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Iraq. Raccontare con umanità

“E’ sicuramente difficile essere indipendenti in Iraq. Si rischia anche la vita, ma puoi farlo, sei libero di sceglierlo. Ad un costo, però: serve tempo e la consapevolezza che i risultati non arriveranno presto”. Incontro con Rawsht Twana, fotogiornalista curdo iracheno di Metrography. 

 

 

 

Quando era in Siria, a Latakia, Kaya studiava economia. Gli mancava un solo esame, dopo anni di studio e lavoro come chef di un ristorante, prima che inziasse la rivoluzione nel suo paese, seguita da una guerra tutt’ora in corso. 

Da allora la sua vita ha preso una piega radicalmente diversa: il rientro a Qamishlo, nel Rojava – nord della Siria –, dove si è arruolato tra le fila dell’YPG (i combattenti curdo-siriani) per difendere la sua terra d’origine; il viaggio forzato nel Kurdistan iracheno nell’agosto 2013, per sfuggire a una leva obbligatoria nell’esercito siriano a cui si era rifiutato di far parte, diventando automaticamente un ricercato; l’arrivo a Kawergosk, campo per rifugiati siriani nel governatorato di Erbil, seguito qualche giorno dopo dall’insediamento nella vicina Shaqlawa, lavorando nel caffé “Gazino”. 

Cambiamenti repentini, passaggi da un luogo e una condizione all’altra, per ognuno dei quali una miriade di dettagli si intersecano e determinano il risultato finale: una vita tutto sommato normale. Una casa, un lavoro, gli amici, la moglie.

Per raccontare tutto questo occorre però tempo, pazienza e una fiducia che si costruisce passo dopo passo, tra il narratore e il protagonista. E’ andata così tra Kaya e Rawsht, fotogiornalista curdo-iracheno che ne ha raccontato la sua storia per mezzo di immagini.

“Per me era importante raccontare la storia di Kaya. Per mostrare la vita di un uomo che ha cercato rifugio nel mio paese, e ha fatto di tutto per essere il prima possibile autonomo, indipendente. Per avere un lavoro, una casa: l’essenziale per tornare a riappropriarsi di nuovo di una vita normale”. 

Rawsht vive e proviene da Ranya, città curdo-irachena nel governatorato di Sulaimaniya nota storicamente per due importanti sollevazioni popolari, prima contro l’impero britannico e nel 1991 contro il regime di Saddam Hussein. In un paese come l’Iraq, in cui negli ultimi due anni, secondo il Committee to Protect Journalists, sono morte 17 persone per il semplice fatto di provare a fare il proprio lavoro, “essere fotografo e giornalista, oggi ancora più che in passato non è affatto facile”. 

Ventisettenne, Rawsht ad ogni modo ci prova, e lo fa in un modo apparentemente ancor più complicato. Dal 2009 fa parte di Metrography, la prima agenzia di fotogiornalismo indipendente in Iraq, con cui “non riesco ad avere un salario fisso garantito, ma posso mantenere la mia indipendenza nel lavoro”.

Aspetto per nulla scontato in Iraq, “dove tutti i mezzi di informazione sono, in un modo o nell’altro, legati a un partito o gruppo politico, e si curano di rispondere ad un pubblico già di parte, senza provare nemmeno a fornire un’informazione basata sulla realtà dei fatti”, afferma senza giri di parole. 

Lo incontriamo a Dohuk insieme ai due editor di Metrography, gli italiani Stefano Carini e Dario Bosio, in occasione della due giorni di formazione che l’agenzia ha rivolto agli operatori di Un ponte per... nell’ambito del progetto di comunicazione in supporto agli sfollati iracheni all’interno del governatorato. 

Da quando l’Iraq è stato travolto dall’avanzata di Daesh e con il caos che ne è seguito, Rawsht, insieme ai suoi colleghi, è impegnato in prima persona nel riportare i fatti e soprattutto le storie che si celano dietro a parole come “ezidi, Sinjar, curdi. Dallo scorso giugno in poi tutti parlano di Mosul, Erbil, i cristiani di Iraq, ma pochi, pochissimi conoscono davvero le strade, il traffico, i volti e le sofferenze di queste realtà”.

Rawsht ha scelto per questo motivo il lavoro di fotogiornalista. “Per andare in fondo alle storie, per conoscerne i dettagli, le sfumature più piccole che fanno davvero la differenza nella comprensione di certe dinamiche. In un posto complesso come l’Iraq succedono miliardi di cose, e non si può pretenderle di capirle nell’arco di due settimane”, corrispondenti più o meno alla permanenza media di un giornalista esterno che giunge in loco spendendo soldi e tempo per fixer, traduttore e altri costi che un “locale” non avrebbe. Tuttavia il giornalista locale, spesso e volentieri, oltre al problema della “dipendenza politica del giornale per cui lavora, non è neanche protetto a livello legale, sin dalle più basilari regole di copyright (assente in Iraq, ndr)”. 

