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Palestina: quando si spengono anche gli ospedali

Pubblichiamo un articolo del Palestinian centre for human rights (PCHR) sulla drammatica situazione nella Striscia di Gaza, dove anche gli ospedali possono spegnersi, insieme alla speranza di migliaia di persone.

 

 

traduzione di Simona Borioni

 

La chiusura infinita e illegale di Gaza da parte di Israele, le sanzioni internazionali e i contrasti interni  tra le autorità di Gaza e Ramallah, hanno aggravato, negli ultimi mesi, la già cronica carenza di carburante ed elettricità nella Striscia, con enormi ripercussioni sul funzionamento dei servizi di base e sul rifornimento di acqua ed energia. 

Carenze che si sono ripercosse anche sui servizi e sulle strutture sanitarie, con una netta ed ulteriore riduzione della capacità di risposta degli ospedali, non più in grado di soddisfare le richieste dei cittadini, mettendo seriamente a repentaglio il loro diritto alla salute e alla vita.

Questi problemi non sono nuovi a Gaza, ma sono una costante della quotidianità soprattutto da quando nel 2007 è stato imposto l’embargo quasi totale. 

Nel gennaio 2011, stante la discontinuità del servizio e gli alti costi, le autorità di Gaza hanno sospeso l’importazione di combustibile industriale da Israele, per cui da quel momento, la Striscia ha potuto contare su combustibile di contrabbando - dunque, altrettanto discontinuo e inaffidabile - dall' Egitto.

Il 14 febbraio 2012, si è interrotta anche questa fornitura attraverso i tunnel, e a questo punto è stata chiusa l'unica centrale elettrica di Gaza, lasciando ampie zone del territorio con solo 6 ore di elettricità al giorno, una penuria tale da mettere in pericolo la vita stessa dei pazienti.

Nei momenti di più intensa violenza, come nei giorni appena trascorsi, allorchè gli attacchi di Israele su Gaza hanno ucciso almeno 25 palestinesi, mentre oltre 80 sono rimasti feriti, la maggior parte dei quali civili, gli ospedali hanno dovuto veramente lottare per riuscire a gestire l' afflusso e la assistenza dei feriti.

L' inggnere Bassam Ali al Hamadeen, responsabile dei sistemi e della manutenzione dell'ospedale di Al-Shifa, si scontra ogni giorno con le conseguenze della crisi di combustibile e elettricità: "I pazienti più a rischio sono quelli nelle unità di cura intensiva, i neonati nelle incubatrici e nelle nursery, i pazienti in dialisi, e quelli che necessitano di interventi chirurgici".

"Grazie a Dio, nessun paziente è morto finora".

"Tuttavia, soffriamo di altri tipi di danni per la crisi di elettricità: le scorse due settimane, si sono rotti i generatori di sei presidi medici fondamentali della Striscia,  a causa dell’uso protratto e continuativo, mentre dovrebbero operare solo per poche ore, in frangenti di emergenza. A danneggiarli sono anche il continuo va e vieni della corrente e gli sbalzi dei livelli di potenza, che danneggiano le apparecchiature. In questo momento mancano anche i pezzi di ricambio e i lubrificanti per il mantenimento dei macchinari".

Kamal Abu Obada, vice direttore dell'unità intensiva all'ospedale Al-Shifa è consapevole dei rischi a cui sono soggetti i pazienti sotto la propria responsabilità: "Per me, in quanto medico, tutto ciò è molto deprimente. Lavoro tutto il tempo per mantenere in vita i pazienti e quando la corrente se ne va, sono tutti in pericolo: se succede loro qualcosa, tutti i miei sforzi sono stati vani".

Nei periodi di più critica carenza di combustibile e elettricità il ministero della Salute ha sempre dichiarato lo stato di emergenza, come è successo anche questa volta.

Tutta la chirurgia viene sospesa, fatta eccezione per gli interventi di emergenza. Condizionatori e termosifoni vengono spenti, mentre acqua e servizi di lavanderia sono limitati, con evidenti implicazioni dal punto di vista igienico-sanitario.

Spiega Abu Obada: "Durante lo stato di emergenza, si ferma tutto. Non possiamo operare pazienti, a meno che non sia assolutamente necessario. E dobbiamo sospendere altre forme di trattamento, così come tutto ciò che riguarda gli esami e la diagnostica".

Continua: "Nel momento in cui viene tagliata l'elettricità, ci precipitiamo dai pazienti sottoposti a ventilazione artificiale automatica e siamo costretti a ventilarli a mano, ma con grande difficoltà perché non ci sono abbastanza operatori che possano ventilare e seguire tutti i pazienti durante i blackout; inoltre è difficile controllare manualmente il livello di ossigeno e si possono determinare  perforazioni polmonari, in  caso di pressione eccessiva. Poi quando ritorna la corrente, occorre riprogrammare ex-novo tutte le macchine".

Abu Obada deve anche far fronte ad altri danni materiali prodotti dai blackout: "Quando c'è un taglio di corrente, i monitor che controllano cuore e pressione sanguigna si spengono. I sensori interni dei macchinari si rompono, per il fatto di essere sottoposti ad allarme ad ogni interruzione di corrente, dunque con imprevista frequenza, con la conseguenza che non sono poi più in grado di segnalare un eventuale effettivo allarme per il paziente".

Anche i pazienti sentono la minaccia della crisi elettrica: "Alcuni sono coscienti, e si rendono conto dei tagli di corrente, quando questi si verificano. Ci possono sentire e temono per la propria vita e per quella degli altri pazienti".
 

 

19 marzo 2012

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