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La primavera araba e le donne di SawaMed


Rive nord e sud del Mediterraneo si incontrano, e condividono.
di M.Rita Ines Mura - europrogettista
A novembre 2010 la svolta. Un viaggio alla scoperta di quello che potrebbe unire le due sponde del Mediterraneo, respirando la primavera araba. 

Novembre 2010, la svolta.
Passo una selezione per essere inserita in un progetto EuropeAid per aumentare la capacità di leadership femminile nel terzo settore nell’area del Mediterraneo.
La formazione si terrà in parte in Tunisia e in parte in Libano. Le partecipanti saremo italiane, tunisine, libanesi e francesi.
Controllo la situazione politica delle destinazioni prescelte: stabile. Fino a Natale visito spesso il sito di Viaggiare Sicuri e nessuna novità allarmante viene annunciata. Penso di avercela fatta che, da precaria, posso comunque ritenermi fortunata ad avere l’occasione di continuare ad approfondire le mie esperienze in Medioriente. Il Libano è un paese sempre a rischio, ma l’idea di andare mi da adrenalina, anche ansia, comunque sono decisa a partire e a guardare con i miei occhi uno dei paesi più “vari” al mondo. Per la Tunisia invece penso che siamo così vicini, che sicuramente l’impatto non sarà brusco, forse perché penso di conoscere gli immigrati tanto “sponsorizzati” dai tg italiani.

Gennaio 2011, la Tunisia esplode.
Tutte le informazioni trovate su internet e le mie conoscenze teoriche sui due paesi in cui si dovrebbe svolgere il progetto, vengono ribaltate.
In Tunisia iniziano le prime rivolte, il paese diventa ai miei occhi un fiume di gente che per strada e sulle piazze urla disperazione, senza paura dei carrarmati che si vedono in tv e non si capisce cosa siano pronti a fare. Ben Ali, assenza di democrazia, dittatura, violenza…in Italia non siamo mai stati al corrente di tutto questo disagio, convinti che fosse colpa dell’arretratezza economica che costringeva i tunisini a cercare fortuna altrove, da noi in particolare. L’organizzazione responsabile del mio progetto mi contatta per comunicarmi sarà impossibile partire a fine gennaio. I tempi si dilatano, la rivoluzione esplode, fragorosa e violenta, l’unica cosa che capisco dai media è che tutto è successo grazie ad internet.

Marzo 2011, si parte.
A fine marzo arriva la telefonata del responsabile italiano: ad aprile si parte, ma considerati gli eventi, il primo incontro si terrà in Libano e non in Tunisia.
Parto da Roma con altre tre ragazze italiane coinvolte nel progetto. Arrivo all’aeroporto di Beirut, un autista è venuto a prenderci per portarci a Tripoli (libanese). Saliamo sul taxi, sono stanca, ma non voglio chiudere gli occhi, devo guardare e capire questo paese che mi ospiterà per un mese. Cerco il verde, vedo il mare si, ma anche un’infinita distesa di cemento che soffoca la costa, improvvisamente vedo un posto di blocco, molto diverso dai nostri. Si tratta di militari in mimetica con giubotti anti proiettile e mitra. C’è del filo spinato ai bordi della strada e la corsia è interrotta da barriere che obbligano la macchina a passare l’esame dei militari. Prima sera cena tutte insieme, timidezza, disagio. Le tunisine sono con noi, ma ancora nessuna domanda, troppo presto.
La formazione inizia un po’ noiosa, con un bravissimo professore armeno che ci racconta Tripoli e grazie al quale ci distraiamo e riusciamo a rompere il ghiaccio. Ci portano al porto, giro in barca, ci vuole veramente poco per capire che c’è molto inquinamento e nessuna regola in materia ambientale. Fra noi inizia a crearsi una sintonia, tutto merito delle libanesi che ci sorprendono con la loro generosità, ospitalità e solarità. Tutti i colori che non vedi per le strade di Tripoli li trovi dentro a questo popolo.
Inizia un nuovo modulo, parla di “pianificazione strategica”. La docente è tunisina, un’energia incredibile, è effervescente, assolutamente rivoluzionaria. Ci mettono in cerchio e ci invitano a una sorta di training autogeno. Tema: “Chiudete gli occhi, rilassatevi e diteci come vedete ognuna il vostro paese ieri, oggi e domani”. Potrei spendere altre cento pagine e non riuscirei a raccontare tutto quello che ho sentito quel giorno. Donne cresciute tra la guerra e le violenze, soprattutto le libanesi: “Ci chiedete come facciamo ad essere così gioiose? Amiamo la vita più che mai, proprio perché siamo consapevoli che domani potremmo non esserci più”. Le tunisine non parlano di guerra, ma di un’altra realtà, altrettanto scioccante. Limitazioni a ogni forma di libertà, donne che hanno dovuto lottare e pagare un prezzo altissimo per ritagliarsi uno spazio diverso da quello esclusivamente familiare. Ho trovato le tunisine estremamente dure e combattive nel loro modo di raccontarsi e allo stesso tempo nei loro atteggiamenti ho avvertito un’ ansia incredibile per cosa succederà, dopo le elezioni. Si percepiva una sofferenza profonda, mista a speranze e paure per il futuro, ancora tutto da costruire.
Una giornata pesante, troppo piena di shock culturali e personali, ci è impossibile dormire. Ridiamo, balliamo e mangiamo, godendo delle nostre reciproche differenze, con il massimo del rispetto. Era nata “SawaMed” (Mediterraneo Insieme), un’entità che abbiamo creato per testimoniare con forza chi siamo e come abbiamo fatto a vivere un sogno mentre fuori c’era l’inferno. Volevamo dimostrare a noi stesse e agli organizzatori del progetto, che le loro idee erano fattibili, che riva nord e sud del Mediterraneo possono convivere e realizzare grandi cose, se si supera il pregiudizio e la paura.
Abbiamo iniziato a studiarci l’un l’altra, a chiedere informazioni sulla storia dei nostri paesi e a condividere opinioni sull’attualità, dalla primavera araba alla crisi europea.

Settembre 2011, respirando la primavera araba.
Ora guardo i tg con molta cautela, perché ormai so che non informano, non raccontano, non hanno contatti diretti con la gente e si accontentano dei comunicati ufficiali diffusi dalle istituzioni. Ora so che sono davvero pochi gli italiani che conoscono questo paese e che la Tunisia non sono solo i barconi di fortuna che arrivano a Lampedusa pieni di persone “pronte a delinquere”. Adesso so che la Tunisia non produce solo datteri, ma che è un paese ricco di artigianato, agricoltura, sapori e profumi, primo fra tutti il gelsomino.
Noi di SawaMed siamo sconosciute ai più, persone qualsiasi che credono che si possa cambiare qualcosa in tante ingiustizie che ci toccano più o meno direttamente. I diritti sono per tutti indistintamente, di qualsiasi fede, condizione economica o status sociale, uomini o donne, sposate, divorziate o single. Siamo donne determinate a raccontare di come ci siamo viste, conosciute, capite e infine accettate. Respirando la primavera araba.

 

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