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Israele. Netanyahu e la "nazificazione" dei palestinesi

La recente manipolazione messa in atto da Netanyahu è parte di una lunga storia di utilizzo dell’Olocausto per legittimare violenza coloniale e repressione. L’analisi di Nicola Perugini e Neve Gordon. 

 

 

 

Durante il suo discorso al 37mo Congresso Sionista a Gerusalemme, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che Israele non sta modificando lo status quo della moschea di Al Aqsa, e che l’attuale rivolta palestinese è solo la ripetizione di una lunga storia di attacchi criminali contro gli ebrei. 

Nella sua interpretazione storica degli eventi recenti, Netanyahu ha affermato che gli attacchi “contro la comunità ebraica nel 1920, 21 e 29 furono provocati da un appello del Mufti di Gerusalemme, Haj Amin al-Husseini, che in seguito fu processato per crimini di guerra dal Tribunale di Norimberga per il ruolo centrale da lui assunto nel fomentare la Soluzione Finale. 

“Hitler non aveva intenzione di sterminare gli ebrei all’epoca”, ha spiegato Netanyahu. “Voleva solo espellerli. E Haj Amin al-Husseini andò da Hitler e gli disse: ‘Se li espelli, verranno tutti qui’”. Secondo il primo ministro, Hitler dunque chiese: “Quindi, cosa dovrei fare con loro?”. E il Mufti rispose: “Bruciali”. 

La narrazione storica revisionista di Netanyahu ha sollevato forti critiche da parte israeliana, palestinese e dagli esperti di Olocausto.

Nel timore che le affermazioni mistificatorie del premier potessero essere interpretate come una negazione da parte della Germania del sua responsabilità per l’Olocausto, un portavoce del governo tedesco ha ribadito che Amin al-Hussein non fu l’ideatore della Soluzione Finale. “La responsabilità è nostra”, ha affermato. “Non c’è alcuna necessità di modificare la lettura di questi eventi”. 

L’affermazione di Netanyahu potrà anche aver colto di sorpresa la Comunità internazionale, ma in effetti la sua recente manipolazione è solo parte di una più lunga storia di utilizzo strumentale dell’Olocausto per legittimare la violenza coloniale e la repressione. 

A ben guardare, quanto affermato dal primo ministro è parte di un discourse sionista utilizzato sin dal 1950, grazie al quale la minaccia genocida del passato viene proiettata a livello spaziale e temporale nell’attualità israelo-palestinese. 

L’obiettivo è quello di equiparare il nazismo alle popolazioni arabe del Medio Oriente.

E’ la duplice natura di quello che nel nostro libro – “Il diritto umano di dominare” – abbiamo definito come la ri-territorializzazione della minaccia, grazie alla quale gli Stati arabi della regione, così come i palestinesi che sono stati forzosamente espulsi come risultato della creazione di Israele, sono stati progressivamente identificati con i responsabili della Soluzione Finale.  

Mezzo secolo prima di Netanyahu, l’ex primo ministro David Ben-Gurion e altri leader politici avevano già sviluppato una fondamentale operazione di narrazione che Idith Zeral ha definito come la “nazificazione del nemico”. 

Il collegamento tra l’Olocausto e gli arabi è stato prodotto attraverso la trasformazione di quest’ultima in una minaccia esistenziale, rinforzando l’immagine di Israele come entità in permanente stato di emergenza. 

Nel corso e in seguito alla guerra del 1967, la conquista israeliana di nuovi territori palestinesi ed arabi fu quindi costruita e presentata come una risposta a questo stato di perenne emergenza. Quando nel 1969 Abba Eban, allora ministro degli Esteri, definì il ritorno ai confini pre-1967 come “qualcosa che riporta alla memoria Auschwitz”, stava evocando la persistenza temporale dell’Olocausto nel presente. 

In questo modo, attraverso la metafora dei “confini di Auschwitz” (nota 1) – che in seguito sarebbe stata scomodata nuovamente da altri attori politici israeliani – Eban ri-territorializzava la minaccia nel quadro delle conquiste israeliane.

Un ritiro dai territori occupati nel ’67 sarebbe corrisposto, nella logica di Eban, al ritorno minaccioso della storia: la potenziale ripetizione, in un nuovo contesto spazio-temporale, degli orribili eventi che provocarono la creazione dell’attuale regime internazionale sui diritti umani. 

I crimini contro l’umanità commessi in Europa, in altre parole, servono a rendere razionale e giustificare il processo espansionista e contrario ai diritti umani di creazione dello Stato di Israele in Medio Oriente. 

Così, il trasferimento spaziale e temporale dell’Olocausto all’interno della Palestina mediorientale ha aiutato a giustificare pratiche di espropriazione e trasferimento forzoso della popolazione indigena dell’area.

Ha aiutato a legittimare le pratiche coloniali (nei territori occupati nel 1967), perché ha consentito ad Israele di evocare il passato per fornire una  giustificazione morale alla dominazione del presente.

Conquista e colonizzazione sono state normalizzate e legittimate come una sorta di misura preventiva contro il ri-materializzarsi dello spettro di Auschwitz. 

La nuova “rivelazione storica” di Netanyahu è solo la reiterazione di questa narrazione che ha fatto dell’emergenza permanente il suo centro. Il suo obiettivo è assicurarsi che i palestinesi continuino ad essere considerati la minaccia definitiva, e che nel mentre gli israeliani mantengano il loro stato di vittime perpetue delle violazioni dei diritti umani.  

 

*Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Middle East Eye, ed è disponibile qui. La traduzione dall’inglese è a cura di Cecilia Dalla Negra. Neve Gordon e Nicola Perugini, che ringraziamo per la gentile concessione, sono gli autori, tra gli altri, del libro “Il diritto umano di dominare”. 

 

1)”Abbiamo detto apertamente che la carta geografica non sarà mai più la stessa del 4 giugno 1967. Per noi, questa è una questione di principio e di sicurezza. La mappa di giugno per noi equivale ad instabilità e pericolo. Non esagero quando affermo che per noi è qualcosa che riporta alle memoria di Auschwitz (…). Con i siriani sulle montagne e noi a valle; con i l’esercito giordano in vista del mare; con gli egiziani che ci tengono per la gola a Gaza: questa è una situazione che non si ripeterà mai nella storia”. Con questa celebre affermazione, spesso citata e più volte ribadita anche in anni recenti da politici israeliani, l’allora ministro Eban definiva la fragilità del controllo territoriale israeliano pre-1967 come “i confini di Aushwitz”(ndt). Per approfondire si veda anche qui.

 

03 Novembre 2015
di: 
Nicola Perugini e Neve Gordon per Middle East Eye*
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