Metrography nasce 6 anni fa anche per questa ragione. “Oltre a metterci insieme in modo da sviluppare e migliorare capacità e tecniche che ognuno di noi (un ristretto gruppo di fotografi iracheni che hanno fondato l’agenzia nel 2009, ndr) aveva accumulato lavorando e confrontandosi con le grandi agenzie internazionali, l’intento era quello di tutelare e proteggere la nostra professionalità e volontà di rimanere indipendenti”. 

“E’ importante, e sicuramente difficile, essere indipendenti in Iraq. Si rischia anche la vita, ma puoi farlo, sei libero di sceglierlo. Ad un costo, però: serve tempo, molto tempo a volte, e la consapevolezza che i risultati non arriveranno presto”, mette in guardia Rawsht, che oltre alla storia di Kaya, nei suoi ultimi lavori ha esplorato la ‘normalità’ di storie difficili da affrontare.

O meglio, “difficilmente spendibili nel mercato delle news”. Come quella di Milad e Wassam, due orfani di 9 e 11 anni rifugiati nel quartiere cristiano di Ainkawa, ad Erbil, nel Kurdistan iracheno, durante lo scorso agosto, dopo che la loro cittadina di provenienza, al-Qosh, nella Piana di Ninive, era passata sotto il controllo di Daesh.

Oppure la storia di Aras, ragazzo affetto dalla sindrome di Down, e le sue (e quelle di chi gli sta vicino) non poche difficoltà per sopravvivere con un lavoro ordinario impossibile da avere, e con un’assistenza sociale piuttosto fragile.

Infine, diverse microstorie di bambini affetti da talassimia, malattia che altera la composizione del sangue e che interessa oltre 2500 casi in tutta la regione del Kurdistan.

“Selezionare le storie, e poi scegliere di comprenderle fino in fondo, è la parte più difficile e al tempo stesso importante di questo lavoro”.

E prosegue. “Ad esempio, su Milad e Wassam avrei potuto raccontare con meno sforzi il loro dramma di orfani, ma solo passando tanto tempo con loro, parlandoci, interagendo, ho scoperto che a Milad avevano detto che ad Ainkawa ci si andava in vacanza, non per scappare da Daesh,” sorride Rawsht. 

Sorriso che rimane sul suo volto quando racconta di come è iniziata la sua, di storia, con il mondo della fotografia.

Era il 2006, quando lui, diciassettenne, scopre l’album fotografico di suo padre, morto nel 1992, all’inizio di un conflitto interno al Kurdistan iracheno che terminò solo nel 1997. “Ancora oggi le cause della sua morte non sono note. Pare sia stato ucciso, ma non si sa da chi. So solo che lui stava provando ad evitare il conflitto e a riavvicinare le parti, nient’altro. Guardando quelle immagini ho capito che dietro la fotografia c’è tanto altro e oggi, oltre a portare avanti un progetto personale sul passato mio e della mia famiglia, provo a mettere in pratica questa volontà di andare sempre alla ricerca di dettagli con il mio lavoro”. 

Alla domanda sui rischi che un simile approccio comporta, in un Iraq reso sempre più fragile da divisioni apparentemente inconciliabili, Rwasht risponde di esserne più che consapevole. “Ma o scegli le bombe, e allora i rischi aumentano, oppure provi a fare questo lavoro in modo intelligente: scegliendo l’umanità, intima e profonda delle storie e i fatti che si raccontano.” 

Un modus operandi e un carattere che Rawsht e i suoi colleghi di Metrography portano avanti anche con A map of Displacement , il primo progetto di crowfunding dell’agenzia.

“Da quando Daesh ha provocato una delle più gravi crisi umanitarie dei tempi recenti, nel Kurdistan iracheno oltre un milione di persone stanno provando a ricostruirsi una vita”, spiega Stefano, editor in chief di Metrography. “Ne abbiamo incontrate tante tra loro, e ora stiamo scegliendo 15 di queste storie per mostrarle al mondo, per fare di loro una traccia incancellabile di questa crisi, affinché ne resti conoscenza anche dopo che l’attenzione mediatica dell’attualità verrà meno”.

Il progetto mira alla creazione di una piattaforma digitale online che, oltre a mostrare le storie per immagini e testo, riporti anche visualmente la loro localizzazione geografica, in modo da ottenere una mappa che funzioni da fonte di informazioni per media e organizzazioni umanitarie in grado di fornire assistenza per queste persone.

“Non sarà facile riuscire a raccogliere il necessario per mettere in pratica il progetto, e ci potevano essere anche altre strade per raggiungere più facilmente l’obiettivo”, precisa Rawsht. “Ma la scelta del crowfunding non è casuale: vogliamo continuare ad essere indipendenti”. 

 

 

26 Aprile 2015
di: 
Stefano Nanni da Dohuk - Kurdistan iracheno
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