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Iraq. "Abbiamo in mano solo una penna"

“Se usiamo lo stesso linguaggio di guerra che domina la narrazione sul nostro paese, posso dire che abbiamo un esercito di giovani che scriveranno un futuro migliore. Con una penna”. Intervista a Rashid al-Khayun, intellettuale iracheno. 

 

 

Se dici Iraq, dici guerra. Dici sfollati interni, rifugiati, campi profughi. Tende, assistenza umanitaria, gelo d’inverno, caldo torrido d’estate. Dici scontri, conflitti, dittatura, divisioni settarie, attentati, violazione dei diritti. Oggi, poi, dici Daesh, Stato Islamico, massacri, rapimenti, stupri, autobombe e terrorismo. 

Quando parliamo di Iraq, parliamo di violenza, perché la sua storia da questa violenza è stata segnata. 

Costantemente accompagnata, quasi che il paese non debba conoscere pace, lasciando che tutto il resto scompaia. Scompare la sua cultura millenaria, le sue tradizioni; scompaiono il Tigri e l’Eufrate studiati sui libri da bambini, la Mesopotamia e le sue terre fertili; le paludi su cui navigano i “beduini dell’acqua”, la lingua aramaica conservata nei secoli, le minoranze religiose, i riti sconosciuti. 

E ancora i libri, le biblioteche, i centri culturali. Quella Baghdad che fu cuore della cultura araba, che nei secoli passati riusciamo a immaginare come una città viva e attraversata da lingue e popoli che ne hanno segnato la vita. Una Baghdad che ancora vive e resiste, in cui la via al-Mutanabbi ancora si riempie di bancarelle in cui comprare e vendere libri.

E che oggi è il cuore dell’Altro Iraq che scompare dietro cronache fatte di attentati e violenze, ma che continua a combattere con armi diverse. Come una penna. 

Rashid al-Khayun la estrae dal taschino e fissa lo sguardo sul taccuino per rispondere. “Vedi? Noi abbiamo solo questa. Se la metti di fronte ad un fucile sembra più debole, ma la differenza sta nella prospettiva. Le tracce lasciate da questa penna dureranno per sempre”.

Al-Khayun è un intellettuale iracheno. Un letterato, la cui vita da quella penna è stata sempre accompagnata, portando la sua fama oltre i confini del paese.

Lo incontriamo a Roma, dove è in visita insieme ad una delegazione di analisti, attivisti ed esperti iracheni arrivati per raccontare al pubblico italiano che esiste un Iraq della società civile, degli intellettuali, delle donne, che non si è arreso ad oltre 30 anni di violenze.

E che non sembra avere alcuna intenzione di arrendersi oggi, di fronte ad una nuova tragedia. 

“Se organizziamo un festival culturale a Baghdad, una mostra, un incontro letterario non fa notizia. Se scoppia una bomba sì. E’ la regola con cui funziona il sistema mediatico, nel quale trovano spazio generalmente notizie capaci di attirare l’attenzione del pubblico. Politica e violenza: e in Iraq, spesso, questi due fattori si sovrappongono e si confondono”, racconta Al-Khayun. 

“Certo, non posso dire che la violenza non ci sia, che non ci siano milizie che insanguinano la nostra terra, che portano armi, che sottomettono il popolo alle proprie agende politiche. Ma esiste un’enorme parte della storia che non viene mai raccontata: quella di un Iraq che continua a vivere di cultura, rassegne artistiche, commercio di libri. Che dopo la caduta della dittatura di Saddam Hussein hanno potuto finalmente circolare liberamente, senza censure. Prima, tutto questo sarebbe stato impensabile”. 

Per capirlo, basta pensare al numero impressionante di intellettuali ed esponenti del mondo della cultura che hanno pagato ad altissimo prezzo il proprio impegno e le proprie idee. Centinaia quelli che sono passati per le carceri del regime, quando il pensiero unico era il solo ammesso nel paese. 

“Conosci via al-Mutanabbi?”, mi chiede con un sorriso. “E’ la nostra strada dei libri. Rappresenta il cuore di un’altra capitale rispetto a quella che viene raccontata di solito, creata da intellettuali e liberi pensatori. E’ lì che abitiamo. Certo non passano a trovarci i politici, ne’ i miliziani”.

E’ lì che – spiega – si mette in atto anche una forma di resistenza rispetto ai contenuti propagandistici imposti dall’Iran. "Abbiamo paura della loro ignoranza, ma il nostro ruolo è proprio questo: proteggere la nostra cultura, fare di tutto per trasmetterla. E’ la sola arma che abbiamo. E prima o poi riusciremo ad obbligare anche i grandi media a parlarne”, racconta. 

Quando gli domandi perché questa nuova ondata di violenze abbia messo al centro del suo obiettivo proprio il patrimonio culturale, con gli scempi distruttivi compiuti da Daesh e il contrabbando d’arte, al-Khayun ha un’idea molto chiara. 

“Capisco benissimo qual è l’obiettivo di Daesh. Semplicemente, vuole creare una cesura tra la storia e il presente che sta tentando di costruire. Per farlo, quella storia va rimossa, cancellata, perché racconta di un Iraq ancora precedente all’avvento dell’Islam, che si è preservata nel corso dei secoli, e che rappresenta oggi quel patrimonio di culture millenarie che hanno reso il paese un mosaico di civiltà e tradizioni diverse”. 

Perché, a differenza di quanto spesso di creda, “l’Iraq è sempre stato un paese multiculturale, multietnico, multireligioso. Daesh sta cercando di distruggerne il ricordo e le tracce, prendendo di mira il patrimonio storico, archeologico e artistico. Perché è quello a conservare e tramandare la nostra storia”. 

Se poi gli domandi quale sia, in questa nuova guerra, il ruolo dei letterati, al-Khayun sorride e non ha dubbi: “Siamo intellettuali, non abbiamo altro che la penna. I fucili non racconteranno la storia, noi possiamo farlo. E possiamo batterci per proteggerla. E’ una forma di resistenza che è nostro dovere intraprendere, altrimenti il prezzo da pagare sarà l’oblio delle nostre origini”. 

Una resistenza reale, che vale quanto una battaglia. “Basti pensare che sono oltre 250 gli intellettuali e gli scrittori che sono stati uccisi dopo il 2003 (anno dell’invasione statunitense del paese, ndr) per averla esercitata. E molti altri quelli che sono morti nelle carceri di Saddam Hussein, quando anche solo possedere un libro proibito dal regime poteva costarti la vita”. 

Eppure, al-Khayun di una cosa è convinto: che questa battaglia non riguardi soltanto il popolo iracheno. “Gilgamesh non rappresenta solo l’Iraq, ma la storia di tutta l’umanità. Non appartiene solo a noi, ma anche a voi”, afferma. 

Anche per questo, forse, il suo sguardo sul futuro resta positivo, nonostante tutto.

“Se vogliamo usare lo stesso linguaggio di guerra e violenza che domina la narrazione sul nostro paese, potremmo dire che loro hanno milizie e armi, ma noi abbiamo un esercito di giovani, artisti, studiosi e attivisti per la pace. E saranno loro a vincere, costruendo un paese migliore”. 

 

*Foto Un ponte per...

10 Maggio 2015
di: 
Cecilia Dalla Negra
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