercato di raccontare “l’altro Iraq”, quello che scompare dalle cronache, e che resiste. 

 

14 Novembre 2014
di: 
Stefano Nanni da Dohuk - Kurdistan iracheno*
